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Eliseo era cacciatore

di Gabrio Vitali - 18/09/2017

Contributo al libro di prossima pubblicazione ELISEO MILANI
ELEGANZA OPERAIA E STILE COMUNISTA
Biografia, scritti, testimonianze
A cura di
ALDO GARZIA e GABRIO VITALI
Con una prefazione di ROSSANA ROSSANDA
LUBRINA BRAMANI EDITORE


Eliseo amava andare a caccia. Del cacciatore aveva l’istinto e la pazienza. Diceva, in dialetto, che nell’attività venatoria, come in quella politica, si potevano incontrare due tipi di persone: i brüsa-scése (brucia-siepi) e i cassadùr (cacciatori). I primi, nervosi o eccitati, tiravano tanto, miravano male e non colpivano mai; i secondi, calmi ed esperti, tiravano pochissimo, miravano da dio e colpivano quasi sempre. E lui era così. In politica aveva un fiuto straordinario e una naturale saggezza. In una situazione come in una discussione, non si lasciava mai incantare o sviare dalla trama, sapeva, al contrario, cogliere subito l’ordito delle cose. La sostanza.
Nello stesso modo, leggeva il carattere delle persone. E ci azzeccava quasi sempre. Parlava dell’uno o dell’altro, senza mai indulgere al pettegolezzo. Raccontava fatti e discorsi, anche di tipo privato, sempre però collegati a uno spunto, a una riflessione politica di carattere generale. Non gli interessava commentare o denunciare la stravaganza o la debolezza di qualcuno. Gli importava di cogliere da quella, spesso con ironia e arguzia, un segnale, una spia di atteggiamento politico. Per inquadrarlo meglio. Mi abituai a quel tipo di lettura dei comportamenti personali e mi fu molto utile in seguito. Eliseo, insomma, mi educava a leggere con attenzione la concretezza dei comportamenti politici, depurandoli da personalismi e da ogni appariscenza.
La sapienza e la sensibilità politica di Eliseo sono state dunque centrali e insostituibili per me. Un indelebile magistero di formazione politica e umana. E poi, era mio amico. Un amico affettuoso, premuroso e molto sensibile. La relazione con lui, vissuta, pressoché da ragazzo, nel concreto di attività e campagne politiche o elettorali e nel lavoro di organizzazione del partito in continua formazione, si dilatava poi nelle discussioni a cena o a casa sua a Bergamo, all’angolo fra via Locatelli e viale Vittorio Emmanuele, dove spesso facevamo insieme mattino.
Come me, lui ha educato quella nostra generazione di sessantottini alla ricerca di mediazioni alte, ma possibili e solide, nella risoluzione dei conflitti e dei confronti con le altre formazioni e con le realtà sociali in movimento. Eliseo ci diceva ogni volta che era fondamentale capire presto, in ogni situazione, cosa si potesse «portare a casa» in termini di conquista e di consenso, piuttosto che dare belle testimonianze di visione politica, cosa che, invece, gratificava molto noi studenti. Lui, per converso, ci insegnava un equilibrio ponderato fra coinvolgimento e distacco, fra passione e disincanto. Un’applicazione originale e molto concreta dell’ossimoro gramsciano del ‘pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà’. Sembrava che avesse letto e interiorizzato, fino a farne uno stile di vita, quel motto del Machiavelli, dove si dice che un politico vero non deve mai rallegrarsi troppo degli eventi felici e neppure rattristarsi troppo per quelli tristi. Lui, infatti, si scoraggiava poco e non si entusiasmava mai.
Non che fosse freddo o cinico. Tutt’altro, invece. Solo,si controllava. Non sempre, però. Per esempio, non ricordo di averlo mai più visto abbandonarsi ad un riso così irrefrenabile, fino alle lacrime e alla mancanza di respiro, come quando assisteva alle performances, d’ironia sapida e acuta e di comicità irresistibile, che faceva, praticamente per lui, Angelo Polini, mitico operaio della Dalmine, suo amico da sempre e antico compagno di lavoro. Era durante le cene con gli amici di Seriate, alle quali amava andare ogni volta che poteva. Fra quegli operai, si sentiva a casa sua. Erano la sua gente. I suoi compagni.
Data la credibilità e la stima che riscuoteva presso di loro, Eliseo fu il tramite più efficace dell’incontro di noi giovani bergamaschi con la classe operaia, quella vera, quella in carne ed ossa. Devo e dobbiamo a lui questa che fu la scoperta di gran lunga più importante di tutta la nostra formazione. Sono stati anni in cui i compagni operai ci facevano entrare nelle loro riunioni, nelle loro case, nelle loro famiglie, nelle loro osterie e persino nelle loro fabbriche, magari di nascosto, durante i turni di notte. Ci insegnavano la concretezza, il valore della fatica, le lealtà verso se stessi e i compagni, condividevano con noi l’allegria del lottare insieme, il gusto della battuta che sbloccava la tensione e soprattutto, come dicevo, l’ironia. Un’ironia naturale, scaturita da una piega della mente, da un modo del pensiero, da un atteggiamento verso le cose della vita. La stessa di Eliseo. Fu nell’amicizia e nella consuetudine con gli operai che imparammo ad essere davvero ‘compagni’, nel pieno del significato etimologico di questa bellissima parola: coloro che condividono il pane, compagni, appunto. E compagni poi, lo siamo rimasti sempre, a distanza di ere geologiche da allora. Fu il più grande regalo che ho avuto da Eliseo, credo.
Una volta, eravamo in federazione, lui ed io, quando chiamarono per un incidente mortale alla Dalmine. Andai per il giornale e lui venne come deputato. Fummo accolti direttamente dai nostri compagni, che ci fecero entrare schivandoci controlli e permessi. I giornalisti e i rappresentanti politici ‘ufficiali’ arrivarono che noi eravamo già lì. Arrivarono in macchina, fra lo scherno degli operai, fino al capannone dell’incidente e avevano il caschetto rosso di protezione sulla testa. Erano accompagnati dai dirigenti di fabbrica e da quelli sindacali di categoria. «Protetti e accompagnati, disse Eliseo, per questo non capiranno mai nulla. Rispetto a loro, noi siamo dei privilegiati. È la nostra forza, ricordatelo!».
Eliseo era un bell’uomo, di eleganza naturale e di fascino immediato. Le donne gli piacevano e lui piaceva tanto a loro. Aveva sempre un grande successo. Ma, qualche volta, ci stava male. E parecchio, anche. A Roma, più tardi, quando già mi aveva chiamato a lavorare alla direzione nazionale, in un momento di crisi acuta fra partito e giornale, Mario Catalano ed io, che stavamo al Grillo, lo accompagnavamo in interminabili passeggiate intorno a piazza di Spagna o dalle parti di piazza Navona, ascoltandolo tormentarsi per una vicenda amorosa. Nella quale non sapeva come entrare, né come uscire e il cui racconto intrecciava continuamente, forse per inconsapevole parallelismo, con quello della congerie politica che stavamo tutti attraversando. Era devastato. Macché burbero e brontolone! Era tenerissimo. A tratti, non si capiva se parlasse dell’una o dell’altra storia. Ma il dolore che comunicava era fatto della stessa materia. E non riusciva a dominarlo. Furono momenti di confidenza ora non più comunicabile. Vedevamo in lui una fragilità insolita e del tutto disarmata. E gli volevamo più bene possibile.
La storia del gruppo dirigente di Bergamo, la nostra storia e, per i più giovani come me, la scoperta e la pratica della politica, come dimensione quotidiana del vivere, è stata innescata e costruita da gente come Eliseo. E si è svolta attraverso la vicenda di un’organizzazione particolare e originale, quale è stata il Manifesto-Pdup in una Bergamo, città bianca e conservatrice come poche, dove però si erano radicate le origini più lontane e profonde di quel gruppo politico e della sua elaborazione, grazie proprio alle figure centrali di Lucio Magri e di Eliseo Milani, che alla nostra realtà politica locale erano a lungo appartenute, prima, e che continuarono, poi, a frequentare e a condividere.
Da un lato, c’era la riflessione continuamente proposta al dibattito comune da Lucio, sui grandi temi del ruolo del riformismo, della qualità strutturale della crisi di sistema, della formazione del soggetto politico capace di rifondare la sinistra, della denuncia del totalitarismo sovietico, della crisi della democrazia italiana e occidentale e tanti altri. A queste sollecitazioni si aggiungevano quotidianamente sul giornale, e spesso nei convegni, gli interventi di Rossana sul quadro europeo e internazionale, quelli di Pintor di lucida e penetrante lettura del quadro politico quotidiano, quelli di Valentino sulla situazione economica e le questioni operaie e sindacali; e poi c’erano le ripetute presenze a Bergamo di Luciana sul femminismo e la condizione della donna, di Lidia sulla questione cattolica e sulla Dc….
Insomma sono stati anni di una formazione politica intensa, complessiva e molto ricca, che poi non si è mai più ripetuta per noi, almeno come esperienza collettiva, e che avveniva nel vivo di una condivisione di vita oltre che d’impegno e di attività, che accomunava militanti di diversa storia ed estrazione oltre che di diversa età e collocazione sociale. E la discussione avveniva in federazione, in via Quarenghi 34, non solo durante le riunioni formali, ma nel quotidiano e informale incontrarsi. Quasi sempre prima di cena. Quasi come se il ritrovarsi a fine giornata in sede e lo scambio di idee, informazioni e impressioni sullo stato delle cose, costituissero una consuetudine necessaria e irrinunciabile del vivere e del pensare, della quale nessuno sentiva di poter fare a meno. E questo faceva di noi non solo un’organizzazione, ma una comunità vera e propria. Alla quale ancora adesso, in qualche modo, apparteniamo.
Ed Eliseo è stato il sapiente regista di tutto ciò. Direttamente, quando veniva. O indirettamente, attraverso non solo i compagni operai, ma i suoi vecchi amici, quasi tutti già quadri del Pci e approdati con lui al Manifesto, come Vittorio Moioli, Piero Asperti, Carlo Leidi e il mio personale maestro Bruno Ravasio.
Con i compagni del gruppo storico dei cofondatori aveva un rapporto di profonda amicizia e di grande solidarietà. Ma era esigente. Con quelli che amava di più, esigentissimo. Come con noialtri suoi amici. Lui e Lucio avevano un’incredibile relazione simbiotica e conflittuale insieme. Si erano impastati, fin dalle origini, nella stessa storia politica. L’avevano fatta insieme. E continuavano a farla. Tuttavia, erano, nello stesso tempo, complementari e antagonisti. Avevano bisogno l’uno dell’altro, erano reciprocamente indispensabili; e lo sapevano bene. Ma quando erano incazzati, si ignoravano ostentatamente e diventavano velenosi, come amanti traditi. Quando lasciavo la Camera e passavo da via Tomacelli, Lucio mi chiedeva ammiccando: «Dov’è il tuo capogruppo? Dal sarto?». E a sua volta Eliseo, parlandomi, apostrofava in modo assolutamente speculare: «Cosa fa il tuo segretario? Va a sciare?». «Quello là» o «quell’altro», diceva Eliseo, con espressioni bergamaschizzate, quando per il risentimento bandiva di Lucio persino il nome. Ma poi, voleva che gli riferissi per filo e per segno gli interventi o i discorsi del segretario o che trafugassi in fotocopia, con la complicità di Ornella Barra, i documenti di Lucio ancora da dattiloscrivere. Di Rossana, aveva ammirazione e rispetto, quasi soggezione, persino temenza, ma se si incazzava, lei diventava sarcasticamente «la filosofa». Così come per Luciana, che senza dubbio stimava e di cui si fidava, era pronto l’appellativo, secondo lui sminuente, «la giornalista». Valentino, invece, lo smontava e lui si sentiva rilassato e si divertiva; ne apprezzava l’ironia e ne temeva - a ragione – le battute salaci. Con tutti loro, insomma, si comportava come usa fra ex-compagni di scuola o ex-commilitoni: li amava e, insieme, non gli risparmiava nulla.
Alla fine litigammo e ci separammo. Fu al gruppo parlamentare, di cui ero segretario e lui presidente, e fu senz’altro per ragioni, viste oggi, pretestuose e banali. Sembravano politiche. Ma c’era qualcos’altro sotto. Da parte d’entrambi. Mai saputo cosa.
Quando Eliseo mi aveva chiamato lì, avevo pensato di venire impegnato in un lavoro di ricerca e di elaborazione politica, volto a valorizzare anche l’attività del gruppo come occasione di confronto e sede di definizione di una nuova progettualità rivolta soprattutto al Pci, in corrispondenza con l’ipotesi formulata a Bellaria nel ’77, che io ritenevo fondamentale. Per questo, secondo me, l’attività del gruppo avrebbe dovuto concentrarsi, data anche l’esiguità della sua composizione, su alcuni grandi temi d’interesse generale, sia a livello nazionale che internazionale, volti a promuovere una riflessione e, ove possibile, un’azione politica comune col Pci, utilizzando il prestigio, la visibilità e l’ascolto garantiti dalla tribuna parlamentare. Per questa mia posizione, nacque prima una distonia, poi un dissenso ed infine un contrasto con l’atteggiamento di Eliseo, che pretendeva di dirigere il gruppo come se fosse il vasto fronte parlamentare di un partito grande e capace di intervenire su tutta l’agenda della Camera: dal comprensorio del cuoio a Pisa, ai pescatori di Mazara del Vallo. Una posizione, che a me pareva assurda e destinata a farci dire solo cose di seconda mano in Parlamento, dato che non disponevamo né di autonomi uffici studi, né di organizzazione capillarmente diffusa sui territori. E dato che ci era stato sfilato di mano il giornale. Ma Eliseo non transigeva e, devo ammettere, che le sue scelte erano senz’altro più rispettose delle realtà territoriali del partito che, nell’ipotesi elaborata a Bellaria, rischiavano di essere completamente abbandonate a se stesse. Su questo, di sicuro aveva ragione lui. Tuttavia io me ne andai. Senza salutare. E senza essere salutato. Bergamaschi tutt’e due.
Ci siamo rivisti anni dopo. Per l’ultima volta. Fu da- vanti al cinema Capitol, in centro a Bergamo. Lui usciva e io entravo. C’era già stato l’Ottantanove. Eravamo imbarazzati tutt’e due. Lui disse qualcosa come: «adesso ci sono un mucchio di cose da fare, prendi contatto e fatti vedere». Gli risposi, mentendo, che «sì, certo». Ci abbracciammo in fretta, prima con esitazione, poi più forte. Non ricordo se ci siamo detti anche «Ciao». Mi pare di no.























 

 

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