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La Confessione al Teatro Parenti

di Massimiliano Forgione - 09/02/2018

La confessione è il capitolo censurato de I Demoni. L’impero zarista ottocentesco mal sopportò la libera ed acritica analisi di Dostoevskij sulla pedofilia. Siamo nella fase in cui lo scrittore anticipa la grande letteratura europea del novecento, i tratti psicanalitici, il flusso della coscienza, caratterizzano l’ossessione di Stragovin e del suo impellente bisogno di condividere la materia oscura del suo passato, del suo inconscio, elaborandolo nel momento stesso in cui lo rende pubblico.
L’identificazione tra personaggio e autore percorre tutta l’opera dello scrittore russo, ora più esplicita, ora più velata, ma con tratti propri della sua biografia che puntellano la struttura del racconto, perché il processo della sua scrittura era estremamente immanente, pervasivo, avviluppante, frenetico, convulso.
E infatti, partecipare al monologo di Mino Manni, può equivalere ad immaginare di avere davanti lo stesso autore che si interpreta, colto nel vivo del processo della sua scrittura. Ma ipotesi traslativa a parte, la recitazione è a dir poco perfetta: senza sbavature, il gesto accompagna compiutamente la parola, i passaggi degli stati umorali sono ineccepibili, il suo retorico rivolgersi al pubblico: ‘’sincero’’.
Insomma, assistere alla messa in scena de La Confessione, fornisce allo spettatore un ulteriore, prezioso elemento di analisi ed approfondimento per meglio apprezzare l’opera di Dostoevskij.
Infatti, lo spettacolo, in programma presso la Sala Treno Blu fino al 18 febbraio, si inserisce in un progetto chiamato dai curatori Percorso Dostoevskij che seguirà con Il topo del sottosuolo, in scena sempre nella Sala Treno Blu dal 27 febbraio al 4 marzo e Delitto e castigo, nella Sala Tre dal 16 febbraio al 4 marzo. Le tre rappresentazioni vedono la regia di Alberto Oliva e la recitazione di Mino Manni.























 

 

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