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Intervista


Intervista a Nicola Bruno, Insegnante

di Massimiliano Forgione - 17/05/2015

Questo paesello è veramente misera cosa. La classe pensante si dice indignata di una riforma che ha accolto piegandosi a 90° e chiedendo anche dei morsi sul collo.

Cosa non ti convince di questa riforma?
Innanzitutto le modalità con cui si è cominciato a parlarne. Si è indetta una consultazione on line, ma poi il Governo si è guardato bene dal pubblicarne gli esiti. Chiediamoci dove sia la logica di simili strategie.
Quali sono gli aspetti più critici?
Il DDL poggia su una bugia di fondo: lo Stato non assume i docenti precari perché si è reso conto dell’importanza di avere tutti gli insegnanti pronti ai blocchi di partenza a inizio anno scolastico, ma è costretto ad assumerli perché sull’Italia pende la spada di Damocle della sentenza della Corte di Giustizia Europea, che ha dichiarato illegittima la reiterazione dei contratti a tempo determinato su posto vacante. Se il Governo non assumerà pioveranno pesanti sanzioni.
Poi c’è la questione del 5x1000 da destinare alle singole scuole: sono riusciti a trasformare un’ottima idea in una proposta classista, che finirà per fornire più fondi alle scuole dei quartieri ricchi e condannerà le scuole dei quartieri disagiati e poveri a morte lenta.
E vogliamo parlare del Super Dirigente che dovrebbe conoscere a menadito i curricula di ogni docente inserito negli albi territoriali? Possibile che da solo sia in grado di svolgere il lavoro di un intero Ufficio Scolastico Territoriale? Non vorrei essere nei panni del dirigente onesto e scrupoloso.
Come cambierebbe lo status dell’insegnante qualora la riforma passasse?
Tutti i nuovi assunti, insieme ai docenti di ruolo che si trovassero nella sfortunata circostanza di perdere la cattedra di titolarità per contrazioni improvvise delle iscrizioni, confluiranno in albi territoriali, i cui confini non sono ancora stati tracciati con chiarezza. Il primo anno coincideranno con le province, ma sul futuro non accetterei scommesse. Mi chiedo dove troverà il tempo un dirigente scolastico di studiarsi i curricula e sottoporre a colloquio tutti i docenti iscritti in ciascun albo per poi selezionarli e assumerli. Inoltre, la possibilità che si verifichino fenomeni clientelari, tanto frequenti nel nostro Paese, non si possono escludere a priori. I nuovi contratti, inoltre, saranno di durata triennale, col risultato di rendere precari tutti i docenti e di cancellare uno dei punti qualitativi più importanti finora presenti nella scuola, la continuità didattica.
Come valuti il ruolo che i sindacati stanno assumendo in questa vicenda?
Temo che l’unità sindacale, riscoperta il 5 maggio in occasione dello sciopero, possa sfaldarsi molto presto. I sindacati sono abituati alla contrattazione, al do ut des, operazione impensabile di fronte ad una riforma epocale il cui unico fine sembra essere la privatizzazione della scuola pubblica. Io vedo questa operazione come una violenta picconata alla Costituzione, operata nel solco della cancellazione dell’art. 18. E chissà quali altre sorprese hanno in serbo per noi. I sindacati potrebbero risvegliarsi nell’incubo di vedersi ritirate le deleghe per la trattenuta sullo stipendio; in una parola, gli insegnanti potrebbero tagliar loro i viveri e, francamente, mi auguro lo facciano in massa.
Quali iniziative di contrasto ritieni possano avere efficacia?
I docenti continuano a indignarsi e a condividere pensieri e fosche previsioni. Il problema è che sbagliano luoghi e modi: occorre abbandonare le tastiere e scendere in piazza.
Come pensi che andrà a finire?
Non riesco a essere ottimista. La scuola italiana ha bisogno di essere riformata integralmente, questo è innegabile, evitando però di buttare alle ortiche quanto di buono in essa c’è. Sono convinto del fatto che non tutti i docenti debbano essere remunerati allo stesso modo e che istituire un serio progetto di valutazione, che sia imparziale e sia rivolto anche ai dirigenti, possa essere un buon punto di partenza. Ritengo, però, che una riforma autentica del sistema scolastico italiano non possa, così come sta facendo il Governo attuale, essere in tutta fretta calata e imposta dall’alto, ma debba partire dal basso ed essere frutto della condivisione e di uno studio competente, a cui i docenti non possono non dare il proprio contributo. La scuola è il luogo di esperienze condivise e non può improvvisamente trasformarsi in un ufficio pieno di burocrati e passacarte.























 

 

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