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Intervista


Intervista al Professor Luciano Gallino autore del libro 'Il colpo di Stato di banche e governi', edizioni Einaudi.

di Massimiliano Forgione - 19/11/2013

Professor Gallino, perché si può parlare a buon diritto di vero e proprio attacco alle democrazie degli Stati?
Perché gli Stati e i Governi europei hanno ritenuto di affrontare la situazione economica e finanziaria dichiarando una sorta di stato di eccezione. Ossia, quello in cui, a fronte di un pericolo gravissimo per l’esistenza stessa di un Paese (una guerra, il terrorismo, gravi fenomeni naturali) si utilizzano dei poteri cui normalmente non si auspicherebbe di ricorrere. Questo è quanto è avvenuto in Europa negli ultimi 15 anni dopo l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht. A partire dalla crisi delle banche che è stata trasformata in debito pubblico e dal 2010 in poi è andata sempre peggio, per cui si rischia l’insolvenza degli Stati, l’impossibilità di pagare stipendi e pensioni, la fuga degli acquirenti dai titoli di Stato. Da qui l’autoritarismo dei Governi che agiscono in vero e proprio stato di eccezione, una espressione ingrata che riporta a momenti storici tragici, ma che ben rispecchia la situazione attuale in cui il rischio è talmente grave che non si può consultare il popolo, quindi indire elezioni, e lo Stato decreta le cose indispensabili da fare perché non ci sono alternative.
Qual è il vero senso esistenziale dei Governi oggi, e la prego di soffermarsi sul caso Italia, nel momento in cui si realizza che stanno svolgendo il lavoro imposto da altre entità meglio localizzabili altrove?
Le classi dirigenti di tutta l’Unione europea e in modo molto netto la classe politica in Italia opera per soddisfare gli interessi del 2-3% della popolazione che detiene il potere economico, politico, mediatico. Rappresentano il pensiero e gli interessi delle classi dominanti, del vertice della piramide, di chi sta più in alto nella scala gerarchica.
A che punto siamo di questo processo di smantellamento vero e proprio dello stato sociale al fine di perseguire una vera e propria ridistribuzione del reddito dal basso verso i vertici?
Il processo è incominciato da una trentina di anni tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. La cosiddetta moderazione salariale in Germania, la stagnazione dei salari negli Usa, il declino di quelli in Italia dalla metà degli anni ’90; sono tutte politiche economiche che vanno in quella direzione: una ridistribuzione dei salari a decrescere dal basso verso l’alto, con il risultato che gli indici di somiglianza hanno raggiunto da noi, come in altri Paesi, a incominciare dalla Germania, livelli elevatissimi. In pratica, è in corso una sorta di risocializzazione, non solo tutto il potere ma anche tutta la ricchezza va nella mani di un gruppo di persone ai vertici della società. Lo strumento dominante per attuare ciò è la finanza, lo strumento finanziario nelle sue varie articolazioni di cui le banche sono una ma ve ne sono altre: la finanza ombra, i grandi gruppi economici, le multinazionali che compongono uno sterminato sistema finanziario che non si riesce ad avvicinare e a cui la classe politica ha reso innumerevoli favori, gli ha aperto le porte, steso tappeti rossi a partire dai primi anni ’80.
La finanziaria del Governo Letta è stata bocciata a Bruxelles, giudicata non credibile, non abbastanza austera e inadeguata al raggiungimento dell’azzeramento del debito per il 2014. Intanto l’Ungheria caccia l’FMI e fa capire che si tiene stretto il suo fiorino.
Le imposizioni del FMI, della Commissione Europea, della Banca Centrale, dell’Ocse o della Banca Mondiale ormai stanno generando un po’ dappertutto delle reazioni di notevole peso, il fatto è che, molte volte, hanno un segno di estrema destra, vanno nel senso di avallare, paradossalmente, la demolizione dello stato sociale, mostrando di resistere alle imposizioni delle organizzazioni citate.
Il dato preoccupante è che finora non si vedono reazioni da sinistra, neanche da quella vagamente progressista o liberale o meglio dire, ormai, liberista. E il fatto che la reazione al predominio del capitale finanziario sia soprattutto di estrema destra è qualcosa che non si registra soltanto in Ungheria, ma in Austria, Olanda, Finlandia, in Francia stessa e, sicuramente, non è un buon segno. I governanti europei hanno dimenticato clamorosamente le lezioni della storia e in particolar modo quel pezzo che si chiama prima ‘Germania di Weimar’ e poi la ‘Germania di Hitler’.
Nella perdita di sovranità monetaria lei individua parte del problema oppure no?
Per certi aspetti è sicuramente un grosso problema che ha un’origine precisa, ossia, quella dell’art.104 del trattato dell’Unione europea il quale vieta alla Bce di prestare denaro ai governi, alle regioni e a qualunque ente pubblico. Questa è una restrizione gravissima che non esiste in tutto il mondo dove le banche centrali (quella d’Inghilterra, la Fed, la Banca del Giappone, la Banca nazionale svizzera) sono state costituite secoli fa, penso a quella d’Inghilterra, per fare due o tre cose: prestare denaro al governo per compiere delle politiche pubbliche importanti per sviluppare l’economia, migliorare le condizioni dei ceti sociali; scopi statutari fondamentali. A noi, hanno rifilato una Bce che non svolge uno dei compiti essenziali di una banca centrale e questo per imposizione dei tedeschi ai tempi di Kohl per accettare l’euro quando è stato sottoscritto il trattato del ’92 (Trattato di Maastricht).
Però, è anche vero che non bisogna concentrarsi troppo su questo aspetto in quanto ve ne sono molti altri. L’Europa attraversava una crisi finanziaria gravissima che ha per protagoniste le banche private, quelle inglesi in altissima misura, quelle tedesche ancora di più e, il risultato, è che si sono salvate a colpi di migliaia di miliardi (intorno ai 4mila miliardi) dal 2008 in avanti senza cedere in cambio nulla che avesse a che fare con il loro strapotere nei confronti dello Stato. Le banche dovevano essere più piccole, meno complicate, dovevano avere meno potere di stampare denaro; teniamo conto che più del 90% del denaro dell’Unione europea è nel Regno Unito che non fa parte dell’eurozona ma è nell’UE e più del 97% del denaro è creato da banche private che sono state inondate, per il loro salvataggio, di denaro pubblico senza dare nulla in cambio in termini di regolamentazioni. Nulla su commesse di derivati, nulla sulla creazione illimitata di credito, nulla sulle campagne di fusioni e acquisizioni che non danno nessun beneficio all’economia reale ma comportano grandi rischi se non vere e proprie speculazioni.
Allora, veramente mi chiedo se i governanti siano semplicemente stupidi o perfettamente d’accordo. Perché irrorare tra prestiti e garanzie circa 4mila miliardi senza chiedere nulla in cambio è veramente una sorta di generosità singolare. Il risultato è che oggi vi sono molte banche europee, circa10-15, i cui attivi in bilancio superano il PIL di un intero Paese. E, in alcuni Paesi, queste banche i cui attivi superano il PIL possono addirittura arrivare a 5 come in Gran Bretagna. Come si fa a regolare l’economia, a intervenire sui mercati, a imporre delle regole dinanzi a giganti di cui uno solo ha più potere economico dell’intera UE perché il bilancio degli Stati è tra la metà e ¼ del PIL, il che vuol dire che in un Paese come la Gran Bretagna o l’Italia per questi 1600miliardi ci sono le banche che hanno tra 1trilione e ½ di attivi, mentre la ricchezza controllata dal Governo è di 4-500miliardi. Non è stato fatto nulla per intervenire sull’architettura del sistema finanziario.
Lei non individua nessuna possibilità da parte della politica di riuscire a regolamentare il mondo della finanza e delle banche?
Così come stanno le cose non la vedo proprio perché il momento in cui si dovevano fare le riforme, tra il 2008 e 2009, momento in cui i dirigenti delle banche, i banchieri avevano molta paura non fu fatto nulla e oggi, i governanti hanno a che fare con gruppi finanziari i cui attivi superano il PIL prodotto in un intero anno da un intero Paese. Gran parte dei governanti non hanno capito nulla della crisi e quelli che hanno capito qualcosa sono d’accordo con il sistema finanziario. Quindi, non vedo bene da dove possano arrivare delle riforme vere e incisive, perché di piccole che non cambieranno nulla sono al momento in discussione al Parlamento del Regno Unito, della Francia, della Germania ma sostanzialmente si tratta di piccole cose, molte volte annacquate, arenate e di cui se ne parla il meno possibile. Il dato di fatto è che l’interlocutore è enorme, chi dovrebbe intervenire minuscolo.
(intervista disponibile alla sezione audio)























 

 

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