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Povera gente!

di Massimiliano Forgione - 20/06/2011

Assistere ad uno spettacolo di Paolo Rossi è sempre un piacere, un uomo allegro, almeno sul palcoscenico dove ha ritrovato la sua ragion d’essere.
L’ultima sua commedia Povera gente riflette su una condizione di stasi pur a fronte di una mutazione: l’aria è cambiata!, ripetono varie volte gli attori, le vittorie di Milano, di Napoli e poi i referendum, ma attenzione: chi lo prende in quel posto è sempre la povera gente!
Ero seduto, durante lo spettacolo al Piccolo di Milano, alla prima balconata, dal mio posto potevo vedere sotto di me un po’ a sinistra in platea Pisapia il nuovo sindaco della città; ad un certo punto, prima della fine del primo atto, ha avuto un malore: lento, silente, inesorabile il corpo si piega, l’aria manca, fa sempre più caldo, la discrezione è d’obbligo: il nuovo non può mostrare segni di cedimento, non è ammissibile; il mancamento avanza, il corpo viene steso, sempre con molta discrezione. L’entourage del ‘nuovo’ fa melina, spera nel colpo di teatro, improvviso, sperato quando il meccanismo perfetto della scena si inceppa. Chissà, quella verità già enunciata a proposito dell’eterna sfortuna della povera gente assieme alla missiva che l’attore, in un copione che si adatta alla realtà, ha potuto recapitare direttamente (e non spedire) al massimo esponente della nuova giunta, devono aver avuto il peso di una responsabilità di fronte alla quale ci si sente semplicemente ‘umani’. Pisapia non è la “mamma di Batman” (battuta dell’attore riferendosi alla Moratti e alle vicende edilizie del figlio) e certi ‘miracoli’ a Milano non si sono mai visti ma sempre e solo sognati.
Dopo venti e passa anni che Paolo Rossi parla di Berlusconi, anticipando da preveggente o portatore di sfiga come lui stesso dice i comportamenti di un comico mancato, la critica non può essere risparmiata ad una sinistra che non ne vuol sapere di governare e che trova la sua ragione di esistere nella sua parte speculare. Allora, l’attore non risparmia la sua lucida invettiva alla complicità concupiscente di quella parte politica che avrebbe dovuto contrastare lo sfacelo culturale nel quale si trova il nostro paesotto ed invece ne è stata coautrice e, giustamente, le vanno riconosciuti i diritti d’autore.
Dopo lo spettacolo, che ben recepisce la lezione di Saviano col suo Gomorra, avrei dovuto incontrare Paolo Rossi per conversare su un libro da lui scritto assieme a Carolina de la Calle Casanova (La commedia è finita, Eleuthera edizioni) sulla nuova esperienza del teatro pop (popolare) intrapresa dall’attuale compagnia. Un nuovo modo di intendere il teatro popolare, come lo stesso capocomico afferma: “Da diversi anni cerco di comprendere cosa sia l’essenza profonda e fondante di quello che è chiamato, spesso a sproposito, teatro popolare; credo ci vorrà ancora molto tempo prima di comprenderlo fino in fondo. Nel mio esperire e conoscere - o cercare di conoscere – il teatro popolare, mi sono fatto guidare da pochi ma importanti elementi, traducendo in pratica le molteplici riflessioni sviluppate insieme ai miei collaboratori ai progetti; la necessità di recuperare vecchi meccanismi, i lazzi, le tecniche del teatro di strada, della Commedia dell’Arte e della tradizione giullaresca, insieme alla volontà di coinvolgere sempre di più le nuove leve del teatro, non solo negli aspetti artistici ma anche organizzativi e gestionali, sono un esempio di indicatore di direzione, di idea guida che facciano luce lungo il percorso.”
Da anni proponevo a Paolo di sviluppare una riflessione attorno a questo bel libello che attraverso una conversazione con la coautrice regala riflessioni e spunti autentici di vita che si fonde e confonde con il teatro e viceversa; mi ricordo la prima volta ancora al Piccolo durante la prima de Il mistero buffo in versione pop, poi ancora al Sociale di Bergamo per Paolo Rossi racconta Rabelais; un continuo rimandare, naturale e spontaneo: la cosa è interessante e va sviluppata propriamente.
L’altra sera, forse, era giunto quel momento! Alla fine dello spettacolo mia figlia mi chiede se andiamo a salutare Paolo; lei, che tutte le volte che sa che vado ad un suo spettacolo vuole esserci. Perplesso le dico che è meglio andare perché rischiamo che il metrò chiuda ed arrivare alla macchina implicherebbe la spesa di un taxi, che dopo quella a teatro, per noi povera gente è meglio evitare.
Poi scopro che il metrò sarebbe rimasto aperto fino all’una e dieci per il concerto di Vasco Rossi, ma è bene non fidarsi, lasciano ad intendere quelli della sicurezza.
Il vento è cambiato ma chi lo prende in quel posto è sempre la povera gente! Abbiamo questo senso vecchio di rifarci comunque e sempre alla politica, sperare in essa, ammiccare ad essa, non riuscire a fare a meno di un suo concetto vecchio e superato, in cui saremo sempre noi a prenderlo in culo.
Giorgio Gaber rappresenta una fonte imprescindibile di ispirazione per Paolo Rossi e tanti altri che, mi permetto di dire, proprio per il grande amore che nutro per un artista di cui spesso si abusa a sproposito, se realmente il suo ragionamento, la sua invettiva, la sua rabbia fossero inglobate, reinventeremmo questa politica che non va, la volgeremmo realmente verso la povera gente, l’unica vera potenziale protagonista di un cambiamento che, credo sempre di più, non potrà avvenire attraverso i modi di ragionare e di fare che ci hanno portato a questo stato di cose.
Ammiccare a Pisapia ‘perché il vento è cambiato ma attenzione potrebbe non essere così’ è vecchio, Pisapia e la sua accolita non meritano un ingresso gratuito perché loro non sono mai stati e mai saranno la ‘Povera gente’; così come non meritano un ingresso gratuito i giornalisti dell’albo de Il corriere della sera e testate varie perché poi recensiscono e intervistano; loro sì che possono e devono pagare e finanziare la cultura. Fuori i partiti e io direi anche la politica dai teatri, come qualcuno invoca che queste lobby affaristiche escano dalla tv. Per un po’, almeno fino ad una sana disintossicazione da quanto siamo stati costretti a subire in tutti questi anni. Per evitare di scambiare per ‘nuovo’ il ‘vecchio’ e sentirci accomunati tutti, in questo ulteriore abbaglio, tardi o presto, soltanto nella prostata (parafrasando Paolo Rossi)
Uscire dagli schemi del cortese do ut des meneghino sarebbe un segnale forte di cui il teatro popolare potrebbe investirsi e magari, recuperando la sua tradizione, dare un biglietto gratuito a quella povera gente che non può andare a teatro ma che tanto vorrebbe.
Per dirla alla Gaber quando parla del suicidio: ‘tutto ciò è già vecchio’; è vecchio il coccolone di Pisapia, quanti ne ha visti la politica di questi ultimi anni?, è vecchio il consegnare una busta al ‘nuovo’ in platea, soprattutto se accreditato assieme al suo gruppo; è vecchio rilasciare interviste ai soliti giornalisti accreditati che scrivono sui soliti giornali che la ‘povera gente’ sta disimparando a leggere; sono vecchio anch’io con la mia stupida intervista che scopro di aver fatto due ore di fila in tangenziale perché la grande Milano è in tilt per il concerto di Vasco Rossi, altro grande vecchio nella nostra musica rock.
Un rigurgito di vecchiezza e di vecchiume. Mi sento male! Ho inseguito un Rossi (Paolo) che adoro per essere fregato da un altro Rossi (Vasco) che detesto. Non so ma ho un po’ la sensazione che questo è e rimarrà un ‘paese per vecchi’ e ‘povera gente’ anche se in qualche modo si va avanti, non si sa come, ma si va avanti! (per dirla alla Paolo Rossi).























 

 

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