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Usa?: made in China!

di Massimiliano Forgione - 03/04/2008

Revisionismo storico e nostalgie imperiali è il titolo del XXIX capitolo di questo bel libro di Federico Rampini: Il secolo cinese.
Dico subito che leggerlo servirà a sfatare tanti falsi miti e luoghi comuni accumulati in questi anni, più che altro potrà servire ad affrontare, nel prossimo futuro, con serenità, ciò che già è avvenuto: un cambiamento fisiologico della mappa geoeconomica.
Dicevo del XXIX capitolo dove Rampini riporta della volontà delle autorità cinesi di riscrivere la storia a partire da un altro cambiamento epocale: la scoperta dell’America; protagonista del futuro spostamento a Ovest del dominio politico-economico del globo non fu il genovese Cristoforo Colombo bensì l’ammiraglio cinese Zheng He che esplorò l’Occidente in sette viaggi dal 1405 al 1433.
Insomma, un prodotto “fatto in Cina”, fabbrica del mondo di quest’era globalizzata.
Ma il revisionismo storico ha ragioni più concrete e rientra in un progetto di dominio molto più ambizioso: “Superare il PIL della Germania e del Giappone, per puntare all’aggancio con gli Stati Uniti”.
Nella realtà il surclassamento è già avvenuto, lo dicono i numeri, impietosi: la popolazione cinese è di 1 miliardo e 300 milioni, in rapporto quella europea e statunitense sommate e moltiplicate per due. Insomma, “La Cina possiede gli stessi requisiti che cent’anni fa permisero agli Stati uniti di effettuare il sorpasso dell’Inghilterra: dimensioni geografiche, peso demografico, un mercato interno grande e in espansione, un buono livello di istruzione, accesso a capitali e tecnologie e, infine, una moneta sottovalutata”.
Forza lavoro, tanta e ottimi cervelli, che non fuggono ma che ipotecano il riscatto cinese; pensiamo che gli americani stessi partono alla volta del nuovo “Impero economico” con l’esigenza di specializzarsi presso le loro università. La Cina “sforna 4 milioni di laureati all’anno, il più alto numero di scienziati e di ingegneri del mondo, per cui la prossima sfida cinese non sarà sul costo del lavoro”.
Vorrei concludere con una riflessione che non ha il sapore di una nemesi storica, che non riscatta il presente: l’Europa, dal secondo dopoguerra si è rifatta al modello socio-economico americano, la Cina segue queste orme da almeno vent’anni; ecco, io penso che i prossimi anni saranno difficili per i cultori del buon gusto. Questo lasciarsi andare alle lusinghe del più spietato e becero capitalismo, rinunciando, senza remore, agli insegnamenti della “prudenza confuciana”, ci mette tutti di fronte al disastro ideologico e pratico con cui dovremo fare i conti. Ecco, io penso che sia questa la vera iattura del Made in China, non una concorrenza sleale ma una accettazione smodata del nostro sistema, inteso in senso globale.























 

 

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