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L'onda lunga del '68

di Massimiliano Forgione - 10/06/2008

Ho quasi 38 anni e il ’68 l’ho vissuto per come un bambino possa vivere le sirene frequenti delle auto della polizia, i telegiornali che riportavano dell’esecuzione di Aldo Moro, il suo corpo nel bagagliaio della Renault 4, suoni e immagini forti che si sono spiegati nel tempo, attraverso le pellicole, i fotogrammi che raccontano di quel periodo, i libri, primo dei quali Formidabili quegli anni di Mario Capanna, accompagnato dai moniti apprensivi e preoccupati di un padre che scoraggiava la lettura di quell’età così ricca di opportunità, sogni, speranze.
Ecco, ritengo che la rinuncia, espressa attraverso le rimozioni e le abiure delle possibilità che un desiderio collettivo potesse generare, sia il peggior modo di rinnegare quanto non siamo potuti essere, ma soprattutto, quanto abbiamo deciso di non essere più.
Non si potrà andare oltre la commemorazione, il festeggiamento ipocrita che ci sono rimasti come unica eredità.
Rinaldo, il protagonista di questo libro-fumetto “Ha sempre l’occhio attento di chi osserva”. Già, calarsi oggi nella realtà, con l’intento di scandagliarne i risvolti può essere tanto fascinoso quanto deludente. Ogni rapporto con le cose incredibili che Rinaldo vede: “Librerie piene di tesori, poliziotti sui tetti delle case, un uomo strano che vende limoni, bombe che esplodono nelle banche, stanze dalle pastiglie trasformate, racconti di viaggi in paesi lontani, casalinghe che applaudono dai balconi”, risulta inappropriato e impossibile.
Si ha la sensazione che l’onda lunga del ’68 fosse qualcosa da archiviare quanto prima senza prendere in considerazione gli strascichi e i rigurgiti deleteri che tale fretta avrebbe potuto generare.
Rinaldo dice: “Furono begli anni per me, ma furono anche gli anni migliori della vostra vita”.
Non lo sapremo mai, perché siamo privi del termine di paragone esperenziale.
Non è cambiato molto da quando, parlo per i coetanei, abbiamo cominciato ad avere la sensazione di esserci. Intendo, partecipare attraverso il vissuto alla considerazione politica delle esistenze.
Se già noi possiamo, oserei dire vantare, il peccato veniale di un rimpianto nostalgico delle nostre adolescenze, vuol dire che il ’68 era veramente qualcosa di cui sarebbe stato meglio non parlarne più.
Tutta colpa del ’68 scrive Giancarlo Ascari (Elfo), le cronache degli anni ribelli sono vecchie, degne di un bel romanzo, che ci aiuteranno a ricordare, come scrive Enrico Deaglio nella prefazione del libro, che “quarant’anni dopo il mitico ’68, sappiamo poco”.























 

 

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