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Intervista


Intervista a Francesco D'Auria, Presidente dell'Associazione Onlus Minori in Primo Piano

di Massimiliano Forgione - 28/06/2017

Quando nasce, perché e di cosa si occupa l’Associazione?
Nel settembre del 2014, dopo l’esperienza fatta sul territorio come delegazione di Adiantum (Associazione di Aderenti Nazionali per la tutela dei minori, ndr), alcuni soci decidono di fondare Minori in Primo Piano per dare un supporto a coloro che vivono il disagio causato dall’allontanamento dei figli a seguito di separazioni o di provvedimenti restrittivi emessi dal Tribunale dei Minori. Si tratta di supporto psicologico, di assistenza legale, di appoggio morale e di tutto quanto necessiti a chi deve affrontare o ha vissuto una separazione con tutto ciò che ne consegue.
Obiettivo molto importante dell’Associazione è anche quello di promuovere e salvaguardare la bigenitorialità, ossia il diritto di un bambino ad avere un rapporto continuativo e significativo con entrambi i genitori, anche in costanza di separazione. Crediamo che i figli debbano crescere in una famiglia basata su una coppia eterosessuale e non su coppie omosessuali. Quindi, la nostra azione è vasta e risponde ad un bisogno reale di quanti, in regime di separazione, seppure riescono a procurarsi l’assistenza legale facilmente, pur tuttavia, riescono con difficoltà a venire in possesso di tutte le informazioni necessarie per la vera tutela dei minori dal punto di vista del diritto e per quello che attiene alla sfera psicologica e pedagogica.
Sulla base della tua esperienza e di quella raccolta attraverso l’attività dell’Associazione ritieni che la giurisprudenza sul diritto di famiglia sia applicata adeguatamente o ci sono dei punti critici?
Attualmente, la legge che regola il rapporto nella separazione tra i genitori è la legge 54 del 2006, nota come Legge sull’affidamento condiviso che sancisce “la bigenitorialità”, principio fondamentale per la tutela dei minori. In seguito a tale Legge, il 28 dicembre 2013 viene emanato il D.L.gs. 154, noto come decreto sulla filiazione, che sancisce ulteriormente il principio del rapporto continuativo e significativo del figlio con entrambi i genitori. Quindi, la legge, riguardo a tale aspetto, è chiara, anche se andrebbe migliorata in alcuni punti. L’ISTAT ci fornisce dati utili. Infatti, l’ultimo rapporto del 14 novembre 2016 in merito ai “matrimoni, separazioni e divorzi”, afferma che, nonostante i Tribunali abbiano applicato nel 2015 per l’89% l’affidamento condiviso nell’ambito delle separazioni, la Legge non ha trovato una vera applicazione, perché i figli continuano a non avere gli stessi tempi di permanenza con entrambi i genitori. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, i padri continuano ad avere un rapporto di frequentazione con i loro figli ridotto a soli due pomeriggi settimanali e due fine settimana mensili che, tradotto in percentuale, significa che in un mese, i figli sono collocati con il papà soltanto per il 20% del tempo rispetto all’80% di quello delle madri. Questa situazione ci spinge a farci ammettere che nei Tribunali italiani, di fatto, viene applicato un “falso affido condiviso” dei figli, situazione che non si discosta molto dall’Ordinamento che era vigente prima del 2006 quando esisteva soltanto il solo “affido esclusivo” ad uno dei genitori.
In sostanza, sia i giudici che i genitori, sono ancora prigionieri del vecchio modello legislativo e culturale e chi sentenzia, non applica il fondamentale principio, da più di dieci anni sancito dalla legge, che a separarsi sono i genitori e non i figli dai genitori.
In seguito alla mancata osservanza della pariteticità dei tempi dei figli con i genitori, viene disatteso nelle separazioni anche il principio fondamentale del “mantenimento diretto” che consente ad ogni genitore di provvedere direttamente al mantenimento dei propri figli sempre che non vi sia una elevata differenza dei redditi. Questa linea pregiudizievole, che pone i padri in posizione di netto svantaggio nei confronti delle madri, non favorisce il rispetto della bigenitorialità e induce all’aumento della conflittualità tra i coniugi in fase di separazione.
I Giudici, spesso, in tale contesto, sono costretti a favorire l’intervento di figure professionali quali: assistenti sociali, psicologi e neuropsichiatri infantili per indagare nell’ambito familiare e stabilire la modalità più idonea per garantire ai figli il principio di cui sopra.
Quindi, esiste la legge 54 del 2006, il decreto legge 154 del 2013, eppure….
Come ho già detto, i giudici continuano ad applicare la legge con risultati che non si discostano molto da quella esistente prima del 2006 che parla di affidamento esclusivo. Lo dimostrano anche gli studi condotti da Adiantum sul dossier della modulistica in uso nei Tribunali, il monitoraggio sui tempi di frequentazione, la collocazione e il pernottamento dei figli.
Quindi, i giudici applicano la vecchia legge e, qualora si voglia far valere il principio della bigenitorialità, è necessario andare in giudiziale in modo che possano essere coinvolti pareri di psicologi ed esperti di pedagogia. Quindi, possiamo dire che le competenze dei giudici sono inadeguate per sentenziare in assenza di queste figure?
Un giudice, quasi sempre, in costanza di una separazione giudiziale, per stabilire quale sia il regime di collocazione dei figli, preferisce affidarsi a dei professionisti che possano aiutarlo nella decisione delle modalità di affidamento dei minori. Spesso, in presenza di forte conflittualità, si fa ricorso anche a figure territoriali, quali operatori dei Servizi sociali, oltre a quelle già menzionate. La legge 54 non va in contrasto con il D.L.gs. 154, che sostanzialmente dicono la stessa cosa, ma le modalità con cui vengono applicati non rientrano nello spirito con cui sono stati emanati. Il decreto delega 154 della Commissione Bianca è nato con l’intento di raggruppare tutta la normativa esistente sull’affidamento condiviso al fine di semplificarne i contenuti ma, ripeto, l’applicazione è spesso disattesa.
Per affermare il diritto della bigenitorialità è necessario aprire un contenzioso che chiama in causa, oltre ad avvocati e giudici, altre figure citate. Tutto ciò per tutelare il minore che non deve vivere la separazione dai genitori ma la loro separazione. Mi viene da dire che il procedimento a cui si dà vita diventa complesso e chiama in causa il minore in una conflittualità tra le parti che può assumere entità insondabili. Questa realtà non va in contrasto con la tutela del minore, considerando il travaglio a cui viene sottoposto?
E’ Chiaro che è un rischio insito nelle separazioni e divorzi giudiziali, ossia in presenza di separazioni e di affidamenti non consensuali. Quando non si è in presenza di casi di questo genere e qualora gli accordi non vadano a ledere la figura del minore, il giudice non si rivolge a figure altre, chiamate ad intervenire nel caso di conflittualità, soprattutto se alta, che necessita di approfondimenti da parte di chi è chiamato a sentenziare.
In caso contrario il giudice accoglie le richieste di entrambi i genitori, senza avvalersi di supporti esterni, a meno che egli non reputi che tali accordi vadano contro gli interessi del minore.
Sulla base della tua esperienza e di quelle raccolte attraverso l’attività dell’Associazione quale trattamento viene riservato al padre e quale alla madre del minore?
La risposta ci viene fornita dal contenuto delle sentenze delle separazioni che citavo prima dovute a ad una vergognosa prassi giurisprudenziale largamente diffusa. Il “falso condiviso” spinge a favorire un genitore “prevalente” a discapito dell'altro che va ad assumere un ruolo marginale, quasi sempre assunto dal padre. In questo contesto, il genitore “sfortunato”, oltre ad avere un ruolo marginale nella vita dei suoi figli, è costretto a sacrifici economici notevoli dovuti al pagamento del mantenimento dei figli, ad abbandonare la casa familiare (anche qualora fosse di sua esclusiva proprietà) su cui pesa, magari, un mutuo ipotecario; inoltre, viene obbligato al pagamento di un affitto di un appartamento dove poter andare a vivere e ad accogliere i figli e a sostenere altre incombenze. Molte volte, i papà, non avendo altre risorse economiche, sono costretti a rivolgersi alla Caritas per mangiare.
E’ grave che dopo undici anni si debba parlare ancora in questi termini.
Infatti, sono pochi i Tribunali in Italia che applicano il vero affido condiviso. Fanno ben sperare alcune sentenze di alcuni Tribunali e le linee guida dei Tribunali di Brindisi e Salerno, esempi in cui la bigenitorialità assume un ruolo fondamentale nelle sentenze dei giudici. Il mio auspicio è che si continui a lavorare in questa direzione in modo che si possa giungere ad un’equità di trattamento dei genitori nell’esclusivo interesse dei figli indirettamente coinvolti. Fondamentale, in tale fase, è l’esperienza e la preparazione dei professionisti coinvolti nelle cause giudiziali. Quindi è necessario che vi siano delle figure professionali valide a valutare e giudicare ma anche dei genitori disposti a farsi carico di tutti gli oneri legati alla genitorialità.
Dell’Associazione fanno parte anche giudici e avvocati. Puoi dirci quale ruolo ricoprono e come contribuiscono alle attività?
L’Associazione è una Onlus, quindi, non può esserci profitto, non percepisce denaro da chi vi si rivolge per un supporto legale e/o psicologico. Premetto che tutti i soci dell’ Associazione svolgono un lavoro di volontariato, non c’è retribuzione se non i rimborsi spesa previsti per particolari attività svolte. I professionisti (avvocati e psicologi), invece, sono legati all’associazione da un protocollo di intesa che ne definisce le regole comportamentali e il tariffario delle prestazioni a cui attenersi, qualora questi non dovessero godere del gratuito patrocinio (esenzione per redditi non superiori a 11.528.41, ndr). I professionisti chiamati in causa devono, nel rispetto del codice etico e del protocollo di intesa dell’associazione, relazionare al Presidente sui propri assistiti e rispettare un tariffario assunto a modello. All’interno del gruppo, inoltre, esiste un organo chiamato: “Comitato dei saggi”, attualmente costituito dal magistrato in pensione dott. Pagliuca Antonio che ha sempre lavorato nell’ambito civile, la psichiatra e psicologa dott.ssa Sara Viola, giudice onorario del Tribunale dei Minorenni di Brescia e l’avvocato Franco Arona, esperto in Diritto civile e specializzato, soprattutto, in sottrazioni internazionali. Queste persone si interfacciano con il Presidente quando sono chiamati in causa, fornendo pareri utili sulle decisioni rispetto alle problematiche che l'Associazione tratta.























 

 

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