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Nato postumo

di Massimiliano Forgione - 01/11/2018

La produzione del Teatro Franco Parenti mette in scena questo scoppiettante monologo di e con Francesco Brandi, conosciuto ai frequentatori di teatri, già premio Franco Enriquez 2018 per la migliore drammaturgia, assieme al regista Raphael Tobia Vogel per la migliore regia nella sezione teatro contemporaneo, di un'altra produzione a firma Franco Parenti: Buon anno, ragazzi.
Nato postumo richiama alla memoria il grande filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, anticipatore implacabile della disgregazione dei valori che ha caratterizzato tutto il '900, espressione apodittica di un'inadeguatezza incolmabile e del tentativo ostinato di superarla, fino a soccombere.
''In un tempo tremendo, piano piano ti allontani da tutto, ma con fatica senza arroganza, come un uomo sconfitto che riesce a vivere solo, rifugiandosi nel suo piccolo mondo. Ma la salvezza personale non basta a nessuno. E la sconfitta è proprio quella, di avere ancora la voglia di fare qualcosa, e di sapere con chiarezza che non puoi fare niente. È lì che si muore. Fuori e dentro di noi.
Sei come un individuo innocuo, senza giudizi e senza idee. Un individuo sempre più smarrito e più impotente. Un uomo al termine del mondo ai confini del più niente.''
(Giorgio Gaber da Io come persona)
Ed eccolo lì il nostro Francesco Brandi, solo in una stanza essenziale della solitudine di un individuo, che parla ad un vecchio registratore a nastro per imprimere ciò che non deve andar perduto, un caro diario estivo di volontario e necessario isolamento, apoteosi stagionale della propria condizione intima ed eterna. Ripesca nella memoria fatti e avvenimenti, possibili responsabili dei guasti esistenziali; pedala, perché la sua professione è il postino e, come tale, vuole essere portatore di una fatidica, necessaria, buona novella.
Basta affannarsi come criceti in gabbia, insensibili e irragionevoli; dare un senso alle proprie esistenze passa proprio dalla necessità di ritornare a scambiarsi lettere d'amore e di mutuo soccorso, per far sapere che ci siamo, che non siamo più indifferenti rispetto a niente e a nessuno, che non aspettiamo più il postino, che deve suonare sempre due volte, soltanto per ricevere bollette.
Il protagonista, attraverso le sue analessi e confessioni, per un'ora emette un unico grido, identico a quello di Gaber: ''Io come persona ci sono''.

In scena al Parenti di Milano fino al 18 novembre























 

 

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