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Intervista


Intervista a Oliviero Bergamini

di Massimiliano Forgione - 06/05/2010

Oliviero Bergamini, la mancanza di interesse per i giornalisti di guerra, non è la conseguenza di conflitti sempre più speculativi e di interessi economici di piccoli gruppi, di affare che si potrebbe definire privatistico e che quindi non riguarda la grande massa di persone?
Questo può essere un primo elemento. Certo le guerre combattute oggi non chiamano in causa la sopravvivenza delle popolazioni occidentali coinvolte, sono le cosiddette guerre di prevenzione del terrorismo che non mettono in pericolo la nostra libertà, di noi occidentali. Secondo me, però, è proprio la natura della guerra che è cambiata e che ce la fa sembrare sicuramente più lontana, combattuta da eserciti professionali, quasi fossero operazioni chirurgiche che da parte della nazione coinvolta richiede solo uno sforzo finanziario che poi, certo, si risolve in affare, e quindi tornaconto privatistico, per pochi soggetti.
La guerra del Golfo è stata l’ultima combattuta in presa diretta, l’ultima guerra televisiva, con essa forse si è tracciato l’ultimo solco al di là del quale ci fosse la volontà di far passare l’idea che la guerra sia uno stato naturale e privo di una fine, come a dire: con la guerra bisogna convivere; tanto è vero che oggi, magari, bastano poche postille date all’interno di un grande contenitore quale il telegiornale che servono a non far dimenticare che siamo in guerra, appunto, lontana, in qualche parte del mondo, ma c’è una guerra che ci riguarda. Cosa ne pensa di questa riflessione? La ritiene valida oppure no?
La guerra si è, da una parte smaterializzata, dall’altra è diventata una sorta di presenza immanente delle nostre vite, prima era un’eccezione, adesso, per certi versi è la normalità. Così disse anche Bush: “Ci vorranno 30, 50 anni per sconfiggere il terrorismo”, ponendo a priori un orizzonte temporale lunghissimo. Le guerre del passato nascevano tutte con l’idea che sarebbero durate poco, quindi qualcosa di violento ma breve; adesso, invece, si dà per scontato che possano durare quasi indefinitivamente. Quindi, è vero che c’è una sorta di paradossale normalizzazione, però è anche vero che non c’è la volontà determinata nei telegiornali di far passare quale normale questa realtà, le dinamiche sono diverse ed hanno a che fare con la natura e con il modo in cui si combatte la guerra. Purtroppo, si finisce per perdere il senso dell’eccezionalità del conflitto nel momento in cui quotidianamente se ne dà notizia e per di più per raccontare di guerre che sono diventate più operazioni di polizia internazionale che schieramenti tradizionali di eserciti.
Le voglio fare due domande attinenti al suo incarico presso la Rai; con la prima le chiedo: qual è, a suo giudizio, l’attuale livello del giornalismo in Rai? Se vuole po’ anche fare differenziazioni tra i vari TG.
No, il mio giudizio, chiaramente molto personale, è che ci siano delle cose di ottima qualità che spesso non vengono considerate e sicuramente ci sono dei problemi che hanno a che fare con il condizionamento politico di vario genere dell’informazione Rai che fa parte della storia stessa dell’azienda dagli anni ’50-’60 in avanti, da quando il Cda è diventato di nomina parlamentare. Poi, ci sono problemi legati alla natura del giornalismo televisivo, che non vanno sottovalutati, e che rappresentano la vera sfida che tutte le televisioni del mondo hanno, anche la BBC ne è coinvolta; ossia, nel momento in cui le tv pubbliche si trovano a fronteggiare la competizione di nuovi media e nuovi modi di fare televisione, il buon giornalismo viene messo sotto pressione e si trova a dover reagire. Quindi, non bisogna esagerare con affermazioni secondo le quali il giornalismo della Rai sia peggiore di quello delle altre televisioni straniere; i nostri telegiornali, con tutti i difetti che gli sono riconoscibili e imputabili, sono molte volte migliori di quelli americani, per esempio, estremamente autoreferenziali e dove l’esaltazione della cronaca peggiore è spesso la regola.
E sempre parlando di Rai, che idea si è fatto del caso Masi e delle pressioni fatte da Berlusconi sulla Commissione di controllo?
Beh, quello che si legge sui giornali e devo dire che si gioca su un terreno scivoloso. E’ una materia ambigua perché ovviamente il Presidente del Consiglio, da una parte ha il diritto di parlare al telefono con una persona che conosce, esprimendo pareri duri e inequivocabili, dall’altra non dovrebbe; così come Masi ha il diritto di sostituire un direttore di rete, dall’altra non potrebbe, se fatto per motivi politici. Insomma, come sempre in Rai vi è il grande problema delle pressioni politiche che non avvengono solo da una parte ma sono assolutamente trasversali. Si tratta chiaramente di fatti molto gravi, considerando l’enorme conflitto d’interessi che caratterizza tutta l’attività del Presidente, però, non bisognerebbe neanche semplificare troppo perché, ribadisco, l’ingerenza politica in Rai rappresenta il vero annale problema. La questione diventa seria nel momento in cui non è tanto la qualità dell’informazione ad esserne inficiata ma la sopravvivenza dell’azienda stessa; quindi, direi che lavorare insieme affinché tali gerarchie non abbiano più motivo di esistere sarebbe la cosa più auspicabile.
Viene minata la credibilità dell’azienda!
Se io non faccio il talk show politico perché la politica stessa me lo vieta, l’azienda perde introiti importanti che fanno il bilancio dell’azienda stessa e quindi metto a rischio la sua stessa sopravvivenza; il problema diventa la tutela stessa del servizio pubblico con tutte le sue caratteristiche e radici profonde nella civiltà europea. Questa questione va analizzata in questa chiave e non tanto come diatriba politica su modi diversi di intendere l’elaborazione della notizia. Sono veramente stufo del dover decidere se salvare Santoro o Berlusconi, sì, possono essere questioni contingenti ma spostano l’attenzione da quello che è il vero fulcro della questione.























 

 

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