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Lo Straniero, un'intervista impossibile
Teatro Parenti di Milano

di Massimiliano Forgione - 26/05/2016

La presenza scenica di Fabrizio Gifuni è tutta in questa opera inquisitoria del personaggio su se stesso. Il pubblico destinato all’ascolto, a volte becero e distratto (immancabile il telefonino che interrompe la concentrazione dell’attore che, da gran signore, non manca di redarguire, con sguardo fermo e fulminante, il punto da dove proviene il rumore druido), della requisitoria incalzante, è lo stesso che dovrà assistere all’esecuzione capitale del protagonista: è Meursault stesso che lo chiede.
Un Gifuni immenso! Chi lo ha seguito nella sua messa in scena della morte di Pasolini, (Na specie de cadavere lunghissimo, regia di Giuseppe Bertolucci), solo per citare una della sue interpretazioni più felici, assiste alla crescita di un artista che fa, della sua eleganza plastica, espressione e cifra sentimentale di un modo unico di stare sul palco. Basti soffermarsi sulla grazia con cui raccoglie lo scroscio di applausi finale, si piega a saluto e, di nuovo retto, apre le braccia per poi portarle a sé in un movimento circolare che vuole abbracciare il pubblico nella concentrazione ultima dell’attore che non molla fino a che il sipario è chiuso. Fermo e deciso, i suoi piedi puntellano il legno del palcoscenico: corpo e mente sono tutt’uno nella recitazione di Gifuni.
Una interpretazione che non tradisce l’attore cinematografico; questa versione de Lo straniero di Albert Camus è molto cinematografica. Gli effetti sonori, assicurati dalla strumentazione multimediale di Alcaro, riproducono porte che si aprono, rumori di strada, elementi dell’aria e di un’atmosfera rarefatta che accompagna tutto il libro e che diventa determinante nella scena del delitto.
La colonna sonora di questa riduzione letteraria ad opera di Luca Ragagnin, andata in scena in quel luogo fantastico che è il Teatro Parenti di Milano, è affidata a brani liberamente ispirati all’opera di Camus e diventati spina dorsale delle generazioni che hanno vissuto gli anni ’80: Killing an Arab dei Cure e The Stranger dei Tuxedomoon.
Lo sguardo dell’attore, durante il passaggio delle canzoni, è un modo altro della prossemica di cui l’attore si serve per condurre l’inchiesta, la ricerca del senso delle domande convenzionali che percorrono tutta l’opera e che estraniano il protagonista, di un significato di colpevolezza che giace nelle viscere dei luoghi comuni della società e che un qualsiasi episodio della vita (la morte della madre), vissuto col candore di chi non ricerca nulla se non la propria ragion d’essere, può diventare, per lo scandalo che sempre rappresenta il ‘fuoriuscito’, accusa determinante di una condanna a morte.
Al sottoscritto non sfugge, forse a torto, l’ispirazione a Marcello Mastroianni nella versione cinematografica di Luchino Visconti del romanzo esistenzialista, dell’interpretazione del monologo finale di Meursault, quando, davanti a un prete inutile nel suo pietismo, le corde vocali del protagonista trovano tutta la loro forza nell’urlare le ragioni di voler morire nella pace laica del più credente dei miscredenti. Quella forza, Gifuni, la esprime con tutta la convinzione di chi ci crede, la sua voce diventa baritonale e rauca, si gonfia di un vigore arcaico che incute il rispetto che, un tempo, si doveva agli dei.
Le voci dei personaggi, tutte interpretate dall’attore, trovano in quella ultima di Meursault, la ragione dell’ideazione di questo spettacolo che regala, nella regia di Roberta Lena, un’ora e mezza di operazione catarchica destinata a sedimentarsi negli animi degli spettatori.























 

 

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