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Intervista


Intervista a Ruggero Gabbai

di Massimiliano Forgione - 12/04/2010

Io ricordo è un film-documentario che parla della necessità di legalità e lo fa intrecciando la narrazione della voce di un padre (che spiega al proprio bambino, nel giorno del suo decimo compleanno, cos’è la mafia, chi era Giovanni Falcone, perché lui ne porta il nome e perché ci sono persone, nella Sicilia di oggi, che vogliono responsabilmente assumersi l’eredità morale delle numerose vittime di Cosa Nostra) a quella di più di trenta tra genitori, fratelli, sorelle e orfani che svelano la dignità del proprio dolore attraverso il ricordo dei loro cari uccisi dalla mafia.
Ricordare è necessario perché è l’unica arma contro il potere mafioso che vince solo dove regna il silenzio.

Ruggero, quando nasce l’idea di trasporre su pellicola il bel libro di Luigi Garlando Per questo mi chiamo Giovanni (Rizzoli editore)?
Il film è il prodotto di ciò che è realmente accaduto, nel senso che io ero già nel mezzo della realizzazione del mio documentario sulla raccolta delle testimonianze delle vittime della mafia e mia moglie, che è un’insegnante, mi fa leggere il libro ed è a quel punto che nasce l’idea di unire in sequenze la trama del libro e quelle del mio originario progetto per dare vita ad un nuovo racconto.
Ci tengo a dire che il film è stato prodotto dalla Indiana Production di Marco Cohen e Gabriele Muccino assieme alla Fondazione Progetto e Legalità nata in memoria di Paolo Borsellino a Palermo; quest’ultima opera nelle scuole attraverso progetti didattici sulla legalità, per cui il libro di Garlando ha voluto dare al film una veste narrativa che rispettasse l’aspetto didattico (il padre parla al figlio della mafia) all’interno della quale si andassero ad incastonare testimonianze di familiari di vittime di mafia molto drammatiche e di grande impatto.
Nasce così un prodotto cinematografico che ripropone in modo abbastanza rigoroso la cronologia degli omicidi mafiosi di questi ultimi anni.
Rigoroso mi sembra un po’ generoso perché gli omicidi mafiosi sono stati tantissimi; noi abbiamo scelto di occuparci di alcuni casi, certamente i più noti: Falcone, Borsellino, Peppino Impastato, ma anche quelli sconosciuti al grande pubblico. Si tratta di veri e propri casi umani, ognuno con la sua enorme importanza e straordinaria unicità.
In questa dimensione del racconto viene messa in pratica la lezione di Falcone e Borsellino di educare i ragazzi alla legalità; i due magistrati credevano molto nella possibilità di veicolare il messaggio della necessità della giustizia attraverso le istituzioni scolastiche.
In Sicilia ci sono dei segnali in tal senso molto incoraggianti, pensiamo alle iniziative quali Addiopizzo; il concetto di legalità necessita delle istituzioni, dalla cosiddetta presenza dello Stato alle ancor più importanti istituzioni scolastiche: partire dai giovani per radicare l’importanza del rispetto delle regole, della legalità.
E’ vero, tutto ciò può sembrare sempre più difficile da realizzare in quest’Italia per come la vediamo oggi, però, il mio pensiero va a tutti quegli insegnanti che della legalità e del rispetto delle regole hanno fatto il punto fondante di una progettazione scolastica, ricordo che il film è stato visto in moltissime scuole dal sud al nord.
Nel film vi sono sequenze dedicate all’Associazione Libera di Don Luigi Ciotti ed estrapolati della manifestazione di Bari con una parte che riporta il discorso di Nichi Vendola; secondo quale criterio hai deciso di assiemare questi elementi?
Coloro che operano per Libera sono amici e Don Ciotti è sempre molto disponibile, con lui c’è un’intesa che risale ai tempi del mio lavoro su Auschwitz. Fu proprio Libera ad invitarmi a Bari in occasione della manifestazione in ricordo delle vittime di mafia, sul palco si alternarono alcuni personaggi del nostro film e quando Nichi Vendola ha preso la parola c’è stato un silenzio incredibile, il suo racconto era quello di un politico che chiedeva scusa per i politici e che ha dimostrato una conoscenza reale del fenomeno mafia. Ecco, in quest’Italia non succede spesso che un politico abbia parole così umili e appropriate per parlare di mafia rivolgendosi anche alle vittime di questa organizzazione criminale e se ci sono state delle perplessità su quanto fosse opportuno inserire immagini di quel discorso, visto che Vendola era l’unico non familiare vittima di mafia a parlare, ebbene queste sono state fugate proprio dalla bellezza ed efficacia del discorso che rappresenta il sunto stesso di tutto il film.
Ruggero, vorrei una tua riflessione, chiamando in causa Leonardo Sciascia, sulla palma che arriva al nord; includerei anche l’ulivo, visto che abbiamo citato Nichi Vendola, sradicato dalle terre pugliesi per arredare quelle lombarde. Insomma, tutto il Paese è diventato come la Sicilia, come il Sud?
Pensare che la mafia sia un fenomeno soltanto del Sud è frutto di una visione ristretta della realtà delle cose. La mafia esiste al Nord perché vi investe, per cui i cittadini che ritengono di non essere interessati dal problema peccano di provincialismo. Evidentemente, è talmente vero che il film è il prodotto di una unione di intenti che va da Milano a Palermo. Ritengo che sia un film importante per il nostro Paese.
A quale progetto ti stai dedicando adesso? So che sei in piena attività e, tra l’altro, ancora a Palermo.
Esatto, ancora in Sicilia con un progetto in cui racconterò di uno scandalo finanziario perpetrato nei confronti di una banca e un altro, più consistente, in cui parlerò del quartiere ZEN riconsiderato dal punto di vista degli architetti per ripensarlo in maniera diversa. Sai che il taglio dei miei lavori è sempre antropologico, il racconto delle persone è parte viva delle immagini perché le storie umane è ciò che mi affascina.























 

 

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