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L'invenzione della solitudine di Paul Auster

di Massimiliano Forgione - 22/02/2015

C’è tutta la vita nella stanza, nella casa di un uomo morto. L’invenzione della solitudine potrebbe anche adottare a titolo: L’incapacità della solitudine. La grande arte si fa attraverso questo mestiere piccolo; un esercizio costante, come quello della scrittura. Una condizione necessaria da pretendere con se stessi per rendersi capaci di maggiore pensosità.
A teatro, prima dello spettacolo, il vociare è fitto. Ci si accinge ad assistere al monologo di un testo crudo, scomodo, interpretato da Giuseppe Battiston per la regia di Giorgio Gallione. L’attore inizia e il ciaccolare diventa tosse stizzosa, si sparge, arriva da ogni dove e profonde la sala. Si assiste all’incapacità di sentirsela raccontare, la solitudine.
Il figlio, nella casa del padre morto, cerca di ripercorrerne l’esistenza, prima che sia troppo tardi. Il compito è doloroso. Il rapporto irrisolto, fitto di mancanze e di inappropriate presenze, riconduce il protagonista negli spazi stretti della vita del padre. Mentre raccoglie scarpe e vestiti vede quell’uomo, fino ad allora così privo di coinvolgimento, sempre più simile a lui. Cosa se ne può sapere della vita di un padre quando si è ragazzi, quando la sola considerazione è che tutto venga calato verso il proprio centro; solo l’adultità può avvicinare ad una comprensione che diventa più penetrante quando la privazione è totale.
L’adulto cerca delle feritoie in quel percorso dove c’è spazio per una sola persona. ‘Tutto il disordine del mondo è dato dall’incapacità dell’uomo di starsene da solo in una stanza’.
Gli anditi abitati dal padre, nell’esercizio indispensabile di non dimenticare, e di ricordare, coincidono sempre più con quelli del figlio. Nella necessità di scrivere dell’esistenza del padre, il protagonista compie il proprio atto di memoria, solo la solitudine rende realizzabile quest’opera, per nulla liberatoria ma sempre più invischiante, sempre più dolorosa.
‘Niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia con gli oggetti di un morto’.
Il figlio urla le ragioni della propria scrittura, rimanere attaccato a qualcosa, è possibile solo attraverso questa pratica solitaria. Padre a sua volta, con un matrimonio finito, è nel mezzo del guado più stremante di una salvezza non certa.
Il tema del pianista Stefano Bollani riempie i silenzi del monologo e copre le tossi isteriche di un pubblico pungolato. L’applauso diventa liberatorio, il rito ricongiunge gli spettatori, la luce è quello schiaffo che vorresti tardasse ancora un po’ a venire. Tutto ridiventa rassicurante e si può tornare a vociare.























 

 

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