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Intervista


Intervista allo storico Francesco Filippi

di Massimiliano Forgione - 21/05/2019

...Ancora tre bufale da smontare
Il regime, nei primi anni, effettivamente raggiunse il pareggio di bilancio, ma non durò molto. Perché?
L'autorevole economista Luigi Einaudi afferma che il pareggio di bilancio fu conseguito grazie alle politiche di risanamento portate avanti dai governi liberali. Già nel '24-'25 il pareggio di bilancio viene raggiunto grazie ad una stretta tassazione che proviene ancora dai governi precedenti e, soprattutto, dalle estinzioni dei debiti di guerra contratti dall'Italia rese possibili anche grazie ai risarcimenti della Germania. Però, è un pareggio che dura la stagione di vantarsene, in quanto occorre dire che, alcune politiche di carattere autarchico, totalitario, che molto hanno a che fare col prestigio e poco con le tecniche economiche, pensiamo a quota 90 e alla necessità di incaponirsi ad avere una moneta forte in un Paese manifatturiero per fare politica di potenza monetaria, fanno slittare la capacità dell'Italia di autofinanziarsi fino a creare deficit cronici, facendo pesare sui bilanci pubblici, non solo le avventure del regime, penso all'Etiopia che costò tre volte la prima guerra mondiale, ma intaccò anche le riserve di ricchezza degli italiani. Il regime non aumentò in maniera esponenziale le tasse, in quanto misura impopolare, ma le aumentò gradatamente negli anni e si finanziò attingendo alle riserve auree della Banca d'Italia per sostenere le proprie spese più o meno correnti, distruggendo il patrimonio accumulato dal Regno d'Italia nei primi cinquant'anni di vita. Si tratta di una politica indicativa di una scarsa lungimiranza economica di un regime che faceva economia di propaganda.
Qual è la condizione che il regime crea attorno alla figura della donna e che nei fatti consolida un sistema patriarcale e cattolico?
Esaminiamo quale fu il modo di agire fascista nei confronti della figura femminile. Il fascismo movimento che ha bisogno di appoggi e che si vuole presentare come rivoluzionario, che si affaccia alla scena politica quale forza di cambiamento, tra le altre cose si presenta allo sparuto ma solido movimento femminista delle suffragette italiane, su tutte Margherita Sarafatti che come sappiamo fu molto di più che una semplice consigliera di Mussolini, fino a divenire un movimento politico apertamente favorevole al voto alle donne e all'emancipazione femminile. Quando va al potere nel 1922 il fascismo regime, nella trasformazione da movimento di lotta a forza di governo, si accorge che gli italiani sono molto diversi e ancora molto legati ad una visione patriarcale della famiglia e della società e per non mettersi in conflitto con questo tipo di istanze conservatrici, il fascismo cambia completamente politica. Nel dicembre del 1925 fa una cosa molto curiosa che colpisce molto per la percezione che il fascismo ha di sé e della sua politica, concede il voto alle donne alle elezioni amministrative. Si tratta di mogli o figlie di eroi di guerra, medagliati, quindi donne che dipendono per la loro libertà da maschi, donne ricche, donne letterate, insomma, una fascia molto ristretta della popolazione femminile.
Rispetto alla percezione che ci sia una certa progressione, nel febbraio del 1926, quindi già in discussione alla Camera, viene varata una riforma molto ristrettiva delle strutture elettive amministrative e vengono abolite le elezioni amministrative locali, ossia non si vota più per i comuni, proprio là dove l'esiguo numero di donne poteva votare, vanificando ogni effetto pratico di un diritto che vide la vita breve di due mesi.
La politica nei confronti delle donne, dopo quel momento, fu totalmente e chiaramente improntata all'idea di riportare le donne nel luogo in cui l'epica fascista le voleva, ossia accanto al focolare. Provvedimenti contro il lavoro femminile, contro lo studio, ma a favore delle maternità, quindi parliamo non di provvedimenti pro femministi ma pro generatività per la costruzione di nuovi italiani.
Il regime non disse mai che l'uomo era superiore alla donna ma che, in un regime corporativo, ognuno aveva il suo ruolo, guarda caso quello della donna era molto ancillare rispetto alla concezione machista del fascismo.
Un paragrafo di uno degli ultimi capitoli del tuo libro è intitolato: Le leggi razziste prima delle leggi razziali, ci dici perché?
La questione delle leggi razziali del '38, vista dalla vulgata che ritroviamo spesso sui social, tende a ridurre il provvedimento ad un inciampo, ad una concessione del regime mussoliniano all'alleanza con i tedeschi. Ciò, oltre a sminuire le colpe storiche del fascismo, porta in sé un problema tecnico, ossia che non è vero!
Il regime fascista fu ampiamente razzista ben prima del 1938, prima di tutto perché il razzismo era insito nella società che crea e sostiene le colonie nella prima età del '900; l'Europa è un continente razzista e le idee razziste vi circolano, del resto il fascismo nasce come movimento razzista perché tale è la stessa società sottostante. Però, Mussolini costruisce una propria peculiare idea di lotta razziale che sta alla base di una serie di provvedimenti tesi a portare alla nascita dell'italiano nuovo. Si tratta di una particolare opera di costruzione genetica che prende corpo attraverso una serie di passaggi formali. Uno di questi è antecedente il regime e sono le leggi razziste dell'epoca coloniale, già proprie dell'Italia liberale, penso allo Statuto per l'Eritrea di fine '800. Quando i fascisti si mettono a fare colonialismo interpretano in maniera brutale questo tipo di visione razziale e costruiscono tutto un corpus di leggi ancora più efferate. La guerra di Etiopia viene scatenata al canto di Faccetta nera il cui testo sessista fa chiaro riferimento alla ricompensa della giovane donna abissina per l'italiano. Quando si compie la conquista, la componente di giovani italiani che ne approfitta è talmente alta che il regime fascista si preoccupa della contaminazione della razza ed istituisce tutta una serie di leggi, con l'istituzione del registro delle leggi civili per la Somalia e l'Etiopia del 1937, che proibiscono la contaminazione razziale. Quelle sono la vera base per i provvedimenti razziali del '38 come dichiara lo stesso gran consiglio del fascismo quando risponde agli intellettuali razzisti che è tempo per il regime, dopo essersi occupato del tema coloniale, di occuparsi dei problemi della razza di ambito metropolitano. In questa continuità disarmante tra razzismo coloniale e razzismo metropolitano, ad essere vittime in quest'ultimo, saranno naturalmente gli ebrei.























 

 

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