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'Il lavoro di vivere' di Hanoch Levin

di Massimiliano Forgione - 13/12/2015

Carlo Cecchi è uno dei migliori attori della scena italiana. La sua aria decadente, disillusa, ha dato vita ad un personaggio, ancora una volta, centrato e molto riuscito. Nel ruolo di Yona, in questi giorni al teatro Parenti di Milano, la commedia domestica dell’israeliano Hanoch Levin, non poteva avere miglior interprete capace di esaltare l’ironia tagliente e i significati caustici di un copione essenziale, preciso.
La scena è quasi tutta sua fino alla metà della rappresentazione. Yona l’insofferente, il cinico, l’insoddisfatto, si sveglia nel mezzo della notte e inizia il suo monologo accusatorio nei confronti della carcassa che gli giace accanto: Leviva (Fulvia Carotenuto). Non la riconosce, la ripudia e l’odio di trent’anni passati insieme monta fino al punto di scaraventarla giù dal letto in un impeto liberatorio.
Ora, Yona deve annunciare la sua fuga e lo deve fare nel modo personale, mostrando la sua superiorità e indifferenza ad ogni possibile forma di sofferenza e richiesta di ripensamento. Lui conosce a memoria le battute che la moglie opporrà al suo tentativo di sottrarsi al ‘lavoro di vivere’.
Ed è proprio questo che fa sogghignare il pubblico, la scontatezza di alcuni passaggi del testo è ciò che crea l’immedesimazione con la scarna scena di un’alcova domestica che non ha più niente da raccontare se non la fatica dei giorni.
E’ questo che Yona non sopporta più e con la sua natura disincantata, cinica, non può suscitare altro che ilarità nello spettatore che si riflette.
Leviva subisce, incassa, implora colui cui deve permettere di recitare la parte declinante dell’uomo al tramonto, senza convinzione. La vera mattatrice è lei! E la scena è tutta sua quando c’è da smettere di recitare e sbattere in faccia la realtà. Non si tratta più di accusarsi reciprocamente sui piccoli sistemi che hanno regolato gli incastri di una vita insieme, ma sul grande disegno di un senso vitale che non può essere cestinato per debolezza o per noia. Leviva ci dice che la donna custodisce la moralità della preziosa sfera dove le anime hanno recitato la loro parte, giorno e notte dopo giorno e notte, per una vita.
Yona, l’animale morente, può mettersi l’anima in pace: non riuscirà a sottrarsi al suo datore di lavoro. Consapevole e remittente può sdraiarsi nuovamente sul letto, vestito e con la valigia ai suoi piedi, pronto per un'altra dipartita, quella definitiva. Leviva, senza grande disperazione, se non quella che bisogna ostentare, ne coprirà il corpo con il lenzuolo. Lei sì, ora è libera!
E siamo sicuri che la sua solitudine sarà diversa da quella del terzo personaggio: Gunkel (Massimo Loreto), l’amico che irrompe nella notte con la scusa di un paracetamolo per il suo mal di testa e che si lamenta perché la coppia non gli ha neanche offerto una tazza di tè. Minaccia di ripresentarsi tutte le sere, fin quando non gli avranno restituito un fantomatico cappello che aveva tempo fa prestato.
Ecco, Gunkel ci ricorda che siamo tutti soli, certo, scontato anche questo. Ma la morte di Yona, all’alba di un nuovo giorno, ci dice che le solitudini sono diverse, tutte più o meno insopportabili. Ma è proprio il modo in cui Leviva dispiega il velo mortuario sulla carcassa infartuata di Yona a far avanzare il sospetto che, ‘il lavoro di vivere’, sta tutto nella sua consapevolezza liberatoria di questa solitudine.























 

 

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