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Intervista


Intervista a Paolo Sensini

di Massimiliano Forgione - 29/04/2017

Parliamo del tuo ultimo libro: Isis, mandanti, registi e attori del ‘Terrorismo internazionale’ Arianna Editrice. Perché possiamo affermare che Isis è un marchio costituito da diverse etichette?
E’ un ‘brand’ gestito in cooperativa da vari Stati tra cui i più esposti sono: l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi, il Kuwait che forniscono tutta l’infrastruttura ideologica, appunto l’Islamismo Wahhabita e/o la fratellanza musulmana salafita. Poi ci sono i Paesi occidentali che forniscono tutto il supporto logistico e militare, in particolare gli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna che han dato il battesimo a questa formazione che abbiamo visto spuntare quasi improvvisamente e che, fino al 2014, era una sigla tra le altre che operava nei paesi islamici.
In che modo i Paesi occidentali sfruttano il terrorismo internazionale oggi, come quello locale negli anni settanta?
E’ un processo che avviene sia per interessi interni, non avendo più, le potenze europee, la possibilità sia economica che militare di colonizzare dei territori in quel processo che, un tempo, veniva chiamato Nation building (costruzione delle nazioni); sia per ragioni esterne appartenenti propriamente ai ‘parterns’ in loco, Israele e Arabia Saudita, la cui ‘mission’ attuale è quella di ricostituire, in entità differenti, tutto lo spazio mediorientale. Così come lo conosciamo oggi emerge dalla divisione che ne fecero Francia e Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale con la famosa Sykes-Picot, nome dei due mandatari delle dette nazioni che si spartirono gli enormi territori del crollato Impero Ottomano. Una divisione fatta col righello a tavolino, che ha tracciato confini di contenitori molto fittizi, a rischio di fibrillazioni e continui disordini. Quindi ecco che Israele e altri Paesi Wahhabiti vogliono riconfigurare i confini di quei territori. In questo processo è compresa la Turchia che, con la sua politica neo ottomana, contribuisce alla destabilizzazione di quel mondo e alle convulsioni di paesi quali, nell’ordine: Iraq, Libia e Siria, preda di questi Stati.
Il ruolo di Israele, con la sua volontà di costruire la Grande Israele, in questo scenario è molto particolare.
Israele è il primo attore nell’operazione appena descritta perché dallo smembramento di tutti i paesi che gli sono vicini, per natura, multiculturali, multietnici, multiconfessionali, di un’area che contiene i maggiori giacimenti di idrocarburi, petrolio e gas dell’intero pianeta, avrebbe la possibilità di egemonizzare questo immenso spazio. E’ pur vero che Israele è un piccolo stato con sei milioni di abitanti, ma è pur sempre una delle più grandi potenze militari oggi esistenti con 200/250 bombe atomiche, un esercito molto equipaggiato, mezzi tecnologici di aviotica tra i più moderni e, quindi, con possibilità concrete di soggiogare secondo una politica di ‘Dividi et impera’, cioè frammentando le grandi entità in modo che da piccolo stato militarmente forte possa esercitare il proprio ruolo egemone in tutta l’area.
Cos’è Camp Bucca?
E’ il campo di prigionia costruito dagli americani in Iraq dove, durante la guerra del 2011, venivano messi tutti i sospetti e oppositori di una qualsiasi natura e dove ha trovato forma il gruppo dirigente di quello che è diventato l’Isis.
Chi è Rita Katz?
E’ l’animatrice del SITE (Search for International Terrorist Entities) dal quale promana tutta l’informazione riguardante l’Isis. Potremmo dire che ne è l’ufficio stampa, anche di tutte le galassie di terroristi internazionali jihadisti, e quindi la fonte di tutta l’informazione di cui noi disponiamo. Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani svolge, in modo meno rilevante, la stessa funzione. Quest’ultimo ha base a Londra ed è gestito sostanzialmente da una sola persona: Rami Abdul Rakmann che, nel retrobottega di un negozio di alimentari fornisce a Governi, Intelligence e Media, tutto ciò che viene a sapere telefonicamente dalla Siria. Su questi due pilastri e sulla loro operazione globale si basa tutta l’informazione in nostro possesso e che le Intelligence padroneggiano.
Per l’interesse di chi forniscono le informazioni?
Dei Paesi che più sono implicati in quest’operazione globale. Rita Katz è israeliana, per la precisione ebrea irachena formatasi in Israele ed espatriata, molto legata alle forze di Intelligence israeliane. E’ verosimile che queste entità fungano da copertura dei Paesi che più sono interessati in quest’operazione di ‘masquerade’ e creazione di un immaginario collettivo ben lontano dalla verità dei fatti e che agisce sulla formazione dell’opinione pubblica che non ha possibilità di verificare i fatti e si affida ai mezzi di comunicazione esistenti.
Un altro nome: John Mc Caine.
E’ un politico che nel 2008 è stato concorrente di Obama alla Casa Bianca. Figura in tutti gli scenari più delicati: maggio 2013 a Idlib assieme a quello che diventerà Abu Bakr al-Baghdadi, il cui vero nome è Ibrahim al-Badri al Samarrai, poco prima degli attacchi chimici alla periferia di Damasco imputati alla responsabilità del governo ma in realtà fatti dai ribelli per suscitare un intervento militare americano, francese e inglese; febbraio 2017 nel nord della Siria poco prima dell’attacco chimico nei pressi di Aleppo, imputato ancora al governo siriano che non aveva alcun interesse in quanto i terroristi erano stati messi fuori dai confini e perché tutto l’arsenale chimico in possesso della Siria era stato, nel 2013, interamente stoccato, messo su navi americane e fatto affondare al largo delle coste della Calabria.
Un altro nome: Zbigniew Brzezinski.
E’ stato l’ ’Advisor’ della sicurezza nazionale Usa alla fine degli anni settanta sotto la presidenza Carter, colui che ha inventato i Mujahidin in Afghanistan nel 1979 per farli combattere contro l’Unione Sovietica, da cui poi ha avuto inizio il suo sgretolamento. Colui che arruolava i molto efficaci Mujahidin era Osama Bin Laden.
Nello stesso ruolo lo troviamo come ‘Advisor’ di Obama, sempre impegnato nell’arruolamento di queste figure. Negli Stati Uniti ci sono 22 campi di addestramento di ribelli ‘moderati’ appoggiati, sostenuti e finanziati dal Governo americano.
In buona sostanza, Brzezinski è una delle figure chiave della politica che consiste nell’armare questi gruppi, definirli ribelli moderati e mandarli a combattere in aree geografiche da destabilizzare.
Da dove comunicano i sostenitori dell’Isis?
Il grosso della comunicazione arriva dall’Arabia Saudita, poi Iraq e Siria, dove sono basati, in seguito Stati Uniti, Turchia, Egitto. Fa specie sapere che ci sono gli Stati Uniti che non è teatro di guerra dell’Isis.
Chi è Michael Flynn?
Era il capo della DIA (Defence Intelligence Agency) nel 2012, ossia l’Agenzia del controspionaggio americano che fornisce tutto il materiale più importante alle sedici agenzie americane e che aveva già segnalato che questi Paesi alleati: Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Israele, stavano fornendo una logistica importante ai gruppi dell’Isis e che avrebbero costituito un Principato Salafita tra Iraq e Siria.
Michael Flynn lo segnalò a Obama e in seguito si dimise in quanto non ascoltato e perché la Presidenza nella sua persona di spicco, Hillary Clinton, cooperava attivamente in questa strategia. Uscito dai ranghi di massimo livello in cui era inserito è diventato il braccio estero per la politica estera di Trump durante le presidenziali, colui che gli ha fornito le informazioni più importanti che sono servite a mettere con le spalle al muro Hillary Clinton, in seguito diventato ‘Advisor’ alla Sicurezza nazionale e, per uno scandalo ridicolo e costruito artatamente, costretto a dimettersi nel febbraio 2017.
La questione siriana letta in chiave economica. Qual è il percorso dei gasdotti che da quei territori dovranno passare?
I gasdotti rappresentano il fulcro delle diatribe per piazzarsi nell’area più importante e ricca del pianeta di giacimenti, di idrocarburi, di raffinerie. Nell’area che ha il suo epicentro in Siria si contrappongono due progetti di gasdotti: quello islamico della mezzaluna fertile che parte dall’Iran, doveva passare in Iraq, in Siria e in Libano e da lì ripartire verso l’Europa che rappresenta il mercato più ricco al mondo; l’altro, conteso tra Iran e Qatar, dovrebbe avere la sua origine in quest’ultimo, attraversare l’Arabia Saudita, la Siria, la Turchia e giungere in Europa.
Ecco perché la Siria è diventato il teatro di scontro di questa grande partita geopolitica che deve spartirsi uno dei punti chiave del pianeta e che coincide con la formazione della grande Israele.
I flussi migratori unidiretti: tutti verso l’Europa nessuno verso Paesi arabi.
I profughi della Siria, per la maggior parte islamici, non sono stati accolti da nessun altro Paese islamico dell’area. L’Arabia Saudita, pur disponendo di grandi risorse, di spazi enormi e disabitati, non ne ha preso neanche uno. Sono quasi tutti andati nei campi profughi in Turchia che li usa come arma di ricatto e destabilizzazione dell’Europa.
Già abbiamo l’esperienza della Libia, paese distrutto nel 2011, da cui, come vediamo ogni giorno, arriva il grosso dei flussi che nulla ha a che fare con i profughi che scappano dai teatri di guerra, bensì, secondo la definizione tutta economica di ‘migranti’, arrivano sulle nostre coste in modo del tutto dissennato, partendo dal territorio libico completamente fuori controllo e che vanno ad arricchire le organizzazioni jihadiste che hanno fatto deflagrare il Paese.
Questi i due corni della migrazione di massa che arriva dai Balcani e che in parte è stata fronteggiata dal blocco ungherese, croato e dai paesi cosiddetti di Visegrad (alleanza di quattro paesi dell’Europa centrale: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria); che arriva dalla Libia con il sostegno ‘taxi’ della Marina Militare italiana che funge da ‘Hub’ per chiunque voglia arrivare in Italia e in Europa.
Perché la guerra alla Libia era una guerra all’Italia?
Perché l’Italia è rimasto il Paese partner principale dopo il 1911, perché la Libia ha le dotazioni di idrocarburi più importanti dell’Africa, possiede gas, acqua, risorse fondamentali che Gheddafi gestiva nella più completa autonomia senza inchinarsi a nessun altro Paese. In più stava introducendo, nell’Unione africana di cui la Libia era il principale Paese, un dinaro d’oro che doveva diventare la nuova moneta africana per salvaguardare le ricchezze del Continente ed evitare lo svuotamento demografico dell’Africa. Tutto ciò ha infastidito gli Stati Uniti che non permettono che il petrolio sia contrattato in nessun’altra moneta che il dollaro e la Francia, in prima linea nell’attacco alla Libia, che avrebbe visto diventare carta straccia il suo franco CFA (Valuta utilizzata da 14 paesi africani).
Qual è la strategia di Trump rispetto alla Corea del Nord?
Il suo modo di muoversi è molto ondivago. Ha vinto le presidenziali facendo affermazioni forti con le quali ha intercettato gli umori degli americani e contraddicendo ogni previsione che dava Hillary Clinton vincente al quasi 98%. Affermazioni riguardo al ruolo degli Stati Uniti in Oriente, al ruolo della Nato, insomma, ad una ridefinizione del peso degli Stati Uniti negli affari internazionali.
Da quando è diventato Presidente abbiamo assistito ad una guerra ferocissima nei suoi confronti da parte dell’establishment e dei media che l’hanno portato a perdere pezzi uno dopo l’altro. Uno è proprio Michael Flynn, altro uomo importantissimo della sua squadra, Steve Bannon, capo delle strategie del suo gabinetto, tolto dalla sfera più intima del Presidente. Così abbiamo visto quest’ultimo cambiare politica verso la Siria con una presenza sempre maggiore e una volontà di ingerire senza averne né titolo né autorizzazione da parte dei governi dell’area interessati, cioè Siria e Iraq ed ora assistiamo a questa ‘escalation’ contro la Corea del Nord, molto complicata da capire ma è ovvio che c’è un posizionamento, anche attraverso questo pretesto di esclusiva iniziativa americana, perché non si tratta di un paese in grado di impensierire gli Usa, vicino alla Cina che rappresenta il vero paese problematico per gli Usa, in quanto potenza economica che detiene buona parte del debito statunitense e con il quale il paese di Trump si dovrà confrontare visto che rappresenta la fabbrica del mondo e quindi un problema per il presidente la cui volontà è quella di riportare in patria molte attività produttive. In fondo, non è altro che la prosecuzione della dottrina Paul Wolfowitz elaborata dopo il crollo dell’Unione Sovietica nei primissimi anni ’90 che consisteva nell’attaccare qualsiasi Paese che, anche solo lontanamente, avesse potuto diventare un ‘competitor’ di primo piano degli Usa.























 

 

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