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Il Dio di Roserio

di Massimiliano Forgione - 04/05/2017

Fabrizio Gifuni al Teatro Parenti di Milano significa Sala Grande perché numeroso è il pubblico che, puntuale, non perde le sue proposte, frutto di ricerche sempre originali e di percorsi che tracciano una precisa curiosità per interpretazioni mai scontate dell’animo umano.
Senza mai giudizi né pareri che lascino trasparire una positività o negatività per i fatti che racconta, ciò che sta a cuore all’attore romano, è proprio quest’arte tanto antica e necessaria (cosa non si fa per raccontare) quanto resa moderna e spinta verso sempre nuove ricerche.
Abbiamo già detto, in passate recensioni, quanto Gifuni reciti con immanenza dei sensi, il corpo e le parole si inseguono e articolano in una trama armoniosa che si potrebbe immaginare un altro ‘racconto’. Ciò che va rilevato, di questo meticoloso studio prossemico, non è solo lo sviluppo, anch’esso già fatto notare, quanto la natura di una evoluzione che crea una commistione tra genere teatrale e cinematografico resa possibile dalla perfezione del gesto: quel braccio che fende l’aria è un autentico atto d’amore dell’artigiano che ha perfezionato l’utilizzo dei ferri del suo mestiere. E’ il coronamento del gesto, la sua massima precisione che porta a teatro l’effetto speciale possibile nel cinematografo.
Con il ciclista gregario, protagonista del primo capitolo del primo romanzo di Giovanni Testori, si percorrono luoghi larghi e stretti, alti e profondi, nebbiosi e soleggiati. Gifuni porta lo spettatore in sella alla sua bicicletta, di un tempo italiano in cui il ciclismo era fatica sofferta e sudata, metafora di un Paese in grado di farcela col duro sacrificio del lavoro costante e appassionato di chi credeva che il cambiamento della propria condizione dipendesse soltanto da questo.
Consonni pedala, e lo fa al servizio del Dio di Roserio Dante Pessina, per le strade impervie che portano verso il lago di Como. La distanza tra testo e palco è annullata nella recitazione vorticosa che, come dice Gifuni: ‘Si affida alla platea, cioè il coro. Ogni sera senti questa condizione con tutta l’esattezza fisica che essa comporta perché si deve creare e mai staccare un campo magnetico con il pubblico, attivando un principio rituale che va al di là delle qualità tradizionali del lavoro di palcoscenico che non si esaurisce mai solo in estetica e cultura.’ (Corriere della Sera, 3/5/2017).
Gifuni, come spesso fa, prima di iniziare il suo contenzioso col palcoscenico, spiega al pubblico che quello che interpreterà è il primo capitolo del primo romanzo di Testori. La prima corsa del protagonista, ciclista promettente di un quartiere popolare di Milano, Dante Pessina che il lettore saprà, nell’ultimo capitolo del libro, vincerà a livello nazionale. Il dramma vissuto in sella di un delitto senza castigo: quello con cui, nella rabbia di una competizione non solo agonistica ma anche di invidie e subordinazioni, il protagonista si macchia, facendo cadere il suo gregario che rimarrà mentalmente diminuito.
Si tratta di un testo presente solo nella prima edizione Einaudi del 1954, nella collana diretta da Elio Vittorini che, nelle seguenti edizioni, scomparve. La sintassi scardinata, la crudezza del racconto, non permettono di rendere chiaro il filo narrativo, motivi più che validi per portare Italo Calvino e Elio Vittorini a chiedere sommessamente a Testori di rinunciarvi o, almeno, a mettere in corsivo le analessi in modo da rendere il racconto più chiaro.
Che la scrittura definita ‘dadaista’ di Testori sia pienamente comprensibile in presenza dell’atto è una verità che Gifuni conosce bene e l’impresa è ardua e richiede tanta umiltà, quella con cui l’attore augura al suo coro buona serata e affida a questo la speranza di farcela.
Il braccio teso che fende l’aria in un gesto preciso e netto apre e chiude la performance perfetta come un effetto speciale.

In scena fino a sabato 6 maggio.























 

 

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