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Primo concerto jazz del Trio Da Paz al Franco Parenti
Conversazione con Gianni Morelenbaum Gualberto

di Massimiliano Forgione - 07/03/2016

A cosa hai pensato, al di là degli aspetti tecnici e della disponibilità dei musicisti, quando hai dovuto organizzare questo ciclo di concerti jazz al teatro Parenti?
Lavorare in teatro è complicato perché ti devi inserire in una programmazione che ha tutta una sua filosofia dove, quasi sempre, la musica non è presente; quindi, è difficile combinare le proposte e trovarvi un filo conduttore.
E’ anche vero che io non amo molto i fili conduttori, penso alle famose stagioni a tema di fronte alle quali rimango sempre un po’ perplesso. Oggi, c’è una tale varietà di talenti, di fenomeni e linguaggi musicali, rispetto ai quali si potrebbe creare qualcosa di più sistematico. Però, viviamo in un momento di transizione culturale particolare; la globalizzazione, con tutti i suoi aspetti positivi e negativi, dà espressione a questo rigoglio di talenti, la maggiore parte dei quali non viene dal mondo che abitualmente conosciamo, perché l’Occidente, oggi, tende ad accogliere il talento altrui più che ad esprimerlo.
Allora, ho pensato che fosse più interessante vedere, in questo piccolissimo spazio che abbiamo, come questo talento si esprime, partendo dalla base comune del jazz, della musica afroamericana, con tutta l’influenza che ha avuto nel ‘900 fino ad oggi, soprattutto facendo caso alla peculiarità che questo elevato tasso di virtuosismo, che di solito diventa la cifra espressiva dell’artista quando ha detto tutto, perché giochi con quello che hai già espresso ma lo fai talmente bene da sembrare nuovo; ebbene, la mia attenzione è andata verso il virtuosismo che manifesta la necessità di comunicare con altre culture, dando luogo al meticciato, che oggi si racconta attraverso una grandissima ricchezza di materiali, di spunti e soprattutto una elevatissima classe strumentale.
Bello quanto hai detto perché il tuo programma jazz si va ad inserire in uno più largo che è quello del genere ‘trance’.
Sì, l’elettronica è un mondo molto affascinante che ha preso, nel tempo, aspetti molto particolari. Se pensiamo a come è nata all’interno della musica contemporanea, per molto tempo ostica al grande pubblico, come tutto il ‘900 del resto; ebbene, la musica elettronica, particolarmente quella tedesca da Stockhausen in poi (Karlheinz Stockhausen è stato un compositore tedesco, tra i più significativi del XX secolo. È conosciuto per il suo lavoro sulla musica elettronica, sull'alea nella composizione seriale e sulla spazializzazione in musica. Ndr, fonte wikipedia) ha continuamente cercato una serie di collegamenti; io cito sempre un pezzo di musica elettronica di un intellettuale, Manuel Göttsching, chitarrista del gruppo storico tedesco degli Ash Ra Tempel, che ha scritto un pezzo per laptop e chitarra che si chiama E2-E4 che ha spalancato le porte dell’elettronica verso la comunicazione. E’ interessante vedere come l’elettronica si sia saputa bilanciare tra alta cultura e comunicazione, dando un’umanità ad un materiale che si pensava fosse completamente alieno a quello che può essere un concetto di spiritualità e comunicazione.
Bergamo Film Meeting ha aperto la sua 34ma edizione con il film del ’29 di Siodmak ‘Gente di domenica’ musicato dal vivo dal gruppo islandese Mùm che suona musica elettronica. Cosa ne pensi di questa commistione?
In Italia siamo molto arretrati in questo. Il ‘cutting edge’ dell’elettronica, delle biotecnologie applicate allo spettacolo, alla musica, da noi non sono ancora arrivati. La mescolanza di linguaggi, anche in questo campo, da noi tarda a giungere. Oggi, sui palcoscenici di NY c’è una continua fusione tra linguaggi, discipline, modi di esprimersi. Noi, in questo, siamo rimasti molto indietro.
Qual è la tua soddisfazione rispetto a tutto ciò che crei e metti in atto negli ambienti culturali di Milano?
Io sono un uomo fortunato perché il mio hobby è diventato il mio mestiere. Per quanto sia un lavoro che in Italia non dà grandi soddisfazioni, mi diverto ancora molto. Senza piaggeria dico che ogni giorno per me rappresenta la scoperta di musica nuova alla quale trovare la sua origine, la propria derivazione. Ascolto continuamente proprio per soddisfare questo mio senso di ricerca.
Sappiamo quanto difficile sia avere a che fare con l’indifferenza delle grandi aziende rispetto a questo mondo, e ciò ha pesato molto sul mio lavoro, ma, alla faccia loro, continuo imperterrito. Anche perché da pessimo musicista quale ero ho sviluppato, al contrario di molti, un grande amore per interpreti capaci, tanto che mi dico: meno male che esistono loro.

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