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Intervista


Intervista allo storico Francesco Filippi, autore del libro Mussolini ha fatto anche cose buone,Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, casa editrice Bollati Boringhieri.

di Massimiliano Forgione - 20/05/2019

Prime tre bufale da smontare
Iniziamo la nostra conversazione dal sistema pensionistico, quando e da chi fu istituito e quali furono le modifiche apportate dal regime fascista?
Le conquiste in ambito previdenziale segnano un cammino molto lungo che è stato percorso nel nostro Paese sostanzialmente solo attraverso le lotte della classe lavoratrice. Il primo testo a prevedere una copertura per un'ampia serie di categorie di lavoratori è del 1895 e da qui scaturisce quello che fu il testo unico della Previdenza contributiva che è del 1898. Poi seguono anni di lotte, la Prima guerra mondiale dà un'accelerazione in questo senso, tanto che, nel 1919, grazie alla spinta degli ex soldati che rientrano dagli orrori delle trincee, in quello che sarà chiamato il biennio rosso, ma che in realtà è un periodo di forte fermento progressivo e sicuramente anche di scontri nell'ambito della disciplina del lavoro, viene approvata la Previdenza contributiva obbligatoria per tutti i tipi di lavoro, quindi universale. In definitiva, almeno tre anni prima dell'ascesa al potere del fascismo.
Parliamo delle bonifiche e della promessa di portare all'agricoltura milioni di ettari di terreno. Come si svolsero i fatti?
Dobbiamo capire cosa realmente si intenda per: Il duce ha bonificato le paludi. I territori italiani, basti pensare a quelli dell'Agro Pontino, sono stati soggetti di bonifica fin dall'età più antica, i Romani ci provarono, i Papi, anche nell'Italia liberale ci furono tentativi tanto nell'area geografica citata che in altre zone malariche e paludose quali le campagne ferraresi e di Rovigo. Quando il movimento fascista si pone in contrasto all'establishment liberale dichiara l'incapacità dei governi liberali di gestire la situazione, sicché, arrivato al Governo lancia una campagna che viene definita in maniera molto pomposa la guerra alle acque per liberare 8 milioni di superficie da rendere coltivabile. Stiamo parlando di una quantità enorme, circa 1/3 della superficie coltivabile di allora che era di 27 milioni di ettari. Iniziano ma si rendono conto che la situazione non è così semplice come la slogandistica che essi stessi coniano faccia pensare, ci sono dei ripensamenti, una giravolta rispetto alla legislazione del '24 e una riforma nel '28 e, dopo 10 anni, il regime decide di dichiarare vinta la guerra alle acque, proclamando ripuliti e riconquistati alla civiltà 4 milioni di ettari di terreno. Si tratta di un'enormità, ma comunque la metà dei dichiarati inizialmente.
Ma dalle analisi dei dati degli storici dell'agricoltura emerge che a questi 4 milioni ne vengono sommati ben 2 già bonificati in era liberale e, dei 2 milioni restanti, dove troviamo città di nuova fondazione come Littoria, Sabaudia, ben 1 milione e 400 mila ettari in realtà sono appalti per costruzione, desiderata, terreni che sarebbero dovuti finire in lavorazione. Quindi, di realizzato, dopo 10 anni di guerra contro le acque, il regime bonifica in realtà 600 mila ettari, ossia circa l'8% di quanto dichiarato in partenza.
La stessa macchina propagandistica si mette in moto quando si parla di emergenza abitativa. Quale fu il reale impiego di fondi fatto dal regime nell'edilizia?
Occorre distinguere due interventi di carattere capitale. Se la bufala sull'edilizia del duce si circoscrive al fatto che diede la casa agli italiani, che inventò le case popolari, ebbene è smentita dal dato storico che il primo intervento su larga scala con legge nazionale per le case popolari fu del 1903, in piena epoca liberale.
La politica abitativa del regime fu sempre deficitaria, anche perché erano tempi di vacche particolarmente magre e molti funzionari pubblici si lamentavano del fatto che non ci fossero fondi per costruire nuove case. Se, oltretutto, andiamo a vedere quali furono i risultati delle politiche del regime sulla casa, basti pensare che la guerra fascista dal '40 al '43 portò alla distruzione di 2 milioni di case. Quindi, non solo il duce non diede la casa agli italiani ma ne privò.
Se ci soffermiamo sull'edilizia pubblica, quella più in vista, che ancora oggi viene esaltata, ha uno sviluppo molto interessante perché si tratta di una architettura di rappresentanza, per cui vengono spesi un sacco di soldi per fare opere pubbliche che magnifichino il regime. L'intera città di Littoria, attuale Latina, fu costruita sotto questa specifica idea. Città, tra l'altro, priva di un piano regolatore. E quindi anche quartieri come l'Eur, le stazioni ferroviarie, sono tutte declinazioni della prospezione del regime in senso propagandistico. Uno degli architetti che lavorò direttamente alla riedificazione di parti consistenti di Roma, lo riporta lo storico Emilio Gentile, parla di regime di cartapesta, proprio perché più che di strutture utili alla costruzione anche di una narrativa architettonica nuova, si parla di quinte teatrali dentro cui il regime metteva in scena le proprie glorie vere o presunte.
Continua...























 

 

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