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Intervista


Intervista a Giacomo Stella

di Massimiliano Forgione - 01/10/2017

Giacomo Stella è Professore ordinario di Psicologia clinica al Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell'Università di Modena e Reggio Emilia. Fondatore dell'Associazione Italiana Dislessia, membro del comitato tecno-scientifico per l'attuazione della legge 170 sui Disturbi specifici di apprendimento.
Autore del libro Tutta un'altra scuola! (quella di oggi ha i giorni contati), Giunti edizioni.


Lei, in quanto promotore della legge 170, si è più volte definito non entusiasta della sua approvazione. Perché?
Perché sarebbe utile che, alcune misure didattiche che sono state inserite nella legge, non avessero bisogno di certificazioni specifiche e interventi sanitari, bensì della normalità di una didattica di cui ogni insegnante, all’interno dell'istituzione scolastica di appartenenza, si facesse autonomamente carico. Faccio un esempio, se uno studente non riesce ad apprendere le tabelline a memoria, non ci dovrebbe essere una legge che dica all’insegnante che lo studente può utilizzare le tavole pitagoriche, ma un moto naturale, spontaneo e di buon senso del docente che ha a cuore l’apprendimento e l’espressione del discente. Invece, l’insegnante parte da un altro principio che recita così: siccome la maggior parte delle persone imparano, tutti lo devono fare e, se uno non impara è perché non ne ha voglia, è pigro. Quindi, viene confusa la difficoltà di memorizzazione con la pigrizia.
Per questo non sono contento, perché immaginavo, sin dall’inizio, da un lato una rincorsa alla certificazione di tutti coloro che hanno delle difficoltà e, dall’altro, un irrigidimento da parte della scuola che, invece di avere un atteggiamento aperto e di aiuto nei confronti di quanti hanno difficoltà, risponde con una reazione di chiusura.
Per cui, se da una parte c’è la contentezza per un riconoscimento ufficiale dei disturbi specifici di apprendimento, dell’esistenza del problema da parte del Parlamento italiano, dall'altra la perplessità di immaginare ciò che la legge avrebbe provocato come reazione.
Ed è così che il ruolo dell’insegnante si va sempre più consolidando sulla figura di colui che opera agevolmente su chi riesce ad apprendere per esposizione e irrigidendo in maniera grossolana su quanti, in presenza di disturbi, sono esposti a processi di apprendimento approssimativi.
E' esattamente quanto avviene. Per usare le parole di Don Milani: la scuola è un ospedale per sani. E non si esagera quando si afferma che gli insegnanti tendono a fissare l'asticella del livello della classe sul migliore e non sui medi o ad incoraggiare chi ha difficoltà e ai quali viene tranquillamente detto di sforzarsi di fare come il bravo e i bravi. La scuola non concepisce e non libera, in maniera sufficiente, i livelli diversificati di apprendimento.
La nostra è una scuola che affoga nel nozionismo e che non è in grado di trasformare quella conoscenza, ormai a portata di mano con i nuovi strumenti della tecnologia, da irrelata a correlata, cioè riporre, nella giusta collocazione, una serie di informazioni sparse, dando loro la giusta valenza e l'appropriata sensatezza.
Quindi, la scuola del nozionismo è lontana dall'attualità?

La scuola non deve più avere come obiettivo prioritario quello di trasmettere delle nozioni, perché la battaglia, su questo fronte, è ampiamente vinta da parte degli strumenti mediatici . E' inutile ingaggiare una competizione su questo fronte che non potrà essere che persa per precisione e per velocità. Resta da mediare con la tecnologia che rimane ignorante sul fronte della valorizzazione del senso e dell'incanalamento delle informazioni in un percorso didattico di cui l'insegnante decide tempi e modi. Quindi, all'insegnante la regia per dirigere, argomentare, criticare, discernere tra quanto i ragazzi trovano disponibile in rete. Che non è una falsa conoscenza, esattamente come non era quella contenuta nella scrittura e criticata da Socrate nel suo Fedro. Ebbene, a distanza di duemila anni possiamo tranquillamente constatare come la scrittura non ha affatto compromesso lo sviluppo della conoscenza.
La resistenza rispetto alla tecnologia da parte degli insegnanti è la stessa di un lontano passato, adducendo le stesse motivazioni riconducibili alla perdita della capacità di ricordare, della memoria, quando le neuroscienze affermano che gli strumenti della tecnologia agiscono sulle memorie che aiutano la mente, cioè la memoria semantica.
Noi abbiamo tanti tipi di memoria e tutti ci servono: quella autobiografica, quella episodica, quella semantica, quella procedurale e gli insegnanti devono conoscerle per sviluppare negli studenti le conoscenze che, con i nuovi strumenti tecnologici, molte volte li costringono a partire proprio da quello che già sanno. E invece, assistiamo al triste rito in cui gli insegnanti obbligano gli studenti ad utilizzare solo la memoria episodica che richiede la memorizzazione.
Gli insegnanti conoscono abbastanza bene il processo dell'insegnamento ma molto poco, o ignorano, quello dell'apprendimento. Ancora una volta si scade nell'autoreferenzialità ed in una mistificazione gravissima delle priorità. L'apprendimento dopo l'insegnamento.
Gli insegnanti fanno riferimento, non so quanto consapevolmente, ad un modello di esposizioni esplicite attraverso le spiegazioni anche se, le ricerche sull'apprendimento, hanno dimostrato che non portano a dei buoni risultati se non c'è un'esperienza che richiede apprendimento. Noi impariamo le principali funzioni come il linguaggio, la deambulazione in situazione, senza nessuno che detti delle regole ma che, al limite, dà delle istruzioni e delle correzioni. Quindi, l'insegnamento è un processo importante ma che, senza modelli attivi di apprendimento, di esperienza, di ripetizione, di aiuto, non porta a dei risultati ma, bensì, ad una memorizzazione piena di concetti che non porta cambiamento. Quindi, è un modo di operare che non tiene conto della persona ma esclusivamente del metodo in possesso dell'insegnante che pretende che chi apprende vi si adatti piuttosto che adattarlo allo stile di apprendimento della persona.
I licei sono terra di frontiera per chi ha disturbi specifici di apprendimento. Se non subito, prima o poi, questi studenti, sono messi alla porta.
Sono assolutamente d'accordo. E' proprio così. Ho numerose storie di famiglie in cui i figli iniziano un percorso liceale per, prima o poi, cambiare attraverso tentativi molte volte fallimentari tra vari improbabili indirizzi fino ad individuare, nel migliore dei casi, la scuola che accoglie e che permette di ricostruire una biografia scolastica. La scuola media superiore italiana è sempre stata così perché non è più dell'obbligo e quindi, chi vuole apprendere, o si adegua e va avanti o va a lavorare.
Quest'idea di inclusione decretata (legge 170) e quindi calata dall'alto che gli insegnanti vivono come un'imposizione è completamente aliena da qualsiasi principio di coinvolgimento. Forse per questo più che di una scuola dell'inclusione si può parlare della scuola del rigetto?
E' una scuola che vive di 'disturbi di insegnamento' dove si attua un egualitarismo fasullo, vantandosi del fatto che viene dati a tutti la stessa possibilità senza capire che ciò che è necessario è invece dare ad ognuno la propria possibilità. Faccio un esempio, ad una persona più bassa dovrò dare un sgabello più alto per metterlo in condizioni dei vedere la partita, allo stesso modo di un suo vicino che per propria statura avrà uno sgabello di un'altra altezza e fino ad arrivare a colui che può vedere lo spettacolo senza sgabello.
Ogni consiglio di classe è una scuola a sé. Il paradosso che, all'interno di una stessa scuola, uno studente ripetente venga valutato diversamente a seconda degli insegnanti che incontra e dei giochi di forza che all'interno del gruppo insegnanti si formano.
In teoria questo sarebbe positivo se l'intenzione fosse quella di incontrare le diversità. Invece, ciò che si crea e viene esercitato dal consiglio di classe è spesso un potere autocratico che fa diventare l'esito dell'anno scolastico dello studente una specie di terno al lotto.
Gli insegnanti, molte volte, proprio perché incapaci di offrire credibilità si trincerano dietro due monoliti dell'istituzione scolastica: le programmazioni e le valutazioni.
A riguardo delle programmazioni occorre dire che si fanno molte cose inutili, per cui una potatura dei programmi sarebbe auspicabile. In più, sappiamo che i modelli di scuola più innovativi, prevedono tempi più lunghi di apprendimento e non tempi più incalzanti dettati dalla programmazione.
Per quanto riguarda la valutazione è vero che viene ancora apprezzato il modello di insegnante selettivo rispetto a quello di chi cerca di valutare l'impegno dell'individuo. Per cui, è raro che l'insegnante si metta in discussione e che sia disposto a rivedere il proprio metodo di insegnamento e di valutazione. Occorrerebbe valutare di più il lavoro cooperativo, l'iniziativa individuale, l'impegno, non la prestazione.
Questa scuola e questi insegnanti che futuro hanno?
Gli insegnanti stanno male anche loro a scuola. Io affermo che il rinnovamento della scuola sarebbe utile per i docenti, non solo per gli studenti. Dal mio punto di vista il destino della scuola italiana non è positivo se non si fa una svolta decisa. Si andrà ancora avanti per qualche anno, vivacchiando, ma se non mi decido ad interessare i miei studenti, non introduco l'informatica, non faccio una scuola a tempo pieno, la scuola è destinata a diventare sempre più selettiva e a ritornare quella di un tempo ormai lontano dove in pochi sono quelli destinati al ciclo delle superiori e pochissimi alle università. Oppure, potrà succedere che ci saranno scuole di serie A che lavoreranno su pochissimi soggetti di famiglie che possono permetterselo e scuole di serie B che saranno una sorta di 'refugium peccatorum'. Non sono contento di questo scenario ma, in mancanza di una vera e propria riforma, in presenza di aggiustamenti privi di una reale progettualità, sono questi i due più probabili scenari ai quali andiamo incontro.























 

 

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