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Un cuore di vetro in inverno

di Massimiliano Forgione - 04/11/2018

Un tema antico per una tragicommedia perfetta che segna il ritorno in grande di Filippo Timi al Parenti. Sala Grande al completo per un pubblico in attesa di rivedere quest'attore dal cuore enorme che ha curato bene la sua arte e ne può fare dono a piene mani. Spettacolo scritto e interpretato dall'attore perugino che si accompagna a quattro attori straordinari, compagnia strampalata di un cavaliere alla ricerca di se stesso e del proprio piccolo ruolo nel suo intimo mondo.
La luna è quell'elemento dell'universo imprescindibile per ogni cavaliere, evocato nell'allunaggio di Neil Armstrong e da una pazzia orlandesca che si può cogliere dalla voglia di volare del personaggio e dall'idea che su quel pianeta risieda una ragione da ritrovare attraverso il sogno di potervi arrivare. Perché dalla potenza dei sogni nasce il coraggio di vincere le paure e poter fare un piccolo passo per l'uomo. L'idea è proprio la prima impronta sulla luna e l'uomo è la sua dimensione corale.
Ma imprescindibile è ovviamente la donna che il cavaliere deve lasciare per andare a vincere quel che ancora lo uccide e perché non si può promettere niente se non si uccide ciò che fa paura. Così, in compagnia alla Brancaleone, va a sfidare i suoi draghi con i mulini a vento dentro di sé, perché, in fondo, è tutta una necessaria suggestione da attraversare per avere non solo coraggio ma anche slancio.
Timi interagisce con il pubblico, scherzando sulla Genesi e sulla voglia di intraprendere il suo viaggio. Si ride, ma non può sfuggire la critica a quell'indolenza che ci fa desistere dalla ricerca del nostro personalissimo senso nel mondo. Che è poi il coraggio adulto e incosciente che spinse Giuseppe nella sua ardua impresa di prendere per moglie una bambina gravida del salvatore del mondo. Il Nuovo Testamento accarezzato nell'inconfondibile e personalissimo stile della scrittura di Timi.
Ad accompagnare il viaggio del cavaliere una prostituta (Elena Lietti) e un angelo (Marina Rocco), l'amore sacro e l'amor profano con punti di vista assolutamente interscambiabili; un menestrello triste (Andrea Soffiantini) e uno scudiero nella sua fase iniziatica (Michele Capuano). Attori eccezionali che si muovono su una scenografia ben studiata e molto funzionale di cui un Bar con la sua insegna luminosa costituisce elemento fisso della scena, forse perché luogo di incontri per eccellenza.
''Torna a sognare l'amore che domani è un giorno di battaglia'' dice il menestrello triste al cavaliere, e fa nulla se la battaglia è anche la propria donna che chiama a tavola perché il pasto è pronto, non è da meno e può essere delle più eroiche.
Produzione Teatro Franco Parenti e Teatro della Toscana, in scena al Parenti di Milano fino all'11 novembre.























 

 

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