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Intervista


Vivere alla grande, intervista a Fabio Leli, autore del docufilm

di Massimiliano Forgione - 27/05/2017

Come nasce l’idea di questo documentario?
E’ un’idea che nasce nel 2010 da un’esigenza di documentare semplicemente ciò che osservavo. A suo tempo vivevo a Roma, mi ero appena trasferito da Bari, e toccavo con mano le conseguenze del decreto Abruzzo. Uscivo la mattina per andare all’Accademia del Cinema, tornavo il pomeriggio ed ero impressionato dal vedere le stesse facce nelle tabaccherie e nei bar. Gente intenta a giocare costantemente. Da lì la voglia di capire.
Attraverso il decreto Abruzzo, l’allora governo Berlusconi con il ministro al Tesoro Tremonti, volle finanziare la ricostruzione a seguito del terremoto. Il grosso delle entrate doveva provenire proprio dal gioco. Come sono andate le cose?
Nel film viene spiegata bene la dinamica di ciò che realmente è stato: un vero e proprio inganno pubblicizzato addirittura attraverso i telegiornali: indurre la gente verso il gioco, facendo credere che gli introiti sarebbero stati destinati alla ricostruzione. Un fatto drammatico che ha colpito la nuda pelle delle persone coinvolte nel terremoto utilizzate quale pretesto per fare cassa, visto che quei soldi non sono mai arrivati a l’Aquila. Quello che si è realizzato è stato un vero e proprio inganno di Stato con la complicità dei media che hanno fatto da traino.
Quali sono le responsabilità della politica rispetto alla generazione della patologia del gioco. In che modo, dal decreto Abruzzo in poi, ha continuato a servirsi di questo strumento per fare cassa?
Il decreto Abruzzo ha segnato un punto di non ritorno. Pensiamo alla megaevasione fiscale del 2012 da parte delle società del gioco, sanata con un decreto dal governo PD di Letta, che rinuncia all’enorme importo di 98miliardi di euro. Oltre a ciò, la beffa del divieto di pubblicità del gioco mai arrivato e addirittura incentivato con una legge che obbliga le aziende del settore ad investire il 3% degli introiti proprio in pubblicità.
Nella versione integrale del docufilm c’è anche la questione della società Bplus di Francesco Corallo che aveva tra i suoi dirigenti, di cui un procuratore capo, parlamentari di Alleanza nazionale.
Pensiamo poi alla Commissione d’inchiesta messa su da Tremonti con lo scopo di indagare sulla maxievasione di 98miliardi scoperta dalla Guardia di Finanza, che aveva al suo interno un dirigente delle aziende coinvolte: il controllato nel ruolo del controllore. Insomma, tutti esempi significativi dell’implicazione della politica in questo sporco enorme affare.
Il comandante della Guardia di Finanza che condusse le indagini fu costretto al prepensionamento.
Proprio così.
Interessante la metafora utilizzata dallo psicologo Barbetta quando dice che un tempo lo Stato generava Pil portando lavoratori nelle fabbriche, mentre oggi, lo fa portando masse di persone nei luoghi del gioco. In assenza di lavoro l’italiano si affida al gioco, alla fortuna, generando un ciclo depressivo che si autoalimenta. Dalla ludopatia alla depressione che vede l’Italia tra i Paesi con meno crescita in Europa.
Alla fine del film il sociologo Maurizio Fiasco parla di popolo sedato, come Pietro Barbetta parla di felicità che non dipende più dal lavoro, dalla famiglia, ma dalla fortuna. Due analisi lucide di degrado morale, sociale e umano in cui versa la società italiana.
Una precisazione a proposito del termine ‘ludopatia’ che è creazione mediatica. Io userei di più la locuzione ‘giocatori d’azzardo patologici’ che non contiene la componente ‘ludos’, visto che di ludico, in tutto ciò, non c’è veramente nulla.
In questo mondo che non ha niente di ludico teniamo addirittura testa a quella che è considerata la capitale del gioco: Las Vegas.
Siamo poco sotto gli Stati Uniti e il Giappone per spesa nel gioco d’azzardo. Quindi terzi nel mondo e primi in Europa. Ma, abbiamo il primato mondiale per spesa in ‘Gratta e vinci’, ben il 40-45% è concentrato da noi, comprato dagli italiani.
Come è stato accolto il tuo film?
Film come questi vengono sempre osteggiati, però dopo la prima di Locarno, da due anni a questa parte abbiamo fatto più di 70 proiezioni nelle sale italiane e ne abbiamo altre prenotate fino a tutto l’anno prossimo.
Gli organi di informazione in che modo se ne sono occupati?
E’ stato recensito parecchio e anche dai giornali più blasonati. Direi che, per la prima volta, si è cercato di capire bene la portata del fenomeno.
Hai interpellato i monopoli e hai portato la questione in Parlamento. Quali reazioni ci sono state?
Sono in attesa di risposta (ride).

Ascolta l'audio dell'intervista























 

 

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