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Intervista


Intervista a Claudio Filippini

di Massimiliano Forgione - 15/02/2013

La tua è una musica libera che ricerca ulteriori spazi di libertà e afferma che si può trattare di un’astrazione semplice, raggiungibile attraverso essenziali passaggi di note. Come descriveresti la ricchezza, la complessità del tuo ‘less is more’, della tua ricerca di purezza?
La ricerca del proprio linguaggio è difficile da descrivere a parole. Quello che cerco di fare è di dare alle pause e agli spazi la stessa importanza delle note. Nella vita quotidiana non sono un gran chiacchierone, tendo a stare in silenzio e quando parlo cerco di centellinare le parole. La stessa cosa mi capita quando suono il pianoforte. La cosa che mi affascina nella mia ricerca musicale è quella di esprimere concetti complessi in maniera semplice. Cerco di rendere “orecchiabili” gli accordi ostici, o cerco la linea melodica cantabile anche quando l’armonia è insidiosa.
I tuoi temi musicali aprono paesaggi, penso a Easterly, Westerly, Through the journey, propongono fotogrammi di vita, ambientazioni cinematografiche, cito Immediate boarding, Where’s my luggage, Going home. Ti ritrovi nell’affermazione che il tuo linguaggio musicale disegna possibili mondi che potrebbero disvelarsi all’improvviso?
Quando compongo, cerco sempre di farlo immaginando un paesaggio, un colore, una suggestione. La bellezza di essere musicista è che puoi scrivere la colonna sonora della tua vita. Non ti nascondo che mi piacerebbe molto scrivere musica per il cinema poiché esso per me ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Non tutti sanno che la mia famiglia (a cominciare dal mio nonno paterno) ha avuto in gestione tutti i cinema e i teatri di Pescara a partire dal Teatro Pomponi nel 1939 fino al Teatro Michetti che ha chiuso i battenti nel 2004. Io sono cresciuto a pane e cinema, ho visto centinaia di film e trascorrevo i pomeriggi nelle cabine di proiezione. Mi fa quindi molto piacere che la mia musica per qualcuno sia affascinante. Per me la musica va ascoltata a occhi chiusi e deve evocare sentimenti concreti, come quando si ascoltano le più belle colonne sonore.
Nella recensione al tuo Through the journey definisco il brano di chiusura Into the sunset ‘vero e proprio inno alla speranza nell’immaginario di un paesaggio vasto che accoglie l’anima aperta di un corpo in movimento’. La simbiosi con la tromba di Fulvio Sigurtà è strabiliante; cosa ci puoi raccontare di questo incontro?
Fulvio ed io ci siamo conosciuti a Siena tredici anni fa, nell’ambito dei seminari estivi che organizza la fondazione di Siena Jazz e da allora siamo diventati grandi amici. Frequentavamo la classe di musica d’insieme con Bruno Tommaso che stava riarrangiando alcuni brani di “Birth of The Cool” di Miles Davis per un ensemble piuttosto numeroso. Nonostante fossimo in tanti a suonare in quel progetto rimanemmo colpiti a vicenda dal nostro approccio e dal nostro modo di improvvisare in maniera creativa su materiale comunque “datato”. Credo che la complicità e la conoscenza reciproca, specie in una formazione cameristica come quella del duo, siano molto importanti per la resa musicale. Innanzitutto perché conoscendosi ci si confronta con la materia sonora con più leggerezza, senza timori e soprattutto ci si capisce “al volo”, senza troppe parole. Talvolta basta un’occhiata, un accenno col capo, un sorriso per far sì che un determinato passaggio funzioni meglio. Quando ci fu proposto di realizzare un disco in duo cogliemmo l’occasione al volo anche perché nonostante ci conoscessimo da molto tempo, non avevamo mai suonato in duo, quindi per noi è stata un po’ una scommessa. Nonostante ciò il disco è andato molto bene, ci ha dato molte soddisfazioni, sia a livello di critica sia di concerti. Non nascondo che abbiamo in mente di rientrare in studio per un nuovo lavoro ma per ora è ancora tutto in fase embrionale.
Facing north, lo definisci un album possibile sulla spinta di un altro incontro eccezionale, quello con gli artisti Palle Danielsson e Olavi Louhivuori. Quali parole ci dai per descrivere l’intesa che si percepisce ascoltando il tuo ultimo lavoro?
L’intesa che c’è stata con Palle Danielsson e Olavi Louhivuori in sala di registrazione è stata sconvolgente, sia per noi stessi che per i pochi presenti in sala. Loro sono musicisti di poche parole, sono molto riservati ma hanno la qualità di ascoltare, cosa sempre più rara da trovare in un musicista. E’ stato un onore ed un privilegio per me suonare con un musicista del calibro di Danielsson. E’ una persona dolcissima, umile ma con una grinta ed una forza sullo strumento che ha lasciato tutti a bocca aperta solo dopo aver preso il contrabbasso dal flight case e suonato le prime due note. Legge tutto a prima vista in qualsiasi chiave ed ha una memoria di ferro! E’ accaduto che su un brano (forse “GodOnlyKnows” dei Beach Boys) lui aveva già imparato perfettamente la struttura a memoria mentre io dovevo ancora leggerla.. ed ero stato io stesso ad arrangiare il brano!
Durante la registrazione comunque non ci siamo detti quasi nulla, io ho semplicemente fatto ascoltare a Palle e ad Olavi i miei brani una volta al pianoforte con le partiture davanti e abbiamo subito provato a registrarli. Generalmente, su quasi per tutti i brani abbiamo mantenuto la prima take, che è sempre risultata quella più vibrante, con più trasporto e con il più alto tasso di rischio.
Spiccano brani quali: Scorpion tail (fotogramma di inquietudine), la stessa Facing north (corpo nel movimento del viaggio la cui meta è l’acquietamento che un orizzonte più largo può dare), Landscape, Sonatina, Soaking and floating (non posso fare a meno di pensare a Esbjörn Svensson), Modern times (il pensiero corre a Chaplin). Mi rifaccio soltanto alle autoriali e vorrei che per ognuna tu avvalorassi o smentissi le interpretazioni di un recensore provetto.
Non smentisco nulla, la tua analisi mi conferma che più o meno sono riuscito a fotografare tutti questi umori o personaggi con la mia musica.
“Scorpion Tail” all’origine si chiamava “Nottataccia”, perché l’ho scritto una mattina in cui il mio umore non era proprio alle stelle. Il brano è caratterizzato da una linea di basso ostinata che si basa su un giro armonico di 4 accordi. Olavi è riuscito con il suo sound particolare a renderlo ancora più primordiale, africano, e da lì l’idea di chiamarlo come la coda dello scorpione. “Facing North” è il brano che dà il titolo al disco e l’ho scritto subito dopo aver realizzato che avrei registrato un disco in trio con Palle Danielsson e Olavi Louhivuori. Quando l’ho scritto provavo un senso di libertà e di voglia di evadere. “Landscape” è un brano suddiviso in due parti, la prima ispirata al mondo di Claude Debussy, con gli arpeggi del pianoforte ed il tema con l’archetto del contrabbasso; la seconda parte mi rimanda ad Esbjorn Svensson con un tocco più hip-hop alla Robert Glasper nel bridge. “Sonatina” l’ho scritto di getto pensando a dei bambini che cantano in cerchio (l’uso della celesta mi ha aiutato molto). “Soaking and Floating” vuol dire appunto “galleggiando in ammollo” e l’ho scritto immaginando di farmi un bagno caldo in un’enorme vasca circondato da candele e da essenze profumate. “Modern Times” prende il titolo dall’omonimo film di Charlie Chaplin (Tempi Moderni). E’ un brano composto a tavolino che si basa su una progressione armonica (cioè da un insieme di trasposizioni ascendenti o discendenti) che si ripete nella seconda parte della struttura un tono sopra. La terza parte del brano invece è dedicata all’assolo di batteria che suona su un groove in 5/8.
L’idea di dedicare il brano al film di Chaplin, oltre che per la mia passione per il cinema, era quella di rendere in musica i gesti ripetitivi e i ritmi ossessivi e ridondanti della catena di montaggio.























 

 

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