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Intervista


Intervista a Enrico Zanisi, pianista miglior talento 2012

di Massimiliano Forgione - 11/12/2012

Enrico Zanisi, classe '90, premiato come 'Miglior Talento 2012' dalla rivista Music Jazz. Questo premio 'Top Jazz' quali percorsi consolida e quali nuovi avvia in una carriera tanto giovane quanto già ricca?
E’ un premio del tutto inaspettato, devo ancora riprendermi dallo stupore! E’ stato annunciato qualche giorno fa ma sarà reso ufficiale il primo Gennaio 2013 in occasione della premiazione – concerto che si terrà al Teatro Mancinelli di Orvieto e in seguito alla pubblicazione dei vincitori sulla rivista Musica Jazz di Gennaio. Come ogni premio che ho ricevuto (sia in ambito classico che jazz), anche questo ha un effetto positivo poiché mi incoraggia a proseguire nella mia personale ricerca musicale. Se lo stupore è stato molto forte, ho anche avvertito la necessità di rimanere con i piedi per terra e continuare a fare quello di cui mi occupo quotidianamente: studiare, imparare, divertirmi. Del premio posso dire che consolida una parte del mio percorso musicale (soprattutto recente), ma non so cosa avvierà: io continuerò a fare la mia parte e, a piccoli passi, con determinazione e passione, continuerò la mia ricerca.
Ti accompagni ad un contrabbasso, Joe Rehmer e ad una batteria, Alessandro Paternesi. La formula dell'arte del trio è la dimensione sonora nella quale più ti identifichi?
Mi piace molto la formazione del trio perché ha qualcosa di cameristico: mi ricorda il mio recente passato classico. Nel trio si è in pochi ma si possono creare infinite sfumature; è una situazione molto intima e, anche se ognuno di noi ha il suo spazio, certe volte ci sembra di essere un corpo unico. Il trio ha una tradizione molto importante, ed è una delle formazioni che ho ascoltato e studiato di più: Bill Evans, Keith Jarrett, Mehldau sono per me dei punti di riferimento assoluti, come anche Oscar Peterson, Ahmad Jamal, Mccoy Tyner e molti altri.
'Life Variations' è un lavoro di intensa ispirazione. 'Inno' segna un momento intimistico notevole posto a metà del concept album. Ci racconti qualcosa sulla scelta della sequenzialità dei brani?
E’ stato molto importante scegliere l’ordine dei brani, è una cosa cui ho tenuto particolarmente per la buona riuscita del disco. Ho cercato di creare varietà nell’ordine senza però comprometterne la linearità. Riascoltando il disco è come se ogni brano prendesse spunto dal precedente, in certi punti potrebbe sembrare quasi una suite. La scelta della scaletta non è stata però dettata da questioni filosofiche o tecniche, ma esclusivamente musicali. Non saprei dire perché ho messo quel brano in quel punto, non c’è un percorso preciso: tutti i brani hanno la stessa importanza. Ho fatto una scelta precisa solo sullo standard “In the wee small hours of the morning”, collocandolo per ultimo in scaletta, per renderlo indipendente dal resto delle mie composizioni e per dargli un valore aggiunto: ha il compito di chiudere il disco omaggiando le origini di questo trio, che si è formato in gran parte sugli standard americani.
Nelle tue composizioni non rinunci a richiami classici. Quale peso ha questo genere sulla tua ispirazione?
Sono diplomato in pianoforte, ho studiato classica per dieci anni (e anche dopo il diploma) e vivo in una famiglia di musicisti classici: non posso negare di essere stato influenzato da questo genere di musica. La tecnica, l’interpretazione dei brani, la conoscenza della forma e dell’armonia, l’uso della mano sinistra in maniera melodica sono alcuni degli aspetti del mio modo di suonare che posso ricondurre allo studio della musica classica. Ultimamente mi sto interessando allo studio dell’orchestra, spero di poter imparare molte cose dalle grandi composizioni dei maestri del passato.
Cosa ci riserva il prossimo lavoro di Enrico Zanisi?
Sicuramente proseguirò la mia collaborazione con Alessandro e Joe che sono due musicisti straordinari e continuerò a scrivere per il trio. Alcune cose bollono in pentola ma non posso ancora rivelarle!























 

 

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