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Marco Baliani e il suo teatro di narrazione

di Marcello Masneri - 01/02/2010

Un nome su tutti nella rassegna bergamasca ‘Altri Percorsi 2010’, in programma dal 20 gennaio al 21 aprile e dedicata al tema della giustizia. E’ quello di Marco Baliani, personaggio fondamentale del Teatro di Narrazione in Italia. Il sessantenne attore di Verbania calcherà per ben tre sere consecutive il palco dell’Auditorium di Piazza della Libertà, portando in scena il ‘vecchio’ e collaudatissimo ‘Kohlhaas’ martedì 2 marzo, ‘Corpo di stato’ mercoledì 3 e il nuovo ‘La notte delle lucciole’ giovedì 4.
Il Teatro di Narrazione si caratterizza per la presenza di un solo attore in scena e in Italia un vasto pubblico teatrale e televisivo ha potuto, negli ultimi vent’anni, assistere ai monologhi di attori come Marco Paolini, Laura Curino, Ascanio Celestini e il sopracitato Marco Baliani. ‘Kohlhaas’, scritto insieme a Remo Rostagno nel 1989, è probabilmente lo spettacolo che ha dato il via al Teatro di Narrazione, anche se un’idea simile ce l’aveva già avuta dieci anni prima Dario Fo (chi si ricorda di Mistero Buffo?). Tratto dall’omonima opera del grande scrittore tedesco Heinrich Von Kleist, è un terribile apologo sulla giustizia (assente) datato 1500, dove un mercante di cavalli si vede truffato prima privatamente e poi dalla giustizia statale, corrotta fino all’osso. L’opera mette in luce i reconditi istinti e le rabbiose reazioni fatali di un essere umano punito senza motivo, che diventa giustiziere a sua volta in un lento processo di disgregazione morale. La gestualità di Baliani coinvolge l’intero corpo, così che anche i piedi sembrano accompagnare la narrazione in un lento crescendo verso un esito… che non sveliamo. Sta di fatto che negli anni la storia (realmente accaduta) ha conservato il suo smalto, e Kohlhaas è quasi un signor K. alle prese con domande vitali senza una risposta. E ognuno di noi può appropriarsi del senso profondo della favola, appiccicandolo agli affari personali. In effetti la generazione di Baliani è quella del 68 e, in un certo senso, le domande erano le stesse. Volendo fare un salto nel 1978 senza nemmeno un giorno di pausa, si può tenere caldo il posto aspettando ‘Corpo di stato’ (spettacolo nato nel 1998), racconto dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro. Sul palco Baliani si esprime quasi come un compagno, componendo un monologo che guarda al misterioso caso della morte del leader DC ma che in fondo si rivolge al significato di tutta la memoria civile. Uno spaccato di quelle brigate, di quel sogno giovanile militante. Un credo verso la rivoluzione entusiastico e forse un poco infantile ma pervaso da un profondo senso della giustizia che abbiamo potuto ammirare anche nelle immagini di ‘Buongiorno notte’, trasposizione cinematografica di Marco Bellocchio. In ‘Corpo di stato’ Baliani si avvale dell’attenta regia della fida Maria Maglietta (sua compagna anche nella vita) per arrivare esausto a quel 9 maggio 1978, nel baule di una Renault 4 di colore rosso. Il filo conduttore dei due spettacoli è quindi facilmente individuabile: anche il vecchio Kohlhaas si è fatto giustizia da solo, a difesa di un ideale che appariva sempre più irrealizzabile. Giovedì 4 marzo non c’è due senza tre, pronti via con ‘La notte delle lucciole’. Le lucciole sono i lumi della ragione, quelli di Sciascia e di Pasolini (e di ragione ce n’è da vendere) impegnati in un improbabile affascinante dialogo che si snoda sul filo della lucidità intellettuale con cui hanno raccontato i loro tempi, anche se con stile diverso. Ma sempre di esistenzialismo si parla, e dei suoi delicati meccanismi. Scritto da Roberto Andò e Marco Baliani, lo spettacolo è circoscritto nello spazio di un’aula di scuola, quella dove Sciascia ha esercitato la sua professione di maestro. Il lato surreale e fantasioso dello spettacolo permette a questo luogo di diventare diversi altri luoghi, come il Parlamento o, attraverso la gestualità, la musica o il timbro vocale, anche lo spazio oscuro dei più misteriosi pensieri dell’uomo. A Pasolini e al suo profondo laico pensiero si arriva portati in braccio dal racconto in prima persona di Sciascia, nel riconoscimento di una fratellanza di intenti. Quindi, pensare di andare a teatro a trovare Baliani è bello deciderlo prima, come un impegno da prendere in tempo per dargli rispetto e importanza, per capire quali dei tre, o tutti e tre, perché è meglio tre riflessioni sulla giustizia che una, anche solo per come lo stesso Baliani descrive il senso del suo teatro: “La narrazione non è mai una creazione individuale. Mentre narra, il narratore è tutti i suoi personaggi: passa incessantemente dall’uno all’altro, in un percorso che non prevede l’immedesimazione psicologica ma la scoperta di una serie di funzioni. Poi la narrazione si arricchisce e cambia passando da un narratore all’altro, osservando gli stimoli e le reazioni che giungono dalla platea. Il narratore vive in una dimensione orale, dell’incontro tra i personaggi e i loro ascoltatori”.
Tra le sue opere teatrali più importanti, oltre all’ideale trilogia sulla giustizia di cui si è parlato, si ricordano ‘Tracce’ del 1996, ‘Lo straniero’, da Camus (non poteva mancare, come prova di una giustizia introvabile), del 2003, ‘Pinocchio’ del 2005. E’ del 2004 il suo romanzo ‘Nel regno di Acilia’. Inoltre ha dato la voce per due audiolibri dai romanzi di Antonio Tabucchi ‘Donna di porto Pim’ e ‘Sogni di sogni’. Si ricordano diverse partecipazioni come attore cinematografico per il regista Mario Martone, nel bellissimo ‘Teatro di Guerra’, nel film ‘Domani’ di Francesca Archibugi e in ‘Il più bel giorno della mia vita’ di Cristina Comencini. Ma Baliani è anche dell’altro: ad esempio è due anni (di volontariato) trascorsi in Kenya in qualità di formatore-insegnante per il recupero dei bambini di strada attraverso il teatro e l’espressione corporea, da cui è nato lo spettacolo ‘Pinocchio nero’, rappresentato prima a Nairobi e poi anche in Italia. Anche un ‘Pinocchio nero’ avrebbe fatto una bella figura sulla strada degli Altri Percorsi dedicati al tema della giustizia.























 

 

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