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Intervista


Intervista ad Ascanio Celestini, regista, scrittore e attore del film La pecora nera

di Massimiliano Forgione - 27/10/2010

Con questo film entri nelle viscere dell'universo concentrazionario teorizzato da Michel Foucault, la prigione dei condannati a vita; la tua considerazione sembra voler gridare che questo spostamento di pretesi confini, da definire e ridefinire nel tempo, sia la causa delle patologie che caratterizzano la società. Potresti allargare questo concetto?
Il manicomio come il carcere si fondano concettualmente (e poi anche fisicamente) sulla netta divisione tra chi è normale e chi è matto, tra chi è buono e chi è cattivo. Si costruisce un muro, una linea netta di demarcazione in maniera che gli uni siano divisi dagli altri. Idealmente io sono contrario, ma se questa divisione producesse effetti positivi potrebbe essere considerata una scelta possibile, ma il manicomio come il carcere ha fallito la propria missione. Non riescono a delimitare nulla e finiscono per confinare solo se stessi. Altrimenti avremmo un mondo senza crimine e senza pazzia.
“La pecora nera” rimanda ad una vertigine identitaria che in una assenza di riferimenti affermano la condizione di chi comunque, in modi diversi dice: “No!”; la tua opera è fatta di biografie di individui in rivolta. Emerge la consapevolezza di un diritto negato: quello all’esistenza. La condanna verso il manicomio che è la società è evidente ma, a parte l’isolamento, quale alternativa esistenziale è possibile rivendicare?
Non credo che venga negato il diritto all’esistenza, ma alla responsabilità. L’internato non è più responsabile. L’istituzione è responsabile per lui e perciò deve annientarlo per non correre rischi. Adriano Pallotta che ha lavorato oltre trent’anni al Santa Maria della Pietà, il grande manicomio romano, mi racconta che era oggetto di discussione solo il paziente che si manteneva stabile, mentre il peggioramento era considerato normale, figuriamoci se in un posto del genere era possibile migliorare! Fino al 1978 si finiva al manicomio per il comportamento e per lo stesso motivo si veniva infilati in un padiglione piuttosto che in un altro. La pericolosità per sé, per gli altri e il pubblico scandalo erano i tre motivi dell’internamento, mentre i padiglioni erano divisi in tranquilli, semi-agitati, agitati ecc.. Queste grandi istituzioni sono in realtà degli imponenti archivi dove inscatolare le persone riducendole a oggetti.
Il protagonista del film vive una parabola di acquisizione di coscienza, attraversa luoghi, frequenta spazi e lo fa con una crescente consapevolezza che evoca un fascino di cinico e sprezzevole utilizzo di tutto ciò di cui l'uomo moderno si adorna per tendere sempre più ad una spersonalizzazione dell'individuo. Vi è un eccesso di lucidità che porta a conseguenze deleterie. E’ un mondo invertito quello che denunci: i sani sono rinchiusi e i matti sono a piede libero!
Vorrei usare un’espressione che Gerardo Guccini ha suggerito per il mio film: il dentro è come il fuori perché il prima è come il dopo. Torniamo alla questione dell’impossibilità di creare il confine. Qualsiasi delimitazione è transitoria, rinegoziabile se non addirittura ridicola e impossibile. Nemmeno la pena capitale o il genocidio chiarisce i rapporti. Non puoi sterminare un’intera categoria di persone, non solo perché ci sarà sempre qualcuno che sfugge, si nasconde o si ribella, ma soprattutto perché è impossibile definire le categorie se non per approssimazioni sempre rinegoziabili.
Dopo aver visto il film, personalmente, mi sono sentito incapace di qualsiasi riflessione e in grado soltanto di provare emozioni positive e struggenti. E’ indubbia una tua maturità artistica, direi anche una completezza visti i diversi ruoli in cui ti sei cimentato in questi anni. Come si sente Ascanio Celestini dopo “La pecora nera”?
Ieri sera ho rivisto il mio film in un piccolo cinema di provincia. Alcuni spettatori ridevano inaspettatamente. Alle volte una buona parte del pubblico rideva insieme, altre volte sentivo alcune risa isolate. Per chi è abituato a portarsi tutto il proprio lavoro chiuso nella testa è una strana esperienza assistere dall’esterno. Con l’uscita del film nelle sale è come se insieme a me lavorasse un figlio che può andarsene via e vivere una vita che non conosco più.























 

 

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