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L'uomo dal fiore in bocca

di Massimiliano Forgione - 13/02/2017

Il cinematografo che non ti aspetti: buona la prima!
Gli elementi sono tutti a disposizione per il godimento dello spettatore accorso al Teatro Parenti di Milano per vedere un mostro sacro del teatro italiano: il Signor Gabriele Lavia. Un’ora e quarantacinque minuti di recitazione impeccabile per L’uomo dal fiore in bocca e altre novelle di un Pirandello che trova nell’attore settantaquattrenne il suo indiscusso migliore interprete.
Le scene di Alessandro Camera, le luci di Michelangelo Vitullo, le musiche di Giordano Corapi meritano la menzione perché è in quest’armonia che pulsa sul palcoscenico che va a svilupparsi la recitazione nitida, immediatamente fruibile, così perfetta da non lasciare traccia di pecca.
Nella sala d’aspetto di una stazione due uomini, tra gli arrivi e le partenze di treni che non prenderanno, di cui sentiranno gli sbuffi, lo stridio delle ruote, di cui vedranno i fumi e le sagome degli ultimi vagoni allontanarsi, aspettano la vita, nell’incombenza di una morte sempre presente, nella consapevolezza che è ‘lei’ la più grande disillusione.
Gabriele Lavia è l’uomo dal fiore in bocca, marchiato con il suo epitelioma che gli fa contare i giorni e desiderarne quanti più è possibile. Inchiodato alla sua condizione di malato terminale è colui che possiede la consapevolezza che il presente è sempre assente nella percezione del tempo umano continuamente in bilico nel suo movimento tra passato e futuro, arrivi e partenze. Il presente è, appunto, la morte. E’ bene che lo sappia il signore ‘pacifico’ e ‘buono’, carico come un somaro di pacchi regalo da portare alla moglie e alle due figlie, ben ventuno, due e tre per ogni dito.
Così, in un dialogo maieutico, l’acquisizione della consapevolezza che la vita non arriverà mai perché è prigioniera delle sue donne, inchioderà l’uomo ‘pacifico’ nel tempo fermo della sala d’aspetto.
Il rapporto tra uomo e donna in quella subalternità che farà dire all’uomo dal fiore in bocca ‘Il moglie’ e ‘la marito’ è quanto l’ironia pirandelliana scandaglia in quest’opera. Ma della donna non si può fare a meno, il fiore in bocca è proprio lei e sulla scena se ne può percepire solo l’ombra da dietro le vetrate della sala d’aspetto, alta e sinuosa che cammina avanti e indietro con il suo ombrello sulla banchina della stazione. E’ la moglie del condannato che non vuole abbandonarlo al suo destino, morirebbe con lui e non si rassegna all’allontanamento cui il marito vuole destinarla.
Quanto più l’uomo conosce tanto più si fa piccolo, quanto più non conosce tanto più si fa grande.
Non resta che l’immaginazione per aderire alle vite degli altri e vedersi simili, allontanare la solitudine, prendere in giro la morte.
L’uomo dal fiore in bocca saluta l’avventore pacifico e buono che rimane nella sala d’aspetto col capo chino, il corpo umido e stanco. Mette su il cappello e va via. Ha smesso di piovere e diventa ombra che mestamente segue quella della sua signora.























 

 

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