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Provando...dobbiamo parlare (al teatro Franco Parenti)

di Massimiliano Forgione - 22/01/2016

Il campo d’azione delimitato da linee che tracciano i perimetri degli ambienti come in Dogville di Lars Von Trier; i contendenti che tra le mura di un appartamento si sfiniscono, in un crescendo contagioso, fino all’alba di un nuovo giorno come in Carnage di Roman Polanski.
Provando…dobbiamo parlare prende le forme da questo impianto scenico per sviluppare l’intricata materia di quello che le coppie non dicono, di quello che le coppie non si dicono.
Amare te, la bellissima canzone di Umberto Bindi del 1959, accompagna la rottura inaspettata di questa commedia che vede Sergio Rubini (autorevole regista, coautore e interprete) brancolare al buio nell’appartamento rimasto senza luce, scongiurando l’intuizione della fuga della propria convivente (Isabella Aragonese). Ebbene sì, come dice lo stesso regista: ‘Quella più divisa sarà proprio la coppia tenuta insieme solo dall’amore. Ma perché l’amore forse non basta?’
In contrapposizione vi sono due coppie, se vogliamo, una di destra e una di sinistra. Portatrici in campo sentimentale delle stesse contraddizioni, storture e ipocrisie, che caratterizzano questi due schieramenti politici. Sì, perché anche di questo si tratta. Fabrizio Bentivoglio, il chirurgo cinico, volgare, qualunquista e materialista, chiede più volte a Rubini, lo scrittore che arranca tra alti e bassi, con la sua visione politicamente corretta e la piantina di marijuana sul terrazzo: ‘Ma come fai a votare PD?’. Così come tante sono le allusioni ad un mondo concreto, che non fa mistero dei suoi tatticismi, pronto a riposizionarsi su assetti strategici di attacco e di difesa tipici di chi la guerra la fa per vincere (la coppia Bentivoglio e Maria Pia Calzone) e chi, invece, il conflitto non lo amministra ma subisce, cercando fino allo stremo di resistere, lungo una inevitabile via crucis di sentimenti puri, buone intenzioni, illusioni di rettitudine (la coppia Rubini – Aragonese).
La sera della cena con l’editore la coppia Rubini – Aragonese è gradualmente fagocitata dall’emergenza emotiva dei propri amici inseparabili (nonostante rappresentino gli opposti; altra metafora di una reale fusione tra destra e sinistra politica). Lei scopre del tradimento di lui. E’ l’inizio della fine per la coppia di ‘sinistra’; il solito scossone prima dell’ennesimo riassestamento per quella di ‘destra’. Sì, perché lo schieramento Bentivoglio – Calzone, alla fine della tenzone, abbandonerà il campo di battaglia (l’attico malfunzionante da tremila euro) con le solite certezze di chi le domande fa finta di porsele e attraversa gli eventi con la superficialità concreta di chi è convinto che, oltre il benessere materiale, non v’è nulla, e i temi esistenziali, materia da relegare ad una discussione modaiola da non portare oltre un certo limite.
Sul campo rimarrà il corpo della coppia Rubini – Aragonese. Hanno subito l’invasione e visto finire il loro mondo. Ma nella separazione ritrovano una dignità, cercando di porre fine al perseguire ignobile che caratterizzerà, senza indugi, i giorni a venire dell’altra coppia cingolata.
Rubini, rimasto solo, ritrova la sua ispirazione. Con uno scatto prende il pesce lasciato dalla vicina partita in vacanza e lo mette nella vasca del suo pesce d’acqua dolce, muto spettatore in continuo movimento, che vede regalarsi la dolce compagnia. E’ l’intuizione che lo porta alla scrivania dove, con battiti veementi, ricomincerà a tormentare la tastiera del proprio computer.























 

 

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