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Intervista


Intervista allo storico Francesco Filippi

di Massimiliano Forgione - 22/05/2019

Considerazioni
Cosa vuol dire oggi essere fascista?
Con molta probabilità è un modo complesso di rileggere un passato che si vuol migliore di quello che è. Io sono uno di quelli che appoggia la definizione di Umberto Eco che dice che il fascimo non è una filosofia, non è un modo di pensare le cose, di costruire idealità; il fascismo è una retorica, un modo di raccontare le cose, quindi, un modo di manipolare la realtà e di rinarrarla. Da questo punto di vista, e sono d'accordo con nomi molto più blasonati del mio quali Emilio Gentile, Carlo Ginzburg, se il fascimo come elemento storico non esiste più perché è un fattore della storia di carattere personalistico che inizia e finisce con l'avventura umana di Mussolini; oggi, essere fascista significa appoggiarsi o quantomeno ritenere valide tutte quelle idee che portano ad una compressione delle libertà in favore della sicurezza, ad una cessione di libertà individuali nei confronti di capi più o meno illuminati che riescano a dare risposte ad una società che si pone domande. Banalmente, lo scivolamento dell'asse democratico verso forme di democrazie veloci, il fastidio per i riti della democrazia, sono i sintomi della volontà, in un periodo di crisi economica, sociale e culturale, di proporre soluzioni semplici a problemi complessi, in sostanza una forma di protofascismo.
Vedi delle differenze tra le attuali forze governative che si sono strette attorno ad un contratto?
Si può dire che le politiche di questi ultimi anni siano state orientate verso una ricerca spasmosdica del consenso facile della società. I grandi partiti di questo Paese, tutti, hanno fatto a gara per solleticare l'indole più profonda e al contempo meno elaborata della nostra società. Basti pensare che c'è chi si è vantato per anni di saper parlare alla pancia piuttosto che al cervello degli elettori, abdicando ad una funzione di guida che si immagina nella politica per andare verso posizioni di accondiscendenza degli umori della società. Quindi, le compagini che sono al governo, se vi sono, è perché sono riuscite a interpretare meglio questi bisogni emozionali degli italiani.
Intendiamoci, non vedo all'orizzonte la restaurazione di un regime ma è chiara una abdicazione alla responsabilità di essere governanti e opposizione dialogante. Gli inciampi democratici sono evidenti come lo sono i parallelismi rispetto alle incapacità delle forze liberali degli anni '20 di dare risposte concrete alla popolazione.
La democrazia italiana ha iniziato la sua caduta verso qualcosa di più verticistico nel momento in cui in una repubblica democratica fondata sui partiti si è sentita la necessità di mettere in guida i candidati all'interno dei simboli dei partiti, passando dalla rappresentazione dei valori messi in campo dai partiti a dei cartelli di persone che si univano per appoggiare una persona sola. Nel momento in cui 60 milioni di elettori vengono chiamati ad apporre il proprio voto sul nome di una persona su un simbolo, assistiamo al degrado della forma di rappresentanza pubblica, in quanto non stiamo più votando idee, ma persone che speriamo abbiano delle idee.
Ed è così che si passa dal concetto di rappresentanza a quello di rappresentazione.
Siamo in piena democrazia recitativa, bellissima espressione coniata da Emilio Gentile.























 

 

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