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Una giornata particolare

di Massimiliano Forgione - 06/02/2017

L’opera di Ettore Scola è impressa nel mio cervello e nel mio cuore da quando adolescente, chissà per quale evento fortuito e fortunato, incappai in questa pellicola maestosa, dalla bellezza inesprimibile. Un condensato di poesia, idea di vita e politica, analisi sociale che, bisogna dirlo, chi non conosce, fa un torto a se stesso.
Una Sofia Loren ineguagliabile e un Marcello Mastroianni inarrivabile resero l’idea del regista perfetta nella sua manifestazione. Un’alchimia vera e propria, rara in quanto tale e irripetibile. Forse perché la sensibilità è una qualità innata e, se si forma in un determinato periodo storico piuttosto che in un altro, trova la possibilità di manifestarsi in un modo che può risultare più completo, poetico, meno artefatto, espresso non come se si stesse recitando ma vivendo.
Per esempio, se si ha presente Marcello Mastroianni ne Il bell’Antonio di Mauro Bolognini, film del 1960, si capisce meglio perché nel 1977, lo stesso attore, dà un’interpretazione di sé oltre misura ne Una giornata particolare.
Gigliola Fantoni, moglie del regista scomparso nel gennaio dello scorso anno, adatta il testo di quella che in origine nacque per essere una rappresentazione teatrale e che poi trovò il suo adattamento cinematografico con le sceneggiature di Ettore Scola, Maurizio Costanzo e Ruggero Maccari. Lo fa per consegnarlo alla regia di Nora Venturini e all’interpretazione di Valeria Solarino nel ruolo che fu di Sofia Loren e Giulio Scarpati in quello di Marcello Mastroianni.
Ineccepibile la scena firmata da Luigi Ferrigno. Quello che è uno dei piani sequenza più belli della storia del cinema rivive sul palcoscenico della Sala Grande del Teatro Parenti di Milano. L’ambientazione domestica del condominio della borgata romana dove avviene l’incontro tra Gabriele e Antonietta ci sta tutto sul palcoscenico e si articola con l’artificio di una soppalcatura dove trova collocazione l’appartamento di Gabriele, in una separazione iniziale da quello di Antonietta. Un telo discreto divide la cucina, con l’intimità dove avviene il secondo incontro tra i due protagonisti, dalle camere di una famiglia estranea. Il soppalco diventa la terrazza dove le due solitudini si ritrovano a giocare con le lenzuola e a baciarsi e a rincorrersi nella scena drammatica di quando Gabriele grida la sua diversità. Sotto, l’appartamento di Antonietta e quello di Gabriele (dove è avvenuto il primo incontro) sono uno accanto all’altro ed è lì che si svolge la scena madre dell’unione discreta e limpida tra i due corpi. Gli ambienti si fondono come i personaggi.
Sullo sfondo della retorica fascista, evocata attraverso immagini cinematografiche dell’Istituto Luce proiettate sul telo, scorre la giornata particolare dei due protagonisti, così diversi, colto e raffinato lui, ignorante e sottomessa lei. La loro storia di finzione riesce a parlare il vero in un incontro magico, che la regola della felicità vuole circoscritto e isolato, nel tempo e nello spazio. Nel 6 maggio del 1938, giorno della visita di Hitler a Mussolini nella Roma in giubilo nel disastro della finzione, la vita trova il suo spazio di verità nell’ardire di due anime rimaste isolate, per ragioni solo apparentemente diverse, in un condominio popolano.
Alla fine, viene illuminato solo l’appartamento di Antonietta che dovrà sopportare tutta la solitudine della vita che le resta, con la sua famiglia, con la retorica della finzione e con il ricordo di una sferzata di vita, portata via assieme a Gabriele, in una giornata particolare.























 

 

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