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Bergamo Film Meeting 2015

di Marcello Masneri e Massimiliano Forgione - 09/03/2015

Del Bergamo Film Meeting di quest’anno la sezione più convincente è stata quella del Polar, il genere noir poliziesco con film datati che riportano grandi firme nella regia, nella sceneggiatura, nelle musiche e, naturalmente volti che hanno fatto la ‘storia del cinema’.
Forse, per questo, della nove giorni cinefila, i momenti più interessanti sono stati le mattinate e le giornate di sabato e domenica, quando, chi adora il cinema, ha potuto trovare rifugio sicuro nella sala dell’Auditorium di Piazza della Libertà (per svolgere, anche, trattandosi di film in lingua originale sottotitolati in altra lingua straniera, quell'esercizio linguistico collettivo di inestimabile valore).
Tra Mostra Concorso, Visti da Vicino, Europa: Femminile, Singolare, la sofferenza è stata non poca; in alcuni sedute, i maratoneti della pellicola, cedevano al sonno per ritemprare la resistenza in vista di visioni migliori.
Sono stati preziosi i corti di animazione firmati dal ceco Pavel Koutsky ad anticipare i lungometraggi, una bella scoperta, come sempre la manifestazione sa riservare al proprio pubblico.
Anche quest’anno ci sono stati i tre vincitori, per la cronaca essenziale: primo premio a Utòelet di Viràg Zomboracz; secondo a Anderswo di Ester Amrami; terzo a Loreak di Joan Garano e José Maria Goenaga.
Ma il vero vincitore, senza retorica, è sempre il pubblico, e non solo bergamasco. Perché, nonostante gli avvicendamenti dei colori delle amministrazioni locali (negli anni sempre più interessi politici ed economici ruotano attorno alla manifestazione), lo zoccolo duro del festival garantisce una catarsi artistica destinata ad allungarsi con il BergamoJazzFestival che, per i tanti che vi si immergono nel loro marzo vitale, rimane un mistero il perché ciò non possa essere tutto l’anno.
MF

Giovedì 12
Come sempre la fine di Bergamo Film Meeting coincide con l’inizio del Bergamo Jazz Festival e il passaggio di consegne avviene con la programmazione di alcune pellicole in cui la colonna sonora di matrice jazz riveste una grande importanza. A volte il film è una dichiarazione d’amore al jazz nella musica e anche nei contenuti come nel caso del film Shadows, splendido bianco e nero di un Cassavetes nella sua più alta libertà d’espressione, proiettato nell’edizione di qualche anno fa. L’anno scorso Miles Davis e Jeanne Moreau ci anno incantato con Ascensore per il patibolo, grazie a Luis Malle, altro regista che infila il jazz nei suoi film, già ammirato nell’edizione di quest’anno con Vanja sulla 42 strada (ottima colonna sonora del 1993 dei giovanissimi Joshua Redman e Brad Meldhau). Nella giornata di domenica 15 marzo sono in programma all’Auditorium di Piazza della Libertà due film di grande suggestione come Eva di Joseph Losey e Die Puppe di Ernst Lubitsch. Il primo avrà inizio alle ore 15.30, il secondo alle 18.00. Eva è preso ad esempio nei corsi di cinema per spiegare cosa significhi rappresentare la seduzione femminile attraverso le movenze di una donna. E se questa è ancora una volta Jeanne Moreau nella sua forma migliore, non resta altro che fidarsi. La ragazza si muove con immensa grazia nella scena madre del film manovrando con maestria un asciugamano che la copre e non la copre, maneggiando dischi in vinile di jazz e strisciando a terra inseguendo la voce di Billie Holiday alle prese col brano indimenticabile Willow weep.
Consideriamo che siamo nel 1962 e Losey tratteggia con finezza e denuda ad arte il suo personaggio femminile, femme fatale in tutto e per tutto visto che prima riduce a schiavo l’ottimo Stanley Baker nei panni di un fragile ossessivo scrittore inglese innamorato, poi porta al suicidio la moglie di questi che inizia così la sua discesa all’inferno meditando infine di eliminare la donna che ha rovinato la sua vita. Lo sviluppo della relazione di coppia, al centro della maggior parte dei film di Losey (ricordiamo soprattutto il bellissimo L’Accident del 1967), si manifesta in tutta la sua violenza, intensità e drammaticità ma spesso senza azione e intreccio bensì privilegiando i dettagli, i particolari, le ossessioni, la cura della simbologia e la vacuità morale dei personaggi. Ideale la scelta bianconera di Venezia, intrisa di tristezza e peccato. Il film ha ricevuto anche critiche non del tutto positive, accusato di essere un po’ clone dell’Antonioni de La Notte, sempre con la Moreau e un po’ noir dalla mancata introspezione. Vero è che la forza delle immagini è unica. Nel film si sente anche la bella voce di Tony Middleton alle prese col brano Adamo ed Eva. Il resto della colonna sonora è a cura di Michel Legrand.
La bambola di carne è invece la traduzione in italiano di Die Puppe, 1919, commedia in puro stile espressionista in cui un nobile zio malato vuole a tutti i costi trovar moglie al nipote mammone. Questi, per nulla interessato al progetto, metti tutti a tacere inscenando un matrimonio con una bambola meccanica. Ma a questa si sostituisce la bambola (di carne) Ossi e questo amore surreale fa scivolare tutto in fiaba, leggera, esilarante ma non priva di risvolti psicanalitici. Uno dei temi è quello dell’ambiguità, tra carne e plastica, uomo o donna. Insomma, una muta genialata di Lubitsch anche a livello stilistico, perché con i suoi fondali dipinti è un precursore, prima di Metropolis di Murnau. Il feroce sarcasmo anticlericale ha una parte importante e anche la borghesia non si salva. Si ride e si riflette; in tanti hanno attinto dal piccolo capolavoro del regista tedesco. Ad esempio, son tutti temi che tratterà anni dopo, in altro stile, Billy Wilder. Lubitsch è nato a Berlino nel 1892 ed è morto d’infarto a Los Angeles nel 1947 poco dopo aver ricevuto l’Oscar alla carriera. Per il Bergamo Film Meeting a Bergamo la pellicola sarà accompagnata dal commento musicale dal vivo di Luciano Biondini alla fisarmonica e Mosè Chiavoni al clarinetto (ecco l’aggancio col jazz!).
MM

Mercoledì 11
Belli i cortometraggi di questa rassegna. Alcuni di essi, con lo spirito documentaristico che anima i giovani autori, sono veramente utili e originali.
Per avere più contezza di ciò a cui si assiste, scambiamo due parole con Germana Bianco, curatrice delle relazioni internazionali e festival della Scuola Civica di Milano.

Quali sono i criteri con cui selezionate i documentari che poi vediamo al BFM?
Sono ormai tre anni che collaboriamo con il BFM e la nostra scelta è fatta in funzione di ciò che pensiamo possa piacere al pubblico della manifestazione. Ciò che ispira è sempre l’efficacia del messaggio nel tempo che un corto prevede. Le fonti a cui attingere sono le quattro aree geografiche di produzione: America del nord, America, del sud, Asia e Oceania, Europa. Noi, ci concentriamo su quest’ultima. Se il secondo anno, per la sezione tutta al femminile, abbiamo allargato lo sguardo sui generi: fiction, animazione e documentario; per quest’anno ci siamo concentrati su prodotti che offrono un taglio più documentaristico.
Chi sceglie i corti?
Una prima selezione viene fatta da studenti e collaboratori della Scuola Civica, poi, durante la maratona Cilect, vi è un’ulteriore votazione fatta da un pubblico più allargato. Quest’anno è prevista il 28 maggio.
Corti che vedremo al prossimo BFM…
Sì, c’è un lungo lavoro preparatorio, ben ripagato quando constato il gradimento del pubblico per la sezione Visti da vicino di questa edizione.
MF

Lunedì 9
I due film proposti nella serata di lunedì 9 all’Auditorium ci parlano di due vite adolescenziali gravose del loro carico di fragilità, di rabbia, di incomprensioni familiari. Bella l’idea di creare l’accostamento tra il protagonista maschile del primo film in Concorso Modris e quello femminile del film a seguire Fish Tank. Pur cambiando l’ambientazione delle storie, a Riga (Lettonia) il primo, in una cittadina non meglio identificata inglese il secondo, i disagi dei protagonisti hanno molti tratti in comune, primo fra tutti il rapporto conflittuale con la mamma, unica figura genitoriale di una tessuto familiare disgregato; la degradata periferia cittadina a far da sfondo a disagi che incalzano sempre più senza, sembrerebbe, lasciar via d’uscita; le amicizie e i rapporti tra pari, aggressivi, violenti, pieni di invidie e di competizione.
E’ in questo scenario che si muovono Modris e Mia, più lento e passivo il protagonista maschile, più esagitata e irrequieta la protagonista femminile. Ma il movimento esterno è quanto fa la differenza tra due moti interni molto simili, entrambi alla disperata ricerca di qualcuno che, nelle mancanze in cui sono cresciuti, rappresenta un approdo di salvezza.
Modris è alla ricerca della figura del padre, Mia di un’anima che la porti lontano dai suoi luoghi privi di poesia, quando anche la danza, personale via di fuga, diventa squallore da balere a luci rosse.
Entrambe le pellicole sviluppano le storie attraverso un taglio documentaristico che conferisce maggiore validità alle opere. Gli spaccati ambientali sono reali, le afflizioni giovanili sono riscontrabili e trasversali a tutti i giovani europei, la fuga dalla realtà che possa essere il gioco che diventa ludopatia o la danza, sono reali espressioni che vogliono essere antidoti alla realtà deprimente.
Buon film d’esordio per Juris Kursietis che, con il suo Modris, ha strappato applausi convinti.
Una conferma la regia di Andrea Arnold che con Fish Tank firma il suo quattro volte premiato secondo lungometraggio. Il terzo, presentato in concorso al festival di Venezia e premiato con l'Osella d'Oro per la migliore sceneggiatura, è stato già proiettato sabato 7.
MF

Domenica 8
Il primo finesettimana di BergamoFilmMeeting 2015 ha regalato al pubblico bergamasco diverse chicche. Come ogni anno il Direttore artistico del festival Angelo Signorelli ha messo la sua autorevole firma sulla scelta delle pellicole e sulla pubblicazione di volumi interessanti; notevole per gli amanti del genere il volume monografico del Polar francese. Importante la dedica di questo volume a due personaggi del cinema recentemente scomparsi, fondamentali per la prestigiosa storia cinematografica della nostra città: si tratta di Claudio Fava, critico cinematografico e Gianni De Campo, regista e studioso di cinema, donatore al BGFM dell’enorme archivio dell’opera di George Simenon. E mai come nel caso dell’artista belga l’opera di uno scrittore è legata alle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi; tali opere hanno dato linfa al genere Polar, tra il 1940 e il 1960. Nei film tratti dalle sue opere i vari Jean Gabin, le innumerevoli femme fatales e fragili derelitti si sono materializzati sullo schermo dando una voce ed un’estetica distinguibilissima, tratta da quelle storie semplici ma ambigue, amare, intrise di seduzione. Storie di individui tesi a cercare il senso della vita - spesso senza mai riuscirvi – con improbabili estremi gesti d’amore e colpi di pistola, sempre in luoghi ameni dove il lucido bianco e nero è fatto soprattutto di pioggia, ombre, nebbie e fumo di sigaretta. Dove al colpevole viene concessa almeno una buona ragione per esserlo, mentre per il ricco borghese si finisce sempre per non parteggiare. Non c’è morale e giudizio, la narrazione procede asciutta per fatti e misfatti di gente quasi mai perbene, la malinconia ha breve vita perché spesso l’antieroe è un derelitto quasi sempre in fuga e non c’è tempo per pensare, quindi la sceneggiatura è spesso ficcante e raffinata. In poche battute sembra delinearsi la poesia e il destino di un personaggio, prima di essere smentiti da più colpi di scena. Il polar dopo gli anni 60 finisce per intrecciarsi con la Nouvelle Vague. Il festival dedica diverse pellicole a questo genere. Fa parte della rassegna lo splendido film del regista Clouzot Legittima Difesa, del 1947, ammirato domenica 8 marzo. Notevoli i profili psicologici di almeno due personaggi: la vera dark lady del film Dora (Simone Renant), ambigua fino alla fine, anche nelle preferenze sessuali, custode della verità e padrona del destino del presunto assassino, l’amico Maurice, marito geloso (Bernard Blier) e il brillante e tenero ispettore Antoine (Louis Youvet), dai modi decisi, protagonista di dialoghi brillantissimi (su tutti la stesura del verbale della deposizione di Maurice), dotato di grande senso dell’ironia e dolcezza nei confronti del giovane figlio adottivo. Clouzot è regista sottovalutato, ambizioso e audace, nella narrazione e nelle immagini (vedi la scena del bacio appassionato seguita dalla schiuma che fuoriesce dalla pentola bollente o i momenti dove discinte ballerine sfilano seminude), la censura francese non fu severa. Clouzot va ricordato anche per altri film come I Diabolici o Vite Vendute.
MM























 

 

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