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Scienza e Ricerca


Intervista a Pietro Perrino, Direttore dell'Istituto del Germoplasma del CNR di Bari (1983 – 1993; 1998 – 2002)

di Massimiliano Forgione - 17/11/2013

Cos’è il germoplasma?
Etimologicamente vuol dire materia vivente, sono microrganismi unicellulari capaci di moltiplicarsi. Con riferimento al mondo vegetale, i semi in grado di moltiplicarsi e dare origine a una piantina, sono germoplasma.
Perché la loro preservazione è così importante?
Perché, conservando i germoplasma, e parliamo dei semi addomesticati dall’uomo, preserviamo l’agrobiodiversità, che va distinta dalla biodiversità che esiste in natura, di cui l’uomo beneficia, senza esserne artefice.
E quindi la banca che ne preserva l’esistenza cosa fa in concreto?
La banca genetica di Bari che io collaborai a costituire alla fine degli anni ’60 si è occupata, nel tempo, di raccolta e conservazione di germoplasma, ossia semi di piante coltivate, ma anche di specie affini (selvatiche) che incrociano naturalmente o con l’aiuto dell’uomo le piante coltivate, trasferendo a queste qualità e caratteristiche in origine assenti.
Abbiamo parlato di biodiversità in agricoltura e la possiamo associare alla rivoluzione verde. Ci dice perché quest’ultima mette in pericolo la prima e quando inizia questo processo?
All’inizio del secolo scorso, esattamente nel 1905, viene coniata per la prima volta la parola genetica e si afferma che i caratteri sono ereditari sulla base di un codice genetico. In seguito, alcuni ricercatori, attraverso gli incroci e le selezioni, iniziano a creare nuove varietà. Per cui, si passa da miglioramenti operati dall’uomo in maniera abbastanza inconscia e sin da quando l’agricoltura inizia a caratterizzare la sua vita, 10-11mila anni fa, a miglioramenti frutto di modificazioni empiriche. Dopo il 1905, capiti i meccanismi (selezioni, mutazioni spontanee e incroci) attraverso i quali vi è una evoluzione delle piante, le varietà diventano il frutto della volontà dell’uomo. Fino poi ad arrivare, pericolosamente, alle modificazioni indotte attraverso le radiazioni o le sostanze mutagene.
E’ così che si giunge al perfezionamento dell’agritecnica che prevede l’utilizzo massiccio di concimi artificiali, forti irrigazioni e la meccanizzazione del processo; in poche parole: ‘industrializzazione dell’agricoltura’ con rese di molto superiori a quelle conosciute prima.
Questa è la prima rivoluzione verde da distinguere rispetto alla seconda che si ha con gli ogm; ossia, da quando, attraverso radiazioni e sostanze mutagene si iniziano a modificare gli alimenti dell’agricoltura.
Però, è evidente che la locuzione ‘Rivoluzione verde’ ha un’accezione nel complesso negativa in quanto ha causato una vera e propria erosione genetica, una perdita di biodiversità. Attraverso l’agricoltura l’uomo ha deforestato il territorio e, di fatto, diminuito la notevole biodiversità esistente in cambio di un aumento demografico e dell’introduzione di una ridotta agrobiodiversità specifica e utile al suo proprio sostentamento. Se pensiamo al grano esistente oggi, possiamo dire che è a biodiversità quasi zero.
Così, a fronte di questa riduzione preoccupante, nasce la necessità, attraverso le banche del germoplasma, di preservare la diversità esistente. Ad oggi ne contiamo oltre 1700 in tutto il mondo per una conservazione di circa 7 milioni di campioni di diversa specie. A queste varietà si sarebbe dovuto ricorrere in quanto resistenti a fenomeni moderni quali: siccità, malattie e stress in generale; se non fosse che, alla fine degli anni ’80 giungono gli ogm (2° rivoluzione industriale) che, in quanto più omogenei, sono peggiori dei campioni conservati (1° rivoluzione verde).
In buona sostanza non è attraverso i concimi artificiali (1° rivoluzione verde) o le radiazioni (2° rivoluzione verde) che noi avremmo dovuto ottenere la agrobiodiversità. Teniamo conto che per gli ogm ci sono studi che certificano il legame diretto che esiste tra questi e l’insorgenza di malattie nell’uomo, in quanto cancerogene e non perché contengano la radiazione ma per mutazione profonda del suo genoma che non soddisfa le esigenze umane o animali. I prodotti trattati con concimi hanno delle attenuanti perché, è pur vero che comportano una variazione del genoma ma non in maniera così spinta (non viene mutato), si sono evoluti con l’uomo, quindi potrebbero essere meno dannosi, anche se il condizionale è d’obbligo in quanto non esistono studi realmente attendibili in merito.
Possiamo sfatare il mito che le colture biologiche siano quantitativamente inferiori a quelle industriali?
Vandana Shiva (Premio Nobel alternativo) riporta un dato della FAO secondo il quale l’80% dei prodotti agricoli è di provenienza biologica. Il biologico non è soltanto quello certificato, cosa che avviene se chi coltiva si iscrive all’albo delle associazioni biologiche; ci sono molte coltivazioni di sicura e tracciata provenienza che rispettano gli stessi processi naturali ma non burocratici.
Delle 1700 e oltre banche del germoplasma esistenti al mondo, quella di Bari, naviga in cattive acque. Perché?
Con la ristrutturazione del CNR il responsabile di allora (siamo nel 2003) non si adoperò per la riparazione degli impianti di refrigerazione con conseguenti danni per i diversi germoplasma. Danni accertati da un consulente tecnico che portò a decreto immediato di sequestro da parte del magistrato con obbligo di provvedere, da parte del CNR, alla rigenerazione dei germoplasma stessi. Ciò avrebbe salvato una parte di semi sopravvissuti perché, ormai, buona parte era definitivamente morta. Comunque, la rigenerazione può tenere in vita un seme ma il danno subito rimane e, tanto più questa rigenerazione sarà posticipata, tanto meno sarà il numero di germoplasma salvato.
Qual è la situazione attuale?
Il direttore succeduto a quello dei tempi del disastro, lunga mano del precedente, non è più così influente all’interno della struttura; molti ricercatori si sono ribellati a questo stato di cose e sembrerebbe che le sorti della banca genetica siano destinate a cambiare e quindi a salvare qualcosa. Teniamo conto che stiamo parlando, secondo le mie stime di allora, di circa 10 milioni di euro ma, purtroppo, consideriamo che i semi non creano consenso e non stiamo parlando di una banca d’affari ma di una banca del germoplasma.
(intervista disponibile alla sezione audio)























 

 

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