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Lourdes

di Marcello Masneri - 16/02/2010

Forse non c’era bisogno di un film come ‘Lourdes’ per stimolare delle considerazioni ficcanti e nuove sulla realtà della ‘Lourdes S.P.A.’, (che non sente la crisi) sull’esistenza o meno della fede (o resistenza alla fede?) in seno all’organico dell’azienda e sul ruolo dei soci educatori e volontari a tempo determinato o con contratto a progetto. Ma forse non era nemmeno nei progetti della regista austriaca Jessica Hausner. Sta di fatto che il pianeta dei cosiddetti educatori è un recipiente troppo grande e sempre traboccante per esprimere un giudizio preciso. Quindi largo alle opinioni, ma solo a quelle. Non c’è miglior statistica cui riferirsi se non l’averci lavorato dentro per anni, nel mondo dei disabili, ma con uno sguardo intelligente ed obiettivo. Ci si può finir dentro ‘per amore del prossimo in difficoltà’ (e anche qui si potrebbe aprire un seminario), per necessità (fare l’educatore è spesso un ripiego in attesa di qualcosa di più edificante per le proprie ambizioni e soprattutto per il proprio portafoglio, ricordando i laureati in psicologia, matematica o filosofia che, aspettando Godot, approdano al sostegno ai disabili nelle scuole). La cosa migliore probabilmente è farlo per fede in Dio (chi ce l’ha), un grande valore aggiunto, forse anche un merito, chi lo sa? Alla fine lavora bene chi è volenteroso (e sono in tanti), allegro (i disabili ne hanno bisogno), spontaneo (aiuta a comunicare), intelligente (non avanza mai), tecnicamente preparato (molto difficile, le disabilità sono tante e complesse e manca la formazione), disposto a lavorare in equipe con umiltà (si può imparare ma ci vuole tempo ed esperienza sul campo a fianco di quelli più bravi). In tutti questi requisiti può essere presente l’amore, sotto le forme, le qualità e le quantità che ognuno si porta dentro, come dote personale. Passando al film, un passaggio che faccia da esempio per evidenziare le diverse possibilità di interpretazione: quando la regista ci fa vedere che la volontaria crocerossina, fortunatamente in preda a sane crisi ormonali, cerca le attenzioni di un giovane ufficiale in divisa (e lì dove dovrebbe cercarle altrimenti?) ‘abbandonando’ temporaneamente la ragazza paralitica, non ci fa vedere niente di nuovo e niente di anormale, nemmeno si potrebbe parlare di un punto di vista laico, è ‘solo’ umano. Dispiace invece sentire un’indignazione (sospetta) da parte di molti e un ammonimento al comportamento della ragazza, colta di sorpresa con le sue vampe. Non è irrispettoso per nessuno comportarsi così, la ragazza in carrozzina non è stata lasciata sul ciglio di un precipizio o senza cibo per due giorni. Anzi è positivo che un’adolescente provi una sbandata per un giovanotto proprio a Lourdes, perché no? Ma soprattutto, come impedirlo, per di più in un posto dove, si sa, regna l’amore? Ed ecco servito un pretesto in più per tornarci l’anno prossimo, se la fede dovesse essere un optional. Se il giovanotto avesse accettato le avances della crocerossina, questa non avrebbe avuto quella faccia da funerale che si è portata dietro per tutta la seconda parte del film, allontanandola veramente dalla sua assistita. Meglio dotarsi di assistenti ed educatori di buon umore e non frustrati. Se esiste la speranza, allora vale anche per quella che nutre la ragazzina, quella di trovare un varco tra le braccia del carabiniere. A prescindere, a ognuno la facoltà di scegliere la strada che ritiene idonea per cercare di sentirsi bene. Voglio andare a Lourdes in veste di malato? Ci vado. Voglio andare a Lourdes come operaio del cuore? Ci vado. Voglio andare a Lourdes per conoscere gente? Ci vado. Con fede o senza fede. Quindi la fauna umana presente sarà eterogenea. E’ così che gira. L’invidia esiste, perché non dovrebbe manifestarsi a Lourdes? Saremmo tutti un po’ invidiosi per un miracolo che va a favore altrui, anche se ‘meritato’ grazie alla fede profonda. Infine si dimentica che ogni film vuole rappresentare un tema, privilegiando sempre un aspetto o un punto di vista (quello del regista) spesso a discapito di un altro, e non deve per forza essere un insegnamento. Il punto di vista della regista non propone purtroppo niente di nuovo, secondo noi, se ci sforziamo di capire che questi aspetti di ‘leggerezza’ e fede sbiadita li conoscevamo già, ci sono. E’ solo un ribadire, una conferma di ciò che si può trovare in giro. Chi lavora nel campo in maniera seria non può far finta di non sapere. Penso che anche tra i malati, a volte proprio per l’essere stati colpiti da tale sfortuna, ci possano essere delle persone non proprio belle dentro, giustificabili o meno. Ma anche tutto quello che abbiamo detto, è cosa nuova?























 

 

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