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Conversazione con Fausto Russo Alesi, regista e interprete dell'Assolo 'Natale in casa Cupiello'

di Massimiliano Forgione - 23/03/2016

Ho la certezza, dopo aver visto il tuo Natale in casa Cupiello, di aver realmente capito questo dramma, questa commedia. Sarà la formula dell’assolo che permette questa migliore comprensione?
Quanto hai detto mi fa molto piacere. Il mio è stato un lungo lavoro di concentrazione per portare in scena il testo di Eduardo, le sue parole, le metafore quasi come fossero dei personaggi. Ogni parola del testo ha un valore ed io cerco di non scivolarci sopra, di farla risuonare. Sicuramente, il fatto di vedere un attore da solo in scena che racconta il dramma della solitudine, rende questo aspetto del testo molto chiaro, forse a detrimento di altri, perché comunque la commedia è scritta per essere un dramma corale; però, proprio questa assenza di coralità, può essere qualcosa che in realtà, nell’immaginazione dello spettatore, restituisce di più quelle che sono le crepe esistenti all’interno di questi rapporti.
E’ evidente uno studio minuzioso dei singoli personaggi, per esempio di Concetta riesci a riprodurre la voce in maniera pressoché fedele, di Tommasino (Nennillo) accentui i tratti effeminati. Come sei entrato nei singoli personaggi?
Per ognuno di loro c’era qualcosa che volevo tirar fuori. Diciamo che i personaggi di Concetta e di Luca, essendo i genitori, volevo che potessero rappresentare qualcosa di remoto. Se ti riferisci alla versione televisiva in cui il personaggio di Concetta è interpretato da Pupella Maggio, devo dire che non ho mai fatto uno studio di questo tipo; certo ho delle immagini di visioni che risalgono alla mia infanzia, ma quando ho deciso di intraprendere questo viaggio, mi son guardato bene dal visionare il video, innanzitutto perché è inarrivabile e poi perché ho ritenuto che potesse essere l’approccio sbagliato in quanto, il mio intento, è dare valore al testo oggi e capire cosa ne è di quello messo in scena da ‘quella’ compagnia senza Eduardo.
Evidentemente, qualcosa era talmente sedimentato nella memoria che è emersa involontariamente. Però, quando ho capito che fuoriusciva, non ho voluto andare altrove perché mi piaceva il fatto che ci fosse qualcosa di inamovibile, un’interpretazione che rimanesse come un riferimento, ho preferito, invece, andare ad operare un possibile cambiamento sui giovani. Questo mi è sembrato il modo giusto di approcciarmi al testo perché si racconta di una inamovibilità, di un’incapacità di mettersi in discussione, in movimento, di un’impossibilità di riuscire a comprendere il cambiamento. Quindi, che ci fossero dei personaggi che rimangono come delle rocce scolpite, come evidentemente è rimasta Concetta nella mia memoria, mi piaceva e non ho voluto modificarlo, anzi ho ritenuto che potesse andare a vantaggio dei sensi.
Per Luca è un po’ diverso perché ho voluto accentuare molto la sua colpevolezza, la sua connivenza con quello che succede. Nella versione televisiva era ancora così, poi Eduardo ci dice, nei testi che ha lasciato, che man mano che faceva questo personaggio, in un copione che ha fatto per tutta la vita, quindi c’è dentro l’esistenza che scorre, i cambiamenti di quando si cresce, l’iniziale innocenza lo ha caratterizzato sempre meno. Io ho cercato di evidenziare tantissimo questa colpevolezza, cioè mi piaceva raccontare un Luca Cupiello che rimuove ciò che lui stesso ha generato. Ecco, questa rimozione per me ha una valenza tutta contemporanea, tutti noi mettiamo in moto questo meccanismo: piuttosto che vedere le gabbie di cui noi stessi siamo artefici, affrontare e cambiare gli impedimenti che noi stessi ci creiamo, preferiamo chiudere gli occhi e dimenticare.
I figli sono nevrotizzati da questi genitori, compressi, di tutti e due viene detto che sono malati, perché evidentemente non è stato loro permesso di crescere con la loro autonomia, con la loro identità. Vedevo che c’erano delle battute che Eduardo, nelle varie versioni, continuava a togliere e a mettere e l’aspetto della femminilità di Tommasino è stato proprio Eduardo a suggerirmela perché è stata sottolineata ma anche censurata. Quindi, ho pensato che fosse qualcosa di cui l’autore volesse parlare ma sul quale non ha più di tanto insistito perché i tempi non lo permettevano.
Certo poi, essendo da solo sul palco, ho preferito concentrarmi di più sulla comicità, la commedia dell’arte, sull’umanità di questi personaggi, le loro urgenze.
Per esempio, la parte della lettera di Tommasino, che è assolutamente comica, volevo che fosse un tentativo di rivoluzione, un atto d’accusa, un momento in cui il figlio veramente cerca di ribellarsi e tirare fuori una sua verità, un suo punto di vista diverso da ciò che è già scritto.
Stessa cosa per Ninuccia che è stata fatta sposare a questo Nicolino, persona ambigua, ricca, perché può soddisfare il desiderio di rivalsa sociale di tutta la famiglia, soffocando, di fatto, le vere pulsioni della figlia. Così, anche lei compie un atto rivoluzionario, scappa, mettendo in crisi l’assetto stabilito.
Quindi, non entrando veramente nei personaggi ma accennandoli, io volevo che in tutto lo spettacolo ci fosse per ogni aspetto il suo residuo, quanto rimane sul fondo. Tutto lo spettacolo è costruito così: c’è uno scheletro di casa, la scenografia è fatta di residui di oggetti…..
….visto che parli di questo ti anticipo la domanda: Hai curato la regia e l’adattamento dello spettacolo. La scelta della scenografia lascia percepire un senso di precarietà di tutto il campo d’azione.
Volevo che il pubblico potesse lavorare soprattutto di immaginazione. Il mio desiderio di quando faccio uno spettacolo è che lo spettatore viaggi insieme a me, ma che sia lui a poter immaginare quello che non vede. Con questa scelta ho voluto permettere al pubblico di conservare l’immagine del proprio personale Natale in casa Cupiello e, allo stesso tempo, dando una serie di strumenti, chiamarlo in causa per aggiungere un ulteriore proprio significato. Una scena così scarna ha proprio la valenza di voler essere evocativa, per me ha significati ben precisi ma ognuno può attribuirgli i propri.
Anche questa soluzione è stata Eduardo a suggerirmela. Il suo prologo, fatto per annunciare la versione televisiva in bianco e nero, è stato lo strumento che ho utilizzato per fornire chiavi interpretative che potessero rendere possibile il viaggio dello spettatore con me. Eduardo, in questo prologo, rivolge allo spettatore la domanda se, nella propria casa, avesse allestito il presepio; intendendo che ognuno ha il proprio personale presepio e io volevo che ciascuno riflettesse sul quello che ha allestito nella propria vita.
Lavoriamo sulle simbologie, il presepe, visto che ne stai parlando.
Il presepio è nella tradizione l’immagine della sacra famiglia, dell’unione, dell’amore, della nascita, ma in realtà è molto di più e il mio desiderio era proprio portare la riflessione, di quanti hanno visto la rappresentazione, su quello che hanno allestito nella propria vita, su quella che rappresenta la sua personale fuga da qualcosa. Per ognuno di noi, il presepe, può essere una droga differente e sicuramente è quell’immagine finale che ci racconta Luca sul letto di morte, didascalia meravigliosa, che lui non verbalizzava perché non ne aveva bisogno, aveva la compagnia e la si leggeva nei suoi occhi; per me, essendo da solo, quelle parole sono fondamentali ed esprimono tutta l’amarezza e la drammaticità di quando lui, nel suo capezzale, preferisce farsi morire nella finzione, accennando un sì di circostanza e perdendosi nell’immagine del presepio che lui stesso dice essere una visione incantevole e non la realtà.
Insomma, quell’immagine di persone che collaborano, si accettano, costruiscono, lavorano insieme, purtroppo, è solo una visione e non la realtà.
E’ un’opera ricca di simbologie, lavoriamo su altre due: la tazza di caffè e la zuppa di latte.
(Ride) Sì, è un testo ricco di simboli. Diciamo che il cibo viene utilizzato molto perché ricco di evocazioni. Quasi tutti i momenti segnati da tensioni emotive, da grandi conflitti, sono sempre attraversati dal cibo. Sul punto di morte, Luca racconta della zuppa di fagioli. Ricordiamoci poi del capitone che sfugge alle donne, scena madre del dramma.
Il caffè rappresenta un rito che si esplicita tantissimo nel terzo atto a scandire la veglia del morituro. Devo dire che quelli da te citati non sono tra i simboli su cui mi sono più concentrato, ci sono, fanno parte del racconto, ma anche perché più presenti nella mente dello spettatore, ho preferito non cavalcarli troppo e dedicarmi di più a far emergere quanto sta sotto questa casa, a quel ‘residuo’ di cui parlavo prima. Ciò che è sempre presente in maniera non esplicita dall’inizio alla fine dell’opera è il senso di morte, è come se Eduardo ci dicesse che la morte è sempre lì, dietro la porta a bussare, oppure sotto i tuoi piedi, ed è proprio il senso di immobilità che lo richiama in continuazione in scena, l’incapacità di generare movimento, cambiamento, lo fa percepire come incombente.
E la finzione non può fare altro che allontanarlo, rimandarlo, ma non certo evitarlo.
Assolutamente no. Per questo mi sono voluto concentrare molto sul tema della solitudine e dei fantasmi con cui ogni personaggio si deve relazionare, piuttosto che con una persona reale. Per questo i personaggi, in realtà, non stanno dialogando ma monologano.
Perché parliamo di una morte che caratterizza la vita delle persone, che non vivono realmente, ma conducono una finzione attraverso le convenzioni sociali.
Che tempo di gestazione ha avuto questo spettacolo? Quale è stata la sua genesi?

Dal momento in cui io ho per la prima volta pensato di voler lavorare su Eduardo a quando ho effettivamente incominciato a farlo sono passati cinque anni perché l’idea mi sembrava una follia. Sapevo di confrontarmi con un monumento che è difficile poter toccare. Quando poi ho chiarito i miei intenti su quali erano gli aspetti su cui volevo puntare, l’idea ha preso la sua forma perché a quel punto aveva un senso realizzarla.
Così sono andato a parlarne con Luca De Filippo che dopo un po’ di tempo mi ha detto che a suo parere l’idea era bella, che il gioco valeva la candela, sicuramente un’impresa difficile ma che valeva la pena di tentare, perché aveva senso, allora mi sono fatto ulteriore coraggio e ne ho parlato con Luca Ronconi (Teatro Piccolo), ricevendo solidarietà ed entusiasmo nel sostenere questo progetto; a quel punto non rimaneva altro da fare che mettermi all’opera.
Ho parlato con Luca De Filippo due anni prima di metterlo in scena e in un anno e mezzo mi sono preparato, ho lavorato sull’adattamento, imparare tutto il testo a memoria e studiare la lingua a Napoli. Per il lavoro di messa in scena mi sono preso dei tempi non in linea con quelli produttivi perché volevo che il mio fosse un viaggio dentro tutto questo materiale che è di una mole notevole; quindi, volevo un tempo protetto, non volevo correre, anche perché dovevo capire come superare diversi ostacoli, parliamo di una commedia scritta per dieci attori e io, a parte piccoli tagli e aggiustamenti, mantenendo il testo integrale, mi impegnavo ad interpretarla da solo.
Questo lavoro ha sicuramente modellato, dato una nuova forma, più attuale, ai personaggi del dramma e commedia. Un lavoro lungo, impegnativo che sicuramente ha plasmato anche te. Sei sicuramente un attore diverso dopo questa esperienza e vedi anche la tua forma d’arte, attraverso la quale ti esprimi, in maniera diversa.
Sicuramente questa per me è una tappa fondamentale e lo è per il mio percorso artistico. Sono quattro anni che lo spettacolo è in scena, durante le repliche è cresciuto molto, e sento che posso comprendere e imparare ancora tanto attraverso di esso. Sicuramente farò tante cose diverse nei prossimi anni, ma mi piace pensare che sarà un testo che mi accompagnerà ancora. Penso si tratti di un testo magico, ad Eduardo ha portato fortuna per tanto tempo, perché dentro c’è la vita che non si giunge mai a conoscere, perché è fatto di micro dettagli che ne determinano la grandezza. Per cui so che lo porterò in scena ancora per molto, perché mi mette in gioco in maniera totale, perché quando un autore, il suo testo, le tematiche che affronta, sono quelle mi attraversano dentro, mi piace doverne portare il peso tutto sulle mie spalle.

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