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Intervista


Intervista a Paolo Dal Bon

di Marco Giardina e Massimiliano Forgione - 27/05/2013

Giorgio Gaber, ci manca tantissimo la sua presenza, la sua riflessione sulla realtà che viviamo. Qual è il ricordo più immediato di Paolo Dal Bon che artisticamente lo ha accompagnato per parecchi anni?
Quando penso a Gaber non riesco a scindere l’artista dalla persona, le due dimensioni si fondono tanto da farne una presenza assolutamente eccezionale. Credo che una persona così lucida manchi a tutti, sai, individui così autorevoli sono rari ed è un vero peccato che ci abbia lasciati a soli 64 anni, la sua presenza ci sarebbe stata ancora di tanta utilità.
Il presente mi porta immediatamente ad un senso di deresponsabilizzazione che Gaber aveva individuato in maniera netta in ognuno di noi; ossia, la mancanza di potere su noi stessi che ci porta a riversare sul prossimo, anche il più vicino, la colpa della nostra infelicità.
Sì, lui insisteva tanto sul fatto che l’unico vero potere che possiamo esercitare è quello su noi stessi. E’ molto interessante quanto dici, Gaber non dava mai la colpa al mondo e il presupposto della riflessione è che quando non siamo capaci di riconoscere i nostri difetti, immediatamente attacchiamo il prossimo; cerchiamo la colpa all’esterno nel momento in cui non riusciamo ad individuarla interiormente, e la colpa è sempre dentro di noi. Gaber ciò lo sapeva e lo condivideva, non se la prendeva mai col mondo ma piuttosto si chiedeva: dove sbaglio io? Per lui è fondamentale che ognuno conosca il proprio libretto d’istruzioni, che indaghi sul chi è, sul cosa muove le proprie azioni in modo da non creare conflitti con il prossimo.
Non si lamentava del mondo ma diceva: “Mi fa male il mondo”.
Certo, ma la lucidità di questa affermazione gioca tutta sul piano individuale, sulla necessità del conflitto individuale per evitare quello con il prossimo.
Parliamo un po’ del tuo lavoro con Gaber, qual era la genesi dei suoi spettacoli?
Nascevano dalla sua urgenza di confrontarsi con Sandro Luporini e di intervenire sulla realtà. Gaber era in continua percezione di qualcosa, era fortemente stimolato dalla realtà che poi doveva elaborare a modo suo. I suoi spettacoli erano sempre molto partecipati anche nel dopo, proprio perché sentiva forte la necessità di recepire nuovi stimoli per elaborare nuove riflessioni e proporle al pubblico con la sua caratteristica umiltà.
Perché nasce la Fondazione Gaber e quali sono le sue finalità?
E’ stata una scelta immediata di tutti i suoi collaboratori, si è sentita subito l’esigenza di portare avanti il discorso di Gaber, di creare un archivio, di completare editorialmente il percorso di Gaber. E’ un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono avvicinarsi a Gaber.
Hai accompagnato Gaber per tanti anni e ritengo che la frequentazione ti abbia portato ad acquisire tratti e specificità del suo pensiero.
Avrei potuto osare di più, mi sento sempre in difetto rispetto a ciò, avrei potuto metabolizzare certamente di più.
Quale atteggiamento, quale riflessione avrebbe avuto Gaber alla luce della situazione politica presente. Sappiamo che era amico di Beppe Grillo, come avrebbe vissuto il fenomeno del Movimento da lui creato? Oltre che divertito, a tuo parere, vi avrebbe anche trovato elementi interessanti di rottura di un sistema?
Sarebbe rimasto coinvolto e allo stesso tempo distaccato, avrebbe atteso l’evolversi degli eventi. Sicuramente avrebbe fatto il tifo per una tale iniziativa, perché finalmente si torni ad una dimensione collettiva del modo di intendere la politica, a un nuovo senso di appartenenza, ma avrebbe anche espresso diffidenza sulla scorta di un vissuto che ha visto nascere altri movimenti e partiti di rottura che poi hanno tradito le aspettative. Però, sicuramente questa spinta che Grillo è riuscito a mettere in atto l’avrebbe molto appassionato.

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