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Intervista


Beppe Casales, teatrante politico e anarchico

di Massimiliano Forgione - 14/02/2012

Beppe Casales, bella sorpresa aver conosciuto il tuo teatro questa sera e mi sento subito di chiederti quanto rivendichi e importante sia l’aggettivo politico che apponi alla parola teatro.
Di solito, per questo tipo di teatro si utilizza la parola civile, abbastanza adusa, tanto da creare un calderone nel quale ci sta un po’ di tutto. ‘Politico’ è una bella parola, qualunque cosa facciamo è politica e il teatro permette alla mia azione di essere ancora più politica. Io, per la mia esistenza, ho scelto questa espressione per poter essere nella società.
Talmente un calderone che a ‘civile’ Marco Baliani preferirebbe ‘di narrazione’.
Comunque, si tratta di un solo attore che racconta, denuncia qualcosa.
Cosa vuol dire essere ‘anarchico’, un altro aggettivo attraverso il quale ti definisci.
Vuol dire avere in mente un’altra società. E’ un’utopia e la riconosco come tale ma è una natura, una forza, che ti spinge affinché si possa intravedere una vita in cui l’onestà, la pulizia, l’amore possano, ancora, nonostante tutto, esistere.
E di verità, direi. Quanto è possibile capire realmente il confine tra ‘legalità’ e illegalità’ nel momento in cui si continua a vedere una parte d’Italia, il sud, quale quella in cui l’illegalità viene generata e un’altra, il nord, quale quella che subisce l’infiltrazione? Lo dico con un tanto di disappunto per quanto è emerso dalle affermazioni di esponenti di organizzazioni sindacali che nel dibattito post spettacolo si sono espresse rivendicando una purezza campanilistica tanto deleteria quanto il problema stesso.
C’è una vera e propria distorsione attorno al problema generata dall’ambiguità. Le persone, anche i supposti specialisti della materia, fanno molta fatica ad avere un’opinione sulle cose e ad assumere comportamenti che non siano fuorvianti. E’ già molto difficile trovare persone ben informate e che abbiano un’opinione fatta su un qualcosa, figuriamoci poi aspettarsi che questi la espongano pubblicamente. C’è una vera e propria paura ad esporsi, di dire come realmente stanno le cose e a maggior ragione in eventi pubblici, del resto sempre più rari.
Però, la soluzione del problema rimane ben lontana fino a quando si dibatterà in questo modo.
Nicola Gratteri, magistrato calabrese che per intenderci fa oggi quello che Borsellino faceva fino a quando non gliel’hanno impedito, ci dice di come il potere al mafioso viene conferito dal cittadino, da quelli che noi consideriamo ‘gli altri’, dalla passività diffusa; quindi, non vedo differenza tra un nord e un sud. Ricordiamoci che una settimana fa il comune di Ventimiglia e stato sciolto, dopo quello di Bordighera, per infiltrazioni mafiose.
Vorrei dirla in termini più espliciti: non vedo differenza tra una giunta Sorrentino (vecchia amministrazione dell’isola di Ischia) e una giunta Formigoni, entrambe espressione e modelli di un modo clientelare, quindi mafioso, di amministrare la cosa pubblica.
E’ vero che la lotta per la legalità è una lotta economica ma non si può ridurre tutto al fatto che la legalità conviene, e se il nord pensa di poter risolvere la questione in questi termini è perdente in partenza. La legalità è una questione molto più profonda e più ampia per poterla ridurre al fatto che economicamente conviene. Ha a che fare, innanzitutto, con la convivenza tra le persone e non può, questa, basarsi su una convenienza economica.
Scorrendo la tua biografia ho visto che scrivi, produci e proponi il tuo teatro.
Ormai, amo tanto lo scrivere quanto il recitare, ma devo ammettere che è anche una formula economica che mi permettere di essere presente, politicamente, su questa nostra scena.

Ascolta l'intervista a Beppe Casales























 

 

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