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Intervista a Roberto Valentino, Ufficio Stampa Bergamo Jazz Festival

di Massimiliano Forgione - 24/03/2014

Ti occupi dell’Ufficio Stampa di Bergamo Jazz Festival da diversi anni…..
Dal 1993 con una pausa di quattro anni….
A tuo modo di vedere come viene percepita la manifestazione dagli organi di stampa locali, nazionali e internazionali?
La riflessione andrebbe allargata alla considerazione che ha il jazz a livello mediatico; sappiamo che funziona poco perché il suo pubblico non è da grandi numeri, a meno che non si parli di grandi personaggi, tali non solo a livello jazzistico. Il festival di Bergamo rientra in questo discorso, per cui, quando nella rassegna sono passati artisti noti anche oltre il jazz, abbiamo avuto degli ottimi riscontri da parte della stampa nazionale. Però, devo dire che l’attenzione c’è e anche quest’anno, pur con un cartellone che non prevede personaggi extrajazzistici, ci sono delle belle recensioni. A livello locale c’è L’Eco di Bergamo con cui abbiamo dei rapporti eccezionali e, da qualche anno, il Corriere della Sera locale.
Ci sono degli aspetti che a tuo modo di vedere vengono tralasciati ed altri che nel tempo diventano ridondanti?
E’ un fatto che il jazz sui media funzioni poco se non, ripeto, quando l’interesse diventa maggiore perché vi è il personaggio che ha la notorietà che valica i confini del jazz; il caso più eclatante in Italia è Stefano Bollani che si potrebbe paragonare ai livelli di una star di musica pop. Quindi, direi che il punto è riuscire a far capire l’essenza di questo genere musicale. Diverso è il discorso della stampa specialistica, e in questo annovero anche i siti, che riservano alla manifestazione ampio spazio e attenzione. Quest’anno, abbiamo anche due nuove testate di siti francesi: jazzmagazine e jazzhot che si aggiungono a quelle che già da diversi anni frequentano il nostro festival. E’ un fatto che il BJF goda di grandissimo rispetto, soprattutto da quando è iniziato il nuovo corso, ossia con la direzione artistica di Uri Caine, poi Paolo Fresu e, in ultimo, Enrico Rava.
Con Rava è stato calcato molto di più l’aspetto della collaborazione tra Bergamo Film Meeting e Jazz Festival.
Sì, questa è stata una delle impronte che ha lasciato Rava che è un grandissimo appassionato di cinema. La collaborazione tra BFM e BJF esisteva già, con Rava si è rafforzata, sono aumentate le proiezioni di film dedicati ai rapporti tra jazz e cinema.
Tra l’altro pellicole di valore e, come nel caso di I want to live di Robert Wise, quasi sconosciute.
Esatto! Questo film, assieme al più famoso Ascensore per il patibolo, ci danno un quadro della scena jazz californiana degli anni cinquanta.
Per Roberto Valentino quale è stata l’edizione più rappresentativa, quella che più ti ha lasciato il segno?
Il mio lavoro è fare uffici stampa a livello nazionale e non solo per il jazz, mi occupo anche di stagioni liriche e festival vari. Sono molto legato al Jazz Festival di Bergamo perché io ho scoperto il jazz proprio grazie a questa manifestazione, in particolare nella vecchia edizione, parliamo del ’73. Insomma, come John Belushi fu illuminato da James Brown, io lo fui dalla Art Ensemble of Chicago, era l’edizione del ’74, rimasi molto colpito dalla loro esibizione e, da allora capii, che questa è la mia musica. Poi dal ’93, ripeto, con una pausa di quattro anni, ho un ruolo attivo e posso affermare che ogni anno c’è qualcosa di buono e di meno buono; magari sulla carta il festival si annuncia notevole tranne poi far registrare qualche delusione. Ecco, quest’anno, sulla carta, è indubbiamente uno dei migliori festival dal 1991, da quando è rinato il Festival di Bergamo e, fino a questo momento, delusioni non ne abbiamo avute. Quindi, sicuramente una delle migliori edizioni.
Diamo uno sguardo al futuro, sappiamo che questo è l’ultimo anno della direzione artistica di Enrico Rava…..
Sì, su questo non posso dire nulla, noi abbiamo al momento la sua disponibilità a, eventualmente, prolungare per un anno l’incarico. Ci sono dei colloqui in corso con altri potenziali direttori artistici, ma non posso dire assolutamente nulla.
Neanche lo strumento di riferimento?
(Ride)
Come ufficio stampa, alla luce di come operato finora, cosa senti che vada fatto per il prosieguo?
Uno fa sempre le cose che può sulla base di quelli che sono i sommovimenti nel mondo della carta stampata e dei media in genere. Oggi, è più rilevante l’informazione via internet, il webmagazine rispetto al cartaceo; nell’ambiente del jazz, solo in Italia, ci sono due riviste, tre o quattro tra webmagazine e blog interessanti. Quindi, va detto che chi fa ufficio stampa deve adattarsi a quelli che sono i media, con tutte le forti limitazioni quando si parla di jazz, perché le testate giornalistiche fanno tutt’altre scelte. Nell’ambito della stagione lirica, penso a quella di Bolzano da me curata, abbiamo più possibilità di uscire sul Corriere della Sera, Repubblica, Sole24ore. Con il jazz, quando si parla di musicisti prettamente dedicati al genere, ciò non è possibile, oggi. Le stesse difficoltà le ha Umbria Jazz che, pur essendo il festival più famoso e importante d’Italia, riesce ad avere l’attenzione delle testate nazionali se ospita Sting, Prince o, come quest’anno, Mannoia.
Questo è vero, come lo è anche il fatto che il pubblico jazz apprezza un cartellone come quello di quest’anno e altro non si aspetterebbe.
Noi siamo ampiamente soddisfatti dell’affluenza di pubblico al BJF; sono anni che ormai ci attestiamo sul rinnovo fedele di 600 abbonamenti, con qualche ricambio fisiologico, comunque su 1000 posti disponibili al Donizetti, più della metà vengono occupati sempre e tutte e tre le sere con questa modalità. Questo è un dato rilevante che, a parte Umbria Jazz, penso che altre manifestazioni di genere non possano vantare. Poi si tratta di un pubblico non solo locale, molti vengono da diverse regioni italiane e anche dall’estero. Questo ci dà la spinta per guardare in avanti, anche se bisogna fare i conti con problemi di budget, nonostante l’instabilità politica ed economica.
Ecco, chiudiamo con la considerazione della politica per questa manifestazione.
(Lungo sospiro) Non posso dirti molto, anche perché adesso ci sono le elezioni a Bergamo, quindi non so cosa succederà. Vedo che gli assessori che si sono succeduti negli ultimi anni hanno dato fiducia al Festival.
Quindi, non si tratta di presenzialismo fine a se stesso quello delle istituzioni ma partecipano con contributi economici tali da sostenere il budget?
(Sospiro, meno lungo) Non sono io che mi occupo direttamente della questione, però ritengo che il budget del BJF è molto inferiore a quello che dovrebbe avere, per storia e per prestigio. Certi artisti noi non ce li potremo mai permettere perché, se invitassimo Wayne Shorter, per fare un nome, non so quanti altri ne potremmo invitare. Ci sono Festival con meno storia, meno prestigio, che hanno il doppio dei soldi rispetto a noi. Mi sembra che, con quanto abbiamo, riusciamo a fare delle belle cose. Detto ciò, bisogna riconoscere che BJF è comunque un fatto istituzionale, Teatro Donizetti e Comune di Bergamo, senza i quali non ci sarebbe il Festival.

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