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Carlo Cecchi porta in scena Eduardo De Filippo

di Massimiliano Forgione - 14/02/2020

Viviamo tempi fortemente giudicanti. Quanto più aumentano le insicurezze sociali, tanto più si riproducono quelle soggettive. L'esigenza della certezza è una debolezza a cui ognuno di noi sente di avere diritto, di cui avverte il bisogno, fisico, prima ancora che falsamente morale.
Ma la sua impossibilità ci erge a volgari giudici del presente.
Che il lungo percorso artistico del longevo attore, regista e maestro Carlo Cecchi approdi all'Eduardo (De Filippo) degli esordi, è operazione causale, sintesi di arte e vita, di tradizione e presente, di trascendenza e immanenza. Perchè Sik Sik l'artefice magico del 1929 accarezza dolcemente il tema dell'illusione sull'arte dell'arrangiarsi nel percorso della vita e Dolore sotto chiave del 1958 allunga il tema dell'illusione vitale, portandolo fino alla morte.
Quando si afferma che il proprio cuore è altrove, a voler intendere di non essere disponibili a chissà quali coinvolgimenti rispetto a quelli che già si sente di avere, si farebbe meglio a dire che è la mente ad essere occupata e ad esigere concentrazione per la necessità del provare e del sentire unici che relegano al sentimento e alla sensazione dell'esclusività. Perché la razionalità detta sempre e comunque gli agiti umani, che il calcolo sia già evidente o che si palesi nel tempo, la concentrazione sull'ideale rappresenta la tenuta sentimentale delle azioni.
Le due commedie furono concepite come atti unici inseriti in rappresentazioni corali di più compagnie impegnate nelle esibizioni dei teatri napoletani.
Carlo Cecchi, riservandosi una piccola parte in Dolore sotto chiave e il ruolo principale in Sik Sik l'artefice magico, delinea il suo disegno ideale di attore estremamente razionale, filologico, giocando con gli attori impegnati nella parodia dell'amore e della morte nella tragicommedia, la rappresentazione del primo atto, e assumendo su di sé, nella commedia del secondo atto, tutte le trovate estemporanee dell'artista della vita disgraziata, che con grande dignità attraversa la povertà dell'esistenza senza mai scadere nella miseria.
L'uso della lingua napoletana, esaltata nella sua radicalità fondante di idioma materno riconoscibile e universale, costituisce un ulteriore elemento distintivo della prodigalità artistica degli interpreti e della fedeltà di una concezione di realtà e finzione, vita e sua rappresentazione, assolutamente intersecabile e filogenetica.
Inutile riportare in questa sede le trame di un teatro che è patrimonio culturale, ma è bene elencare i nomi di attori eccezionali che al Teatro Parenti di Milano, fino al primo marzo, renderanno, quegli intrecci, fruibili e godibili nella loro essenza primordiale:
Angelica Ippolito, Vincenzo Ferrera, Remo Stella, Marco Trotta, Dario Iubatti, naturalmente Carlo Cecchi.























 

 

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