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Il BFM del Mattatoio

di MF/MM - 08/03/2016

Domenica 13
Ultima giornata. Ci dicono che ha vinto Enclave di Radovanovic, secondo Home Care di Horak, terzo 2 Nights Till Morning di Kuparinen.

Shane Meadows è il degno regista che chiude il BFM, Twenty Four Seven è una variante delle tante storie di un possibile riscatto sociale di questo regista prolifico che Bob Hoskins rende oltre misura poetica con la sua ispirata recitazione.

Nel pomeriggio il passaggio di consegne tra BFM e Bergamo Jazz Festival.
The Criminal di Joseph Losey del 1960 è un meraviglioso poliziesco che scorre per 97 minuti sulle note di Johnny Dankworth.

Le avventure del principe Achmed, una pellicola d’animazione realizzata con la tecnica delle ombre cinesi è una fiaba tratta da Mille e una notte, del 1926, di Lotte Reiniger, musicato dal vivo, per il pomeriggio di cinema e musica, dal sassofonista Gianni Mimmo.

La nostra giornata di questa 34° rassegna finisce degnamente con Anna Karina, Vivre sa vie, un Godard del 1962 ci porta a letto carichi di immagini del bellissimo volto di una protagonista ventenne.

Segnaliamo, nelle prossime giornate di martedì 15 e mercoledì 16 alle ore 21 presso l’Auditorium, The Miles Davis Story di Michael Dibb e Round Midnight di Bertrand Tavernier.
Giovedì 17 inizia il BJF.

Sabato 12
Pane e cioccolata di Franco Brusati con uno strepitoso Nino Manfredi dice tutto sull’emigrazione. Era il 1974, viene raccontata quella italiana in Svizzera, Salvini aveva un anno, ma ciò non può essere una scusa.

Ancora Shane Meadows con A room for Romeo Brass, lezione di cinema sul senso dell’amicizia tra preadolescenti, rapporti di forza tra coetanei e ruoli abdicati di adulti.
Un certa giustizia morale trova sempre il suo spazio nei film di Meadows. La condizione sociale non muta ma diviene, nell’elemento drammatico esasperato, sopportabile, soprattutto se affrontata con un senso comunitario.

Anna Karina (presente in sala) in Laughter in the dark di Richardson, che fa un adattamento del romanzo di Vladimir Nabokov, ci accompagna nel pomeriggio all’Auditorium. La bella e sofferta pellicola a colori del 1969 ci propone una Karina in veste ‘dark lady’ alla sua maniera.

Per chiudere la nostra giornata al Meeting ci abbandoniamo sulle scale (sala gremita) per godere Heaven can wait, commedia brillante del maestro Lubitsch; capolavoro spensierato del 1943, imperdibile.

Venerdì 11
Incontro con Anna Karina

La Nouvelle Vague è ancora viva. Ha ragione Anna Karina, settantaseienne attrice simbolo di quella nuova ondata di cinema francese distribuito tra la fine degli anni cinquanta e gli inizi del sessanta.
Proviamo ad immaginarla quando, non ancora maggiorenne arriva a Parigi, entra alla corte di Godard che per lei funge da tutore prima di sposarla nel 1960 (era lui che firmava i suoi contratti d’ingaggio); teniamo bene a mente le immagini di quei film che hanno rivoluzionato il modo di pensare il cinema; guardiamo l’espressione dell’attrice, oggi, quel lungo sguardo, tra il timido e il seducente, fatto di rapide occhiate che esprimono tutto il mondo interiore; quel sorriso sempre pronto a partire, sensuale e sdrammatizzante; ebbene, difficile separare l’attrice dalla persona, per questo si può parlare di una grande interprete e, per questo, si può parlare di un cinema, quello della Nouvelle Vague, che aveva tutta la potenza di un groviglio di (auto)biografia e arte.
Anna Karina ci dice che quello spirito rimane perché la Nouvelle Vague è rimasta un’esperienza unica tanto che, coloro che la detestavano, col tempo l’hanno amata e quelli che non c’erano, oggi, l’amano, anche in luoghi geografici che non hanno lo stesso modo di pensare europeo, francese.
Vuol dire che Godard, Rivette, Truffaut, hanno operato una lettura sociale ‘in fieri’, anticipando di non poco i tempi. Bella differenza rispetto a tutto quanto oggi viene prodotto e che, nella velocità che caratterizza i nostri tempi, viene rapidamente dimenticato. A volte, neanche considerato, tanti sono gli azzardi cinematografici che tentano questa fusione di arte e vita.
Anna Karina, artista poliedrica (cantante, ha persino tenuto un concerto davanti ad un pubblico di 2000 spettatori a Brasilia, a chiusura di una retrospettiva a lei dedicata; scrittrice, autrice di tre romanzi) è felicissima di questa giornata bergamasca, che il BFM le abbia dedicato una sezione con pellicole che ricorda con grande affetto: cita L’ètranger di Luchino Visconti, di difficile reperimento in Italia ma che a Parigi è rimasto in una sala per ben cinque mesi; e Nino Manfredi, con cui ha recitato nell’illuminato film di Brusati: Pane e cioccolata.
Quando le viene chiesto cosa ne pensa del mestiere di attrice, oggi; lei, interprete naturale, risponde che implica meno prove perché la tecnologia permette di raggiungere distanze e angolature che prima comportavano la ripresa di più scene: 'Provavamo molto!'.
Forse, anche questo dato di fatto, segna la separazione tra gli attori che ci son stati e quelli di oggi.

Film in Mostra Concorso Home Care, prima pellicola di Horak che, nella presentazione prima della visione, ci dice che il film ha partecipato agli Oscar come miglior film Ceco.
Una storia di dedizione al prossimo che si conclude con la distruzione personale. Una riflessione su quanto amore si riversa nel prossimo per mancanza nei confronti di se stesso. L’intento gioca anche sulla confusione tra medicina tradizionale e alternativa nella cura del male estremo: il tumore.
Il pubblico applaude molto. Da quanto si sente dire, assieme ad Enclave di Radovanovic, è il più papabile per il premio finale.
Chiude la nostra giornata colei che l’ha iniziata: Anna Karina. Bande à part di Godard anticipa un bellissimo triangolo affettivo che ispirerà il Jules et Jim di Truffaut.

Giovedì 10
This is England ‘86. Shane Meadows è una certezza per iniziare al meglio la giornata cinefila che, con I fratelli Karamazov di Petr Zelenka, diventa indimenticabile.
Per chi ha letto l’opera di Dostoevskij, la condensazione minuziosa che la compagnia teatrale praghese fa delle oltre mille pagine dello scrittore russo, si sedimenta indelebilmente.
Il testo e l’opera, ispirati all’allestimento teatrale degli anni ‘ 70 di Evald Schorm, trovano un’interpretazione magistrale da parte degli attori che recitano in un’acciaieria alla periferia di Cracovia e, durante la loro prova coinvolgono gli operai, all’inizio disinteressati e, nel prosieguo, sempre più coinvolti in un’operazione di metateatro assolutamente riuscita.
Per Mostra Concorso, The Wall, di Glazer propone una delicata riflessione sulla possibile assistenza filiale nei confronti dei propri genitori che diventa improbabile quando, alla vecchiaia, si unisce l’infermità.

Mercoledì 9
Dopo aver visto Majja Pliseckaja, film russo del 1964 diretto da Katanjan, ogni storia mai raccontata attorno alla danza e al sacrificio che essa comporta, diventa non all’altezza.
Mai come in questa pellicola, che esalta il mito sovietico e la grandezza del regime staliniano, si capisce quanto l’arte della danza sia controllo assoluto del corpo, conoscenza minuziosa della partitura musicale, dell’opera letteraria, dell’arte della pittura, della scultura.
Basterebbe questo film documentario per spazzare via tutta la chincaglieria che, impunemente, si cerca, ciclicamente, di far circolare.
Visione possibile in questa edizione del Festival grazie alla collaborazione con la GAMeC.

Ed ecco l’inutile puntuale film sulla danza: La Californie del francese Redon che, attraverso riprese diaristiche amatoriali, ha la pretesa di documentare due ossessioni: quella della fidanzata che vuole diventare prima ballerina e quella reciproca per la relazione, d’amore?, che sfugge.
Non si capisce dove le ossessioni siano né, tantomeno, il senso delle domande e risposte a fine proiezione.
Potere del Festival!

Parasol, pellicola belga di Rosier, in Concorso, riscatta il passo falso francese.
Tre esistenze segnate dalla solitudine cercano, sullo sfondo di una Palma di Maiorca resa orribile dallo squallido circo turistico che si anima in estate, di essere altro da sé, tradendo il movimento reale della loro natura, in un tentativo di adeguamento modaiolo, anche nei sentimenti, da cui nessuno è esente, ma da cui pochi si affrancano.

Martedì 8
La figura di Anna Karina caratterizza tutta la giornata. Del resto 135 minuti in cui la talentuosa attrice si misura con l'ampio ventaglio di risvolti emotivi di un’opera cinematografica che ha l’ambizione di condensare le vicende del romanzo di memorie La Religieuse di Denis Diderot del 1780 e pubblicato nel 1796, chiamano ad un compito non semplice lo spettatore.
Suzanne Simonin, la religieuse de Diderot di Jacques Rivette del 1966 permette all’attrice di non tradire mai l’assurdità degli eventi ai quali un destino beffardo espone la protagonista. Rendere ciò è possibile solo facendo ricorso ad una cifra interpretativa di notevole qualità.

Lunedì 7
Una pellicola di difficile reperimento e distribuzione: L’étranger, evidentemente tratto dal romanzo esistenzialista di Albert Camus, diretto da Luchino Visconti con Marcello Mastroianni a recitare la parte del protagonista e Anna Karina quella della donna che condivide parte della sua vita non entrando mai nel merito della sua apatia rispetto all’inutilità degli affaccendamenti sociali.
Un film del 1967 che riproduce tutta l’indefinitezza delle vicende attraversate da Meursault, operazione possibile grazie al realismo onirico del maestro Visconti.

Per il ciclo Films from the North un importante film conoscitivo di una realtà a noi assolutamente estranea e inesplorata. Sume analizza la questione groenlandese, colonia norvegese fino al 1814, in seguito passata sotto il controllo della Danimarca, in regime di autogoverno dal 1979 ma, di fatto, ancora sotto il suo protettorato; vissuta attraverso la denuncia del gruppo musicale Sumé, formatosi a Copenaghen nel 1972 grazie all’amicizia tra i nativi groenlandesi Malik Hoegh e Per Berthelsen, di stanza nella capitale danese per gli studi universitari (qualsiasi groenlandese che ambisse ad un ruolo sociale diverso da quello tradizionale del pescatore doveva studiare in Danimarca).
I testi di denuncia e rivendicazione di indipendenza e autonomia risvegliarono una coscienza sociale che ebbe il suo peso e accelerò il processo di tale riconoscimento.

Chiusura della giornata ancora all’Auditorium di p.zza della Libertà in compagnia di Shane Meadows. Film drammatico che chiama in causa il sentimento di vendetta e pietà e dell’incapacità di perdono di cui si può essere preda.
Dead Man’s Shoes è una grande prova della cifra stilistica del regista inglese. 90 minuti di ‘suspense’ mai banale.

Domenica 6
Una serie di documentari dalla Bosnia – Erzegovina di Jasmila Zbanic per la sezione Europe Now accendono più di una riflessione sul dramma della guerra che ha segnato quella parte d’Europa, a noi così vicina, tra il 1992 e il 1995.
Images from the corner. La regista vede una donna che le ricorda una ragazza ferita all’angolo di una strada ai tempi dell’assedio di Sarajevo. Parte il percorso alla sua ricerca, le testimonianze, i ricordi aprono uno squarcio insanabile sulle ferite della guerra.

We light the night del 1998 ci offre il punto di due fratelli musulmani durante il periodo del Ramadan. Buio e silenzio attraversano i ricordi di entrambi.

Bello Builder’s Diary, testimonianza operaia dell’opera di ricostruzione del ponte di Monstar. Puntellato esattamente come l’originario ottomano, saldo nella sua architettura che per 500 anni ha unito le due metà della città.

All thoughts are kin per la sezione Visti da vicino ‘Films from the North’ ci porta in Norvegia e in 24 minuti fa parlare un giovane convinto di comunicare e, in alcuni momenti, di essere posseduto dai demoni.
La società risponde coni suoi mezzi tra inserimento e medicalizzazione.

Film in Concorso 2 Nights till morning francamente privo di interesse. Il giovane regista Kuparinen non ci conquista; troppi luoghi comuni e romantici ammiccamenti.
Il pubblico applaude.

Finisce con Shane Meadows questa domenica; due preziosi corti, di cui uno in anteprima assoluta, datato ma mai proiettato che confermano la grande ironia del regista che nei corti si spende sempre sulla comicità e sull’assurdo.
Somers town è un bellissimo film che ripropone un’amicizia tra due adolescenti soli che, attraverso la complicità, riescono a trovare la forza per colmare il grigiore adulto dei loro giorni.
Sì, gli adolescenti hanno questa capacità di andare oltre le banalità ripetitive dei grandi che, spesso, in malo modo si occupano di loro. L’audacia li porta da Londra a Parigi, alla ricerca della ragazza per la quale provano un sentimento d’amore e d’amicizia sano.
Grande prova di Thomas Turgoose, già noto per essere il biondo protagonista di This is England.

Sabato 5
Inizia con My way Home di Miklos Jancso il primo sabato di BFM, un bianco e nero del ’64 che racconta l’amicizia tra uno studente ungherese e un soldato russo sullo sfondo della fine della Seconda guerra mondiale.
Un film delicato che, nell’atmosfera rarefatta di un ritorno alla vita, mostra l’assurdità dei conflitti che nascono dalle relazioni diffidenti di chi non si riconosce.
Prevale la vita che si esprime nel legame che si crea tra il possibile carceriere e il suo supposto prigioniero. Maschere morte di un mondo che non ha più ragion d’essere, perché nella stasi bucolica (i due amici scorazzano nella campagna ungherese, si inseguono, si abbracciano) della distruzione, l’annuncio di un ritorno alla vita, è il fermo immagine pieno di poesia di questa pellicola.

Un superlativo Fassbinder taglia il tardo pomeriggio della prima giornata.
Roulette cinese del ’76 dà inizio al ciclo dell’omaggio all’attrice Anna Karina (presente venerdì 11 per due incontri presso la tensostruttura allestita in Piazza della Libertà).
Le ipocrisie familiari percorrono le vite di borghesi annoiati che vivono la loro decadenza morale tra momenti di tensione giallesca e sottili ironie che fan capire che i personaggi sanno già tutto ma tardano a dirselo perché oltre quel ‘tutto’ c’è il nulla. Nichilismo puro interpretato magistralmente da: Anna Karina, Margit Carstensen, Brigitte Mira, Ulli Lommel, Volker Spengler, Andrea Schober, Macha Meril e Alexander Allerson.

Shane Meadows (ospite del BFM – intervista a seguire) chiude il sabato con The Stone Roses: Made of Stone, il suo documentario sulla ‘reunion’ della band di Manchester protagonista della scena urbana dal 1983 al 1996, avvenuta nel 2011.
Meadows ci dice che quella musica è lì, viva, nuda, pronta a riunire un pubblico che con essa ancora si identifica perché, oggi come allora, non c’è nulla che parli a questi proletari della loro condizione sempre più deprivata e svuotata di una consistenza sociale.
MF

Venerdì 4
C’è anche un po’ di Islanda nell’edizione n.34 di Bergamo Film Meeting. Non stiamo parlando di Bjork con la sua favolosa danzatrice nell’oscurità ma dei Mùm, gruppo che percorre da anni, insieme ai Sigur Ros, i sentieri dell’elettronica della scena glitch islandese. Questo termine, glithc, indica (fonte Wikipedia) “un sottogenere di musica elettronica costruito sugli "errori" (detti, appunto, "glitch") prodotti dalle apparecchiature digitali (stridii, distorsioni). Generalmente suonata grazie a software per PC e campionamenti vari, lo stile glitch si può definire in molti casi "non musicale" a causa della presenza delle sue sonorità atonali”.
Venerdì 4 marzo alle ore 21 al Teatro Sociale in città alta (biglietti, in esaurimento, con Vivaticket) i ragazzi di Reykjavik, si occuperanno della sonorizzazione del film Gente di domenica dei fratelli Siodmak, Edgar G. Ulmer e Rochus Gliese. E’ quasi unica l’occasione di godere sul grande schermo della prima fatica di Billy Wilder nel ruolo di sceneggiatore. La pellicola è del 1929 ed è una piccola perla, che chiude l’importante stagione del cinema muto tedesco descrivendo le vite di un gruppo di giovani berlinesi in una città libera e viva, ancora lontana, per poco, dall’orrore nazista. I personaggi sono cinque giovani, inseriti nella vita festante berlinese domenicale, in un primo momento; quindi nella campagna in occasione di un picnic, con un bagno in uno dei due luminosi laghetti cittadini; in mezzo le vicissitudini amorose tra ragazzi e ragazze. Ma l'interesse è fissato sul comportamento dei ragazzi, sulla loro fragile e duttile umanità nelle ventiquattrore della domenica, perché è in quel lasso di tempo e in quell’atmosfera che può avvenire tutto; l'amore salta dalla domenica alla domenica successiva, come dice una delle ragazze nel finale del film che si chiude con l’affermazione: "quattro milioni di persone aspettano la prossima domenica". I Mùm sono, tra gli altri, le gemelle Valtýsdóttir (la matrice classica del gruppo), Olof Arnalds, Hildur Guðnadóttir, Örvar Smárason, compositore di musiche per videogiochi e Gunnar Tynes vien dal punk. Impossibile immaginare cosa ascolteremo venerdì 4 marzo nella penombra del palco del Sociale; è plausibile che si tratterà di una partitura elettronica originale e curioso sarà osservare la reazione di un pubblico bergamasco forse in parte non troppo preparato agli eterei tappeti sonori islandesi. Poi, da sabato 5 si entra nel vivo del festival con proiezioni dalla mattina alla sera per 10 giorni.
MM























 

 

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