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L'apparenza inganna

di Massimiliano Forgione - 31/03/2017

Il grande teatro è di scena con due attori superlativi, dal 21 marzo al 2 aprile, al Parenti di Milano. Sandro Lombardi e Massimo Verdastro, con la regia di Federico Tiezzi, portano sul palco della Sala 3 L’apparenza inganna, il bellissimo dramma di Thomas Bernhard.
L’allestimento scenico è di una misurata bellezza ed eleganza, Gregorio Zurla ne firma la sobrietà e il buon gusto. Gradevoli i costumi, curati da Giovanna Buzzi, che si sposano perfettamente con i colori e i materiali della scena.
E’ in questa perfetta simbiosi di energie creative d’alto contenuto che si confrontano i due attori nei panni dei due fratelli protagonisti del dramma. Karl introduce i fatti, tenendo la scena per quarantacinque minuti buoni. Apre pian piano il velo su quell’immensa solitudine che caratterizza la sua vita abitudinaria cadenzata dagli incontri settimanali del martedì e del giovedì con il fratello, alternativamente a casa propria e in quella dell’altro. Emerge una certa misantropia endogena, tutta giocata all’interno della piccola famiglia in cui la terza protagonista, la moglie di Karl, di cui si sentirà solo parlare in quanto deceduta, gioca un ruolo estremamente importante. Effettivamente, è colei che ha gettato Karl nello sconforto perché ha lasciato la casetta delle vacanze in eredità al cognato Robert. Quali erano i reali rapporti intrattenuti tra la donna e quest’ultimo? Non è dato sapere, ma è certo che entrambi gli uomini siano stati innamorati della stessa donna e che questa, ora, manca terribilmente nelle loro vite. In modo accennatamente misogino al marito, teneramente e malinconicamente al cognato. Del resto, il lascito della piccola proprietà, che potrebbe avere il significato di un amorevole dono in memoria della loro segreta alcova, conferisce a costui un pregio immeritato e toglie al marito la ricompensa di una vita al fianco della donna e degli sforzi compiuti per elevarla nei modi e nei gusti.
’Misantropia e amore della solitudine sono concetti interscambiabili’ diceva Schopenhauer, ed è certo che Karl, nella propria quotidianità, ci sta proprio bene.
Ed è con una certa malignità pruriginosa che si reca il giovedì a casa del fratello (fine del primo atto, il pubblico si sposta in un'altra sala dov'è allestita la scena dell'altro appartamento) Robert che, al contrario, soffre la sua condizione e vive in modo più nostalgico il decesso della donna. E’ l’animo più sensibile, meno cinico; forse, proprio perché è quello che ha deciso di non sposarsi mai e la sua relazione l’ha vissuta in modo platonico (?) e idealizzato.
Ma l’apparenza inganna e le rivalità ataviche dei due fratelli hanno modo di trovare sfogo attraverso sguardi, battute, gesti, piccole manie che chiariscono i rapporti di potere presenti nella coppia ed esercitati anche per mezzo di subdoli giochi di forza snervanti.
Sono le dinamiche patologiche dei rapporti familiari che, reiterate per tutta una vita, spingono al desiderio inesprimibile di recidere il giogo senza avere la forza necessaria per farlo.
E la vita può andare avanti, sempre più chiusi, in un’apparenza ingannevole.























 

 

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