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Le imbarazzanti dita di cartone di Jay Roach

di Matteo Ghisoni - 22/02/2016

Credo che la gente veda nell’arte, ed in particolare nell’artista, una sublimazione di sé, una denudazione, una purificazione di tutto ciò di cui sciattamente si veste, come se fossero essi nel loro operare lontani viaggiatori, instancabili araldi, e che vedano in essi il flebile spiraglio di una loro stessa parte; è forse per questo, che non possiamo smettere di parlare di loro, che non riusciremo mai veramente ad ignorarli, qualsiasi cosa ad essi si opponga, sia pure la stessa folla, “perché fanno cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità”, diceva un vecchio spot pubblicitario. È ad uno di questi personaggi che il film L’ultima parola - La vera storia di Dalton Trombo vuole andare a rendere omaggio, trattandosi altresì di uno dei più grandi geni che Hollywood abbia mai conosciuto. Un film che vede come regista un Roach che, forse per inesperienza nel tema, realizza una regia fredda, melensa, dispersiva, di prospettiva e di contenuti assolutamente inconsistenti; insomma, signor Roach, con un personaggio di un carisma eccezionale, dall'animo ribelle, costantemente osteggiato da una società che sembra non volerlo digerire, non riesce a ricavare nessuna scena più espressiva, più eloquente, di un uomo che scrive nella vasca da bagno? Si guardi a film quali "A Beautiful Mind", "The Doors", dell'esimio Oliver Stone, o "Il sale della terra", si prenda in esame pure quella graffiata sulla lavagna che risulta il film "Jobs" in tutti, tralasciandone la gestione artistica, si erge una preponderante componente psicologica ed emotiva, la quale non nega alcun particolare allo spettatore che ne sappia cogliere le sfaccettature; in questo il film manca totalmente, rendendo molto del contesto uno sciatto, imbarazzante panegirico al genio che si sta maldestramente cercando di glorificare. Ma questo non sarebbe un particolare così grave, dopotutto non possiamo incolpare un regista, e più ampiamente un qualsiasi tipo d'artista, per la sua incapacità espressiva in un determinato tema. Ben più grave diviene tuttavia l'errore quando inavvertitamente ripensiamo che il nostro protagonista è Bryan Cranston, che in precedenti interpretazioni ci ha mostrato ottime doti attoriali, soprattutto nei riguardi delle metamorfosi dei suoi personaggi. E questa volta non ci sono scuse, poiché è compito capitale del regista quello di scegliere quali attori meglio rivestono il suo archetipo, quali personalità meglio si confanno alla sua rappresentazione dell’opera, in modo che da essi possa ricavare il miglior risultato possibile. Emerge dunque lampante la carenza di una parte di Cranston che in molti avevano iniziato ad apprezzare, specialmente con la sua recente interpretazione nei panni di Walter White nella pluripremiata serie televisiva AMC Breaking Bad, che azzarderei dire essere molto simile a quella propinataci nel film. A discapito di tutto non possiamo tuttavia negare che Cranston ci regali una prova ammirevole di una recitazione sentita, limpida, come ormai siamo abituati a vederlo, valendogli per giunta una nomination all'Oscar come miglior attore protagonista. Un buon giudizio non può essere negato nemmeno al resto del cast, che nelle figure di Helen Mirren ed Alan Tudyk trova ottime rappresentazioni sceniche.
Abbiamo infine una sceneggiatura scritta da un brillante McNamara, e che in molti frangenti innalza l’intera pellicola ad un notevole grado d’impatto, caratterizzandone l’indole capricciosa, fatta di dialoghi veloci, taglienti, mordaci, che ne fanno un esempio di scrittura che ondeggia, e tocca elevati livelli di eloquenza, di sfida, in un film dove le parole non possono approssimarsi, non sbiadirsi nel fumo delle scene, ma devono incidersi pesanti nelle nostre coscienze, e costituire emblema di ciò che non possiamo ignorare, di ciò che non ha a che fare con un'opinione artistica, ma con tutto ciò che affrontiamo quotidianamente. La paura, e ciò che ne consegue, non può essere identificata come un pericolo, come un difetto, come un qualcosa da cui rifuggire, è indice di profonda umanità, di solida coscienza di ciò che sentiamo; ma la paura, lasciata macerare, inibita degli sfoghi, sepolta nel silenzio, rappresenta ciò che più si avvicina alla rappresentazione palpitante della morte, perché con essa rifiutiamo di relazionarci con tutto quello che ci spaventa, zittendolo sul nascere, ed isolandoci così nello stillicidio che ci procura, finché tutto muore. È sempre da questa condizione umana che nascono le “liste nere”, le purghe, i rastrellamenti, le segregazioni, le repressioni violente. Questo film è semplicemente un monito, come tanti ne abbiamo visti, e come tanti altri rimarrà inascoltato, irriso da un velo che lo maschera, vuoi per la lontananza temporale, vuoi per quella geografica, e che lo rende poco più di una favola passata, lontana, irrilevante. Non ci sentiamo di augurarvi quindi una buona visione, perché questo film deve rimanervi sullo stomaco, e magari farvi perdere qualche ora di sonno, e in tal caso meritate un sentito elogio da parte del sottoscritto. Da vedere da soli. Immancabile nella cineteca di tutti gli appassionati di cinema.

Un film che dunque chi vi scrive sente di poter giudicare con un complessivo 7.4/10, analizzandolo più specificamente come segue:
Regia: 6.3/10























 

 

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