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Intervista a Fausto Russo Alesi e Mariangela Granelli

di Massimiliano Forgione - 02/04/2010

L’aggancio si inserisce nel filone della grande letteratura di Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana Premio Nobel per la letteratura nel 1991: nei suoi romanzi, infatti, personaggi giovani, spesso in coppia, diventano portatori di un discorso culturale e politico che affronta temi tipici dell’umanità contemporanea, come, in questo caso, l’amore e la diversità. Al di là della storia di un incontro, infatti, c’è qui una tematica più complessa, quella dell’immigrazione clandestina, della discriminazione razziale, della difficoltà di chi lotta per mantenere almeno la propria dignità di uomo, avendo già rinunciato alla propria lingua, alla propria cultura e spesso anche al proprio nome.
Julie è figlia del mondo opulento, mentre Abdu proviene dall’universo dei derelitti, di coloro che non hanno nulla, né beni né prospettive, e sono schiacciati dai regimi corrotti ed inefficienti.
Fuggito da questo ambiente, quando incontra Julie vede in lei una persona che ha tutto quello che va cercando: ricchezza, successo, opportunità, amici influenti. La loro relazione è sostenuta all’inizio da una forte attrazione sessuale che è quasi l’unico linguaggio comune tra due mondi assolutamente diversi, ma assumerà poi una connotazione differente.
Nadine Gordimer indaga le ragioni dell’amore, esplora l’incontro tra culture diverse e racconta la condizione dei disperati, privati di ogni certezza.

Serena Sinigaglia nasce nel 1973 a Milano. Si diploma in regia alla Civica Scuola di Arte Drammatica “Paolo Grassi” nel 1996. Lavora come assistente alla regia con Gabriele Vacis e Gigi Dall’Aglio. E’ fondatrice dell’ATIR, gruppo con il quale sperimenta la messa in scena di testi classici e di nuove drammaturgie che affermano il suo lavoro e quello della Compagnia come una delle voci più originali e vivaci della scena contemporanea.

Fausto Russo Alesi si diploma attore presso la Civica Scuola di Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Ha lavorato, tra gli altri, con Luca Ronconi, Eimuntas Nekrosius, Ferdinando Bruni. Nel 2002 ha vinto il Premio Ubu come miglior attore per l’interpretazione di Natura morta in un fosso di Fausto Parravidino, diretto da Serena Sinigaglia e nel 2010 per l’interpretazione del personaggio Bottom nel Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare, diretto da Luca Ronconi e per l’interpretazione di Kirillov de I demoni di Fedor Dostoevskij, inscenato da Peter Stein.

Mariangela Granelli, attrice, si diploma alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova. Lavora con Anna Laura Messeri, Carmeo Rifici, Fabrizio Montecchi, Luca Ronconi. Con Fausto Russo Alesi ha già collaborato per la tournée di Fahrenheit 451, la versione teatrale del testo di Ray Bradbury, diretta da Luca Ronconi. Nel 2007 ha vinto il Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro come attrice emergente.

Fausto, dopo due anni da Natura morta in un fosso, con questo nuovo lavoro: L’aggancio, ti esprimi ancora attraverso un teatro che afferma la solitudine dell’individuo.
Questo è un testo che parla molto della solitudine dell’individuo, della ricerca della sua identità, della ricerca della sua libertà. E’ un testo sicuramente molto necessario dove l’incontro tra due culture differenti dà vita ad un impatto molto potente. Sono molto contento di poter fare questo personaggio e credo non sia per niente retorico il testo sull’argomento; quindi sì, è un teatro che ti dà la possibilità di porti delle domande necessarie su questo argomento.
Mariangela, il personaggio femminile che s’innamora del deserto riporta alla mente Drogo, il protagonista de Il deserto dei tartari, di Dino Buzzati.
Sì, beh, devo dire che non ho pensato a questo paragone mentre lavoravo al testo. Nel caso di Julie, però, non è tanto il deserto in sé quanto, attraverso questo spazio vuoto, vedere come le cose necessarie e vere abbiano finalmente la possibilità di emergere, cioè, di essere visibili, tangibili; mentre, nel suo mondo originario, l’occidente, più frenetico, più popoloso, più pieno di cose dove tutto è possibile è come se lei non vedesse niente. Una scoperta più sociale, di affermazione identitaria nei confronti di una comunità, mentre Dogro procede verso una rivelazione più intimistica.
Fausto, ti confronti sempre con testi che affrontano tematiche sociali complesse, da quest’opera si evince come non siamo realmente padroni delle nostre vite e che il nostro futuro è tracciato da regole comunitarie.
E sì, purtroppo spesso è così; bisognerebbe interrogarsi profondamente su questo…..
…..scusami se t’interrompo ma integro la domanda: è come se la volontà di voler comunque vivere il presente, abbandonandosi ad esso, venisse resa vana dalla richiesta, societaria, che t’impone di dover operare delle scelte per il tuo futuro.
Sì, e in questa forzatura, non sempre la società ti dà la possibilità di scegliere, ed è questa la percezione più dolorosa, di constatare di essere privati di una legittima autodeterminazione e di essere costretti a, come dicevi tu, incanalarsi. Quindi, riuscire ad inseguire questo futuro è molto difficile, però, una persona senza futuro è una persona morta, un individuo che perde la vitalità, che perde tutto se non può più migliorare la propria condizione. Poi, magari, l’individuo torna alle cose essenziali, primarie della vita; però, avere delle aspirazioni, delle possibilità, è vitale, necessario e dover fare i conti con gli impedimenti della società rappresenta l’amara constatazione. In tutto ciò risulta imprescindibile la propria estrazione sociale, l’appartenenza. E come ci dice la Gordimer: l’incontro tra diverse culture non può fare altro che arricchire.
A questo proposito, si potrebbe dire che il futuro è proprio una terra straniera, siamo in grado, come società, di tracciarne la rotta?
Mariangela: Bella domanda! Il percorso di Julie, la sua rotta, è molto individuale; abbiamo a che fare con una personalità molto frammentata, non c’è una compattezza e quindi manca un’identità e in questo smarrimento, chissà quanto consciamente o inconsciamente riesce a trovare un’affermazione. Comunque, il tracciato entro il quale si muove è, per quella che è la determinatezza del racconto, irreversibile; certo, le possibilità di vita dei due personaggi sono molteplici in questo finale aperto, però, le scelte operate per quello che ci è dato sapere hanno solcato le personalità dei protagonisti.
Fausto, volendo parafrasare Gaber, visto che nell’occasione della tua messa in scena de Il Grigio a Bergamo ci siamo conosciuti, possiamo dire che l’amore è il mezzo attraverso il quale è possibile riempire quello spazio vuoto di cui Gaber spesso parlava?
Assolutamente sì! Nel caso del testo della Gordimer l’amore rappresenta una bolla all’interno della quale succedono delle cose per niente scontate, non prevedibili, e che sovvertono qualsiasi ordine. Ciò che più affascina è che in quella bolla si abbatte una barriera, la comunicazione diventa istintiva ed essenziale, senza pregiudizi.
Questo connubio con Serena Sinigaglia, giovane regista talentuosa, per te Fausto si ripete, per te Mariangela?
Mariangela: Per me è la prima volta. Ho incontrato prima Fausto perché abbiamo lavorato nello spettacolo Fahrenheit 451 di Ronconi e dopo è nata questa possibilità lavorativa con Serena. Si tratta di un incontro molto interessante dal punto di vista professionale perché, a differenza di altri registi, Serena lascia una grande libertà all’attore, pur costruendoti una struttura molto precisa, una partitura rigorosa di oggetti, di azioni, di evoluzione e percorso, richiede all’attore una grande autonomia e questo è stato molto costruttivo e stimolante per me. Il lato umano ha determinato molto dell’evoluzione di questo lavoro che all’inizio era una lettura scenica richiesta dal Dedica festival di Pordenone e poi, l’intesa con Serena, ha fatto sì che potesse diventare spettacolo teatrale. La regista mi ha aiutato a capire a fondo il percorso della protagonista femminile che nel romanzo è molto denso e l’adattamento scenico vuole che sia condensato in significativi passaggi che non vadano a detrimento della complessità testuale. E’ stato un lavoro totalizzante dal punto di vista umano, emotivo, che riflette la rigorosità della regista.
Fausto: Con Serena abbiamo lavorato tanto: Il Grigio, Natura morta in un fosso, Romeo e Giulietta, quest’ultimo il primo in assoluto, nel 1996, che ha battezzato l’associazione ATIR (Associazione teatrale indipendente per la ricerca) che ormai opera da quindici anni e che mi vede ancora coinvolto. La compagnia è cresciuta molto, ha un teatro nella periferia di Milano, il Teatro Ringhiera, che svolge attività teatrale rivolgendosi al quartiere, cercando di coinvolgere i suoi residenti, attraverso una metodologia di ricerca che ha i suoi punti forti nell’ascolto, nel racconto, per capire il presente e la collocazione dell’individuo nel suo tempo.























 

 

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