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Intervista


Intervista a Fabrizio Gifuni

di Marcello Masneri e Massimiliano Forgione - 28/05/2013

Cosa muove l'artista Gifuni a portare in scena lo spettacolo Gli Indifferenti in cui nomi e cognomi, azioni di intellettuali del ventennio fascista che subdolamente asservirono la loro arte all'ideologia del regime, vengono trattati con estremo rigore filologico?
Il tema di questo spettacolo-concerto, che ho ideato e condiviso interamente con Monica Bacelli e Luisa Prayer, è in realtà una riflessione più generale sull’eterno rapporto Arte/Potere. Un tema che è sempre esistito a ogni latitudine e sotto ogni forma di sistema, dittatoriale o democratico. Noi ci siamo soffermati su uno dei Ventenni della storia del nostro Paese, tragicamente emblematico in rapporto al carattere degli italiani, cercando di capire cosa abbia mosso artisti straordinari a condividere, a vari livelli, un regime come quello fascista che si è macchiato di crimini orrendi. Quello che emerge è un quadro composito di motivazioni. Convinzione, quieto vivere, paura, opportunismo, vanagloria o sfrenato narcisismo. Un intreccio non sempre districabile di ragioni psicologiche e personali che sembrano decisamente prevalere sulle ragioni politiche. Ci interessava anche approfondire il tema della autonomia dell’arte e fino a che punto in nome di quest’ultima si possa essere totalmente indifferenti rispetto a ciò che ci circonda.
L'operazione richiama quella manzoniana di spostare il tempo del racconto a eventi del passato per tracciare un quadro contingente della realtà. Era nei tuoi intenti stimolare la riflessione sul presente attraverso questa operazione?
Il tema, ripeto, è senza tempo e dunque per questo ‘sempre’ nel nostro tempo. Credo che la Storia possa avere un valore solo nella misura in cui riesca a parlarci contemporaneamente del passato, del presente e del futuro. Altrimenti si riduce a un insieme di date e di azioni, che personalmente, in quanto tali non mi appassionano.
Continui a portare nei teatri l'opera di Gadda e Pasolini. La responsabilità dell'intellettuale sembra essere il fulcro della tua ricerca artistica. Dal tuo osservatorio che idea ti sei fatto del grado di consapevolezza e di indifferenza di chi vive questi tempi rispetto a ciò che accade?
E’ vero che il mio lavoro degli ultimi dieci-quindici anni, soprattutto in teatro, ha attraversato buona parte della storia del Novecento italiano con l’idea di cercare di capire un po’ meglio “cosa eravamo, cosa siamo diventati o cosa in fondo siamo sempre stati”. Attraverso un’esperienza di condivisione che passa attraverso i corpi vivi delle persone, che è ciò che può rendere davvero unico un accadimento teatrale. Se questo è stato il mio teatro di questi anni è stato anche perché ciò che mi circondava mi ha ‘costretto’ a occuparmi di questo invece che di altro, di cui magari mi occuperò in futuro.
Gli spettacoli si fanno per e insieme al pubblico. E il pubblico non è un’entità astratta, rappresenta ogni sera un campione della comunità, della polis. Per quello che mi riguarda cerco sempre di capire innanzitutto cosa ho voglia o necessità di condividere con la comunità a cui appartengo.
Per il teatro: Gadda, Pasolini, Pavese; per il cinema: le figure di Basaglia, Moro (per citarne alcuni); l'opera o il profilo di quale figura d'intellettuale può trovare spazio nel percorso artistico di Gifuni?
Non mi interessano gli intellettuali mi interessano gli uomini. E’ la curiosità per i miei simili che continua ad emozionarmi, chiunque essi siano. Per quel che riguarda il teatro poi, credo che questo non sia un fatto intellettuale. Può anche esserlo (e personalmente mi piace molto che lo sia), ma questa dimensione da sola può non produrre nulla. Il teatro è essenzialmente Rito e solo il Rito è in grado di creare una fascinazione misteriosa, che non passa da canali intellettuali.























 

 

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