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Intervista a Daniele Vicari, autore e regista del film Diaz. Non pulire questo sangue.

di Massimiliano Forgione - 24/05/2012

Come nasce l’idea di strutturare il film come un innesto di singole storie che vanno a confluire nella tragica notte della scuola Diaz?
Nasce dalla constatazione che gli eventi relativi al G8 di Genova hanno coinvolto una grande quantità di persone, una moltitudine. Il modo migliore per tradire la complessità di eventi di questo genere è individuare un protagonista, come legittimamente e regolarmente avviene nel cinema. Ma io non avevo voglia di fare questo tradimento.
Cosa ti ha mosso alla realizzazione del film? Entra in gioco l’omertà che sin dagli inizi serpeggia attorno ai fatti?, la tentazione della rimozione necessaria?
Più che altro la sensazione che il carattere carsico della cultura di massa in Italia avrebbe portato all'ennesima tragica rimozione del lutto. Invece io credo che i lutti vadano affrontati e i conflitti risolti.
Hai avuto modo di verificare i fatti attraverso i racconti delle vittime, dei poliziotti oltre che lo studio degli atti giudiziari?
Si, ho incontrato molte persone, sia le parti offese che i poliziotti. Ma da questi incontri non mi sono mai aspettato alcuna risolutiva informazione sui fatti, piuttosto cercavo e ho trovato sensazioni, caratteri, desideri, dolori, indignazioni...
Il tuo film ci ricorda che in ogni tempo, anche quello di una supposta pace, c’è sempre chi è pronto a perpetuare le peggiori meschinità umane e gli atti più ignominiosi. L’emozione e lo sdegno sono un pugno allo stomaco, si esce dalla sala ammutoliti, l’idea della sospensione dei diritti democratici e della repressione circola nella testa per un po’, crea orrore, sgomento. Questo è quanto ho anche provato e mi chiedo se era nei tuoi intenti.
Ancora prima che nei miei intenti, queste sensazioni ed emozioni erano nella mia esperienza personale, che ho poi riversato nel film, per trasmettere agli spettatori l'autenticità e anche la drammaticità della mia personale esperienza.
Se pensiamo al tuo film, ad altri usciti nelle sale in questi ultimi tempi, tra l’altro in concomitanza con sentenze processuali che non stabiliscono assolutamente niente e addirittura chiedono il risarcimento delle spese ai familiari delle vittime delle stragi, non può sfuggire come una certa verità emerga dalla settima arte che ci racconta la storia recente e meno della nostra Italia.
Chi dice che il cinema non svolge più una funzione sociale politica o culturale, ma ha solo una funzione spettacolare, fa finta di non sapere che il cinema, nel bene o nel male svolge queste funzioni tutte insieme, sempre. Sta ai registi decidere dove porre l'accento volta per volta.
La bottiglia lanciata apre e chiude il film; metafora di un qualcosa che irrimediabilmente, nel momento in cui è stata avviata in un certo modo, sbagliato, si romperà e spargerà i suoi cocci senza alcun controllo.
Si, forse è una metafora, forse solo una suggestione, forse una provocazione per lo spettatore o forse solo un appiglio per iniziare a costruire il senso dell'esperienza che lo spettatore fa. Non so. Quello che so è che il lancio di un oggetto ha qualcosa di originario, di pre-cosciente ed irriflesso, quindi disvelatore di un bisogno di mutare il rapporto tra te stesso e il mondo. Può essere foriero di una tragedia o di una farsa, o di entrambe le cose insieme. Comunque è un gesto di rottura con il fluire delle cose. Nel processo si è dibattuto a lungo del passaggio del pattuglione e del lancio "copioso di oggetti contundenti", e si è concluso che fu lanciata una sola bottiglietta che non colpì le automobili della polizia, ma diede il la al disastroso blitz alla scuola Diaz. Una cosa irresistibile per un narratore.























 

 

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