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Il BFM del Mattatoio

di Massimiliano Forgione - 12/03/2017

Domenica 19 marzo
Giorno di passaggi di consegne tra BFM e Bergamo Jazz Festival.
La mattinata è dedicata ai film d’autore: Louis Malle con Milou a maggio e Luis Bunuel con Il fantasma della libertà.
Si chiude con l’omaggio della rassegna allo sceneggiatore Jean Claude Carrière, caro ai due registi, il Bergamo Film Meeting 2017.
Molto partecipato anche in questa edizione, con un pubblico misto tra esigente, affezionato e stereotipato. Le brutte abitudini hanno infettato anche i luoghi per gente dura, disposta a passare ore su scomode poltrone a vedere solo film e, purtroppo, ad essere costretta ad avere a che fare con spettatori di passaggio che scambiano le sale di proiezione pubbliche per i salotti di casa propria: mangiano, ciaccolano e se ne fottono del prossimo.
Pazienza. Il buon pubblico saprà sopportare questo ed altro per amor del cinema.

Pomeriggio musicale con il live set allestito da Tino Tracanna che con i suoi strumenti a fiato, assieme alla chitarra di Roberto Cecchetto e i sintetizzatori e altre strumentazioni di Bonnot, hanno musicato il primo film di René Clair del 1924: Paris qui dort.

La serata si conclude con il film vincitore del Collect Prize: Alles wird gut di Patrick Vollrath e, a seguire, Valmont, di Milos Forman.

Buon BJF e all’edizione 2018.

Sabato 18 marzo
Il sabato del nostro BFM si conclude con Unfaithfully yours, una stupenda didascalia cinematografica di Preston Sturges del 1948, una lezione di come si possono attraversare diversi registri nell’arco di novantotto minuti recitati ad altissimi livelli.
Gli interpreti: Rex Harrison, Linda Darnell, Rudy Vallee e Barbara Lawrence, recitano la commedia brillante, il dramma tinto di noir, il comico con elementi di grottesco; un capolavoro che si può definire, come recita l’opuscolo dell’organizzazione del Festival, nient’altro che sublime.

Belle de jour è una delle ultime pellicole di Luis Bunuel.
Visionaria come tutta la produzione del regista spagnolo che ha operato tanto in Messico, Stati Uniti e Francia per via della dittatura franchista.
Come sappiamo il cineasta ci conduce nelle vie segrete dell’inconscio, dove il sogno è responsabilità e può essere realtà mentre, quest’ultima, rivelarsi una sospensione dell’atto in attesa della sua realizzazione.
Una stupenda Catherine Deneuve, nel fiore dei suoi anni, bella e inutile come una perfetta ‘Bella di giorno’.
Un supremo Michel Piccoli, realistico e determinato per un sogno che è più importante della realtà.

Cerny Petr (L’asso di picche), 1964, Milos Forman.
Ancora educazione familiare su cui ironizzare, giovani alle prese con la loro crescita, anche sessuale, adulti indaffarati a recitare un ruolo di educatori nel quale non credono ma che devono interpretare, nella stanca ripetizione del solo modo di essere che si conosce.
La sicurezza del rispetto tra i due mondi generazionali è quanto nostalgicamente emerge nella consapevole ipocrisia di cui l’ironia tagliente del regista condisce i dialoghi e le scene.
Un mondo andato al quale guardare con tenerezza.

Venerdì 17 marzo
Gli amori di una bionda è una pellicola del ’75, tra le migliori del regista Milos Forman, del ciclo preamericano in cui l’ironia del cineasta ceco trova la sua più viva, sottile, piccante e arguta acutezza.
Un vero piacere vederla sul grande schermo tra cinefili che apprezzano con grande entusiasmo e se la godono beatamente.
C’è tutto in questo film: il giovane Don Giovanni, la donna sedotta e illusa, la mamma apprensiva, il padre rassegnato. E si ride!, e si pensa!, a vedere quel contrasto che serpeggia nei luoghi comuni di una famiglia tradizionale che ha a che fare con elementi del costume di una modernità che si affaccia in una società comunista. Luoghi comuni che viene da dire non siano mai stati raccontati così magistralmente.

Europe Now e ancora Thanos Anastopoulos. La figlia, ambientato in una Grecia dove le manifestazioni di protesta contro le misure di austerità erano già realtà, dopo sei anni dall’ingresso nell’EU, ma i livelli di decenza della vita e della convivenza sociale ancora sostenibili.
Sullo sfondo una crisi lavorativa che, con la complicità delle banche non più disposte a concedere credito, mette sul lastrico l’attività artigianale di una coppia in affari.
Che le colpe dei padri non ricadano sui figli. La protagonista, una vivace Savina Allimani, interpreta brillantemente il ruolo della figlia disposta a tutto pur di riscattare il padre e di non farlo soccombere.
Uno sguardo sui giovani quello del regista, in più opere identificati quali probabili protagonisti del riscatto sociale, facendosi carico anche del destino degli adulti.

Mercoledì 15 marzo
Giornata di redenzioni, di percorsi impervi, di vite da ritrovare al BFM.
Harmadik nekifutas, cult movie di Péter Bacsò, è un bianco e nero ungherese del 1973. Siamo nella parte comunista dell’Europa, il lavoro è poco differenziato, per farlo bisogna essere iscritto al Partito e ci si chiama ‘compagno’.
Il protagonista non ne può più di fare il dirigente e, contrariamente a quanto il buon senso detta di fare, tenta una scalata verso il basso, torna a fare il saldatore perché la sua esigenza è quella di vincere le contraddizioni del sistema e avere a che fare con la semplicità della famiglia e dei ‘compagni’ di lavoro. Ma il tutto si complica, la prima è abituata a livelli di vita ai quali non vuole rinunciare e, in qualche modo, si disgrega; la squadra di lavoro vive al suo interno di gelosie e ipocrisie e non si fida del nuovo arrivato.
Al protagonista, la vita offrirà un’ultima possibilità, tanto nel lavoro con un ritorno a ruoli dirigenziali, quanto nella sfera affettiva, una giovane donna si innamora di lui.
Sulle note dell’ottima colonna musicale jazz lo spettatore saprà che rifiuta quest’ultima e non scioglie la riserva rispetto alla prima.
Film malinconico e grigio come la pellicola e l’aria di regime di quegli anni.

Film in Concorso Toril di Laurent Teyssier offre la fotografia di una Camargue segreta, quella del vero entroterra, fatto di colori forti e decisi come i caratteri di chi vive quelle terre.
Il protagonista, per salvare le terre del padre, trasforma la piccola attività agricola con sbocco commerciale ai mercati ortofrutticoli, in spaccio di droga. Risolleva la situazione ma è difficile riuscire ad avere una prospettiva lunga, l’agricoltura è tra quei lavori duri, di estremo sacrificio e non più remunerativi.
Ci sono affetti e vite da salvare. Ci pensa il padre che vende le terre e liberando da sicure complicazioni, inconsapevolmente di quanto vissuto dal figlio, la sua famiglia e i loro relativi rapporti.
Un cammino di redenzione e di rinsavimento dal gioco duro e criminale che lascerà i suoi segni sulle vite di chi sa.

Martedì 14 marzo
Alba di Ana Cristina Barragan in Mostra Concorso è una carezza poetica all’adolescenza. Opera prima e autobiografica dell’autrice, molto riuscita come spesso accade quando si parla di sé.
Perfetta l’interpretazione della ragazzina protagonista che coglie perfettamente gli intenti della regista costretta ad un video - saluto al pubblico del Meeting in quanto impossibilitata a presenziare per problemi burocratici inerenti le pratiche di uscita dal suo Paese Ecuador.
In una famiglia disfunzionale ai processi di crescita moderni, la graduale assenza della mamma malata e la crescente presenza del padre asociale e dalla enorme sensibilità, portano la fanciulla a vivere le contraddizioni delle violenze psicologiche dei coetanei fino a riconoscerle e ad abiurarle e, infine, identificare la natura della figura genitoriale paterna quale vera, imprescindibile, sostanziale, concreta, reale faro guida nel mare falso in cui si naviga.
Novantacinque minuti mai banali e pregni di fine analisi introspettiva.

Vedere Correction di Thanos Anastopoulos (sezione dedicata al regista all’interno della rassegna) mette di fronte all’interpretazione di intenti da parte dell’autore più o meno velati ma di sicura provocazione.
A partire dall’ambientazione in un’Atene moderna segnata dalla povertà della Troika, marchiata dall’Europa più austera degli economisti burocrati che ci governano e che richiama proprio quella ‘Correzione’, processo obbligato di un adattamento forzato atto a redimere presunte antiche colpe.
In questo scenario si muove il protagonista nel suo cammino di redenzione, un vagare che dovrà ricollocarlo, negli affetti e socialmente, una volta rimesso in libertà.
Le ragioni che hanno portato il protagonista in carcere sono quelle della violenza assassina della tifoseria calcistica. Lui, della fazione greca, ne ammazza uno di quella albanese. Rimane il dubbio su chi fosse costui e se la donna e la bambina che seguirà fino ad avvicinarle hanno altro a che vedere con lui, oltre a quanto chiaramente espresso nella trama: compagna e figlia (?) della vittima.
Tutto molto e poco chiaro, come l’austerità delle interpretazioni che rischiano di essere processi disciplinari simili alle Troike dei burocrati, oscure per chi le interpreta e chiare per chi le subisce.

Difficile apprezzare un musical, almeno per il sottoscritto. Dobre placena prochazka è una brillante commedia del ’66 mai parlata, sempre cantata, talmente piacevole, leggera pur nei temi pregnanti, che in settantatre minuti scorre, facendosi godere sempre di più e lasciando con la piacevole certezza di aver visto un musical.
Ancora un grande Milos Forman.

Lunedì 13 marzo
Les pieds noirs
sono i nati da genitori francesi d’Algeria costretti, con la guerra di liberazione del 1962, a tornare in Francia. Dominique Cabrera è figlia di questa fetta di storia e come tale la riporta in molte delle sue regie come principale tema trattato o comunque a latere di altre storie.
L’autre côté de la mer del 1997 parla in maniera netta di questo dal punto di vista di un francese che torna nella sua Parigi dopo trent’anni passati a Oran con tutta le contraddizioni interne, familiari, di una vita dispersa tra relazioni nelle quali è difficile ritrovarne il senso anche solo affettivo.
Le déracinement, tema ricorrente della storia seppur, naturalmente, in forme sempre diverse.
Pellicola asciutta e dura che lascia il segno. Ottantanove minuti che si fanno sentire e che danno il senso di una vera e propria Dèchirure trasmessa anche attraverso l’assemblaggio delle immagini, frutto di un lavoro evidentemente non voluto ma che non è stato possibile realizzarein altro modo.

Continua a dare grande prova della sua arte il regista ceco e nel film mattutino di inizio settimana lo fa con puntiglioso rigore storico. Attraverso la vicenda del pittore Goya, l’affresco europeo del ‘700 sul palcoscenico della Spagna, è riportato in maniera talmente ricca e minuziosa che i 110 minuti previsti per questo Goya’s Ghosts, l’Ultimo Inquisitore, scorrono senza alcuna tema di sbavature e imperfezioni.
La fine dell’Istituzione dell’Inquisizione della Chiesa è documentata coll’impervio taglio critico e dissacrante, segno distintivo di Milos Forman.

Domenica 12 marzo
Erik Gandini con il suo ultimo documentario The Rebel Surgeon continua la sua ricerca antropologica dal laboratorio dell’Europa più ricca. Il regista bergamasco naturalizzato svedese ci propone l’esperienza di un chirurgo ortopedico suo connazionale che decide di trasferirsi con la propria moglie in Etiopia per lavorarci come chirurgo generico.
In dieci anni la mole di lavoro del protagonista è impressionabile: gli interventi effettuati, le persone guarite, innumerevoli.
A confronto il sistema sanitario svedese: ricco di burocrazia, lungaggini e inutile opulenza inoperosa e quello di continua emergenza di un ospedale in Etiopia, con pochissime risorse, con strumenti di emergenza, ma con concretezze ripaganti, tanto sul piano materiale, quanto umano.
All’incontro nella tensostruttura allestita all’esterno di Piazza della Libertà, il protagonista del documentario ci spiega, stuzzicato rispetto alla affermazione che in Svezia c’è miseria spirituale che è molto più profonda di quella economica che caratterizza l’Etiopia, che ciò non è la risultanza di uno sconforto ma di una frustrazione nel constatare che il sistema occidentale sta morendo di burocrazia: il 10-15% del tempo di un chirurgo viene dedicato al paziente, il resto lo è in faccende burocratiche che hanno a che vedere anche con la dimostrazione dell’efficacia, dell’efficienza, della qualità.
Altro fattore a detrimento è la estrema parcellizzazione del lavoro che rende la professione molto specializzata in una determinata branca, resa sempre più settoriale (in Svezia chirurgo ortopedico di una particolare parte di un determinato arto), facendo perdere la visione del tutto (in Etiopia chirurgo generale).
Un medical drama di tutto rispetto che, come dice Gandini: Non vuole dare un’immagine della Svezia e una dell’Etiopia ma di un’idea di vivere che è l’operazione che cerca di fare attraverso tutta la sua opera.
A chiudere il dibattito la riflessione della moglie del medico, coprotagonista del documentario, sull’idea della morte in Occidente priva di un accompagnamento comunitario, nella solitudine familiare e al limite alla presenza di personale infermiere, verso una fine che non può essere nemmeno pronunciata: la cura a tutti i costi e nonostante tutto, anche quando il medico sa perfettamente che non c’è più niente da fare.
Ci viene da dire: se non è miseria spirituale questa!


Milos Forman! E il BFM si conferma rassegna di prim’ordine. Eccellente la retrospettiva dedicata al regista ceco emigrato negli Stati Uniti dopo la primavera di Praga. Di lui ricordiamo i premiati e storici: Qualcuno volò sul nido del cuculo, Amadeus, Larry Flint – Oltre lo scandalo e ancora Taking off e Man on the moon. Questa la produzione del suo periodo americano. Questa mattina, un eccellente film del ’67: Horì, Ma Panenko, Al fuoco, Pompieri, uno strepitiso affresco di quel mondo esistente al di là della cortina di ferro, l’universo comunista prima della caduta del muro di Berlino.
In questa commedia brillante, dove l’ironia è delta potente che mantiene lo spettatore attento e continuamente in attesa del messaggio critico recondito, c’è una analisi spietata e dissacrante del potere che si manifesta attraverso gli uomini in tutta la sua stupidità. Sullo sfondo, oltre la commiserata miseria umana, l’estrema decadenza e pochezza di un mondo caratterizzato dalla costante penuria.
Il meraviglioso sguardo del regista ottantacinquenne accompagnerà i giorni del BFM.

Sabato 11 marzo
Un omaggio alla bella giovane età quello di Dominique Cabrera che con il suo ultimo lungometraggio Corniche Kennedy dà un affresco ispirato e autentico di uno spaccato di realtà adolescenziale nella Marsiglia estiva splendidamente fotografata dalla regista algerina naturalizzata francese.
La protagonista principale, la bella ragazza di buona famiglia della città bene, è colei che tiene insieme tutta la storia e le sorti dei ragazzi di estrazione povera, di quella periferia ad alta concentrazione di maghrebini, francesi di seconda e terza generazione.
Quindi, uno sguardo realistico attento, disincantato ma poetico quello di Cabrera (presente al BFM) che trae la storia dal romanzo (stesso titolo) di Maylis de Kerangal.
Analisi sociale che ripone tutta la speranza nei giovani, protagonisti delle vicende e del possibile riscatto sociale. Il mondo adulto, inadeguato ma senza generalizzare, si rivela più orfano di quello dei loro figli che, in un viscerale e adrenalinico movimento entropico, svelano la necessità di uno sguardo attento gli uni agli altri per potersi riconoscere e risolvere il conflitto.
Fa nulla se, avviandosi verso la fine, una recitazione da fotoromanzo e una scontatezza annunciata dell’epilogo, trovano conferma e caratterizzano la pellicola; la storia e il taglio artistico sono decisamente da salvare e il sapore della vertigine rimane pur avendone superato la paura.
All'incontro con pubblico e stampa la regista racconta che il film rientra nel genere docufilm perché gli attori sono dei ragazzi che ha incontrato in quei luoghi, Corniche Kennedy, parte del lungomare cittadino dalle alte scogliere di Marsiglia, e con i quali ha girato un film, raccontando una storia che non era la loro, attraverso quello che quotidianamente facevano, ossia sfidare la morte e la paura delle vertigini dall’altezza delle rocce.























 

 

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