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Mafia legalizzata, obiettivo raggiunto!

di Massimiliano Forgione - 01/10/2008

Non provo una grande attrazione per le recensioni, in genere, risulta difficile parlare in maniera esaustiva di un libro, ancor più ostico, diventa, farlo di un bel libro. Cosa è un bel libro? Certo la risposta non può prescindere dal grado di preparazione culturale del lettore ma, a mio parere, oggi, la domanda è più insidiosa e non contempla soltanto quanto la persona sia avvezza alla lettura, ma quanto si senta parte di un processo sociale che richiede un urgente cambiamento.
Il saggio, il romanzo di cronaca, rivestono un ruolo sociale fondamentale. Quanto più l’idea della legalità è tale, tanto più la necessità che essa diventi forma, spinge la voglia di documentarsi verso “le terre/nere”, titolo della collana della Fazi Editore che, attraverso la penna di Lirio Abbate e Peter Gomez, ha reso patrimonio collettivo la vergognosa storia d’Italia nella latitanza di Bernardo Provenzano.
E’ singolare come le verità, in questo benedetto paesotto, debbano passare dall’urgenza di verità di scrittori e giornalisti reali. E’ anomalo che un Roberto Saviano, un Lirio Abbate, debbano circolare scortati per aver raccontato ciò che sanno e che non hanno potuto tacere.
Prima dell’estate, intervistando Gian Antonio Stella, gli feci notare come fossi soddisfatto più dal suo ultimo libro La Deriva che dal precedente La Casta e ciò, semplicemente perché vedevo finalmente il campo delle responsabilità del declino italiano, morale e non economico a mio parere, allargarsi a tutte le categorie e non soltanto a quella dei politici.
E’ vero, ammetterlo è dura, ma tanto vale la pena farlo: questo, è un paese di mafiosi! Chissà, acquisendo piena coscienza di un dato di fatto, magari, col tempo potremo ricominciare a respirare un po’ d’aria buona da nord a sud.
S’intitola I Complici questo libro-verità che come tale fa nomi e cognomi e punta il dito, ma senza speranza, se non quella di una scorta per lo scrittore coraggioso, inutilmente audace in questa terra martoriata dalla menzogna, dalla cecità della maggioranza degli italiani, dall’auspicio che un po’ di fortuna possa toccare ad ognuno di noi e dalla speranza che la disgrazia possa riguardare sempre un prossimo, ponendo a difesa una stupida, falsa religiosità.
Era il 1989 e Francesco De Gregori cantava: “Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di MastroLindo a organizzare la fila. E non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già”; non bisogna essere chiaroveggenti per capire certe cose, basta essere dentro le cose di questo mondo: dei buoni studi e un occhio vigile sul presente aiutano.
Questo è l’ultimo capitolo de I complici:

Oggi Bernardo Provenzano è rinchiuso nel carcere di Terni. E’ controllato a vista, ma sta bene: ha ripreso peso e scrive tutto il giorno.
Dopo il successo dell’11 aprile, come è d’uso in questi casi, tutti si sono complimentati con i magistrati e la polizia: destra, sinistra, centro. Solo il premier uscente, Silvio Berlusconi, non ha detto una parola. (Non lo farà neanche in seguito).
La nuova legislatura ha portato sugli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama un bel gruppo di rappresentanti del popolo italiano che per anni hanno avuto rapporti con esponenti di primo piano della mafia. Giulio Andreotti è stato addirittura a un passo dal diventare presidente del Senato: undici giorni dopo la cattura dello zio, l’UDC e Forza Italia lo hanno candidato ufficialmente. Il centrosinistra si è opposto, ma solo perché su quella poltrona doveva sedere Franco Marini.
In Parlamento si sono contate sulle dita di una sola mano le voci che hanno ricordato i legami tra il senatore a vita e i boss. Legami confermati anche dalla Cassazione che nel 2004 ha fatto proprie le motivazioni con cui i giudici, dopo aver stabilito che “Andreotti ha commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere (Cosa Nostra,) concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980”, hanno dichiarato il tutto “estinto per prescrizione”.
Finiti i processi, restava il dato politico. I comportamenti tenuti dal sette volte presidente del Consiglio. La carriera di un uomo che “ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; (….) ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente (della Regione Piersanti) Mattarella malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”. Ma le motivazioni della sentenza Andreotti non le ha lette nessuno. Non sapere, o far finta di non sapere, è il metodo migliore per sentirsi a posto con la propria coscienza. In fondo fanno così anche molti cornuti.
A sinistra, poi, il ministro del Esteri, Massimo D’Alema, nel momento in cui ha tentato di farsi eleggere presidente della Repubblica, ha discusso la questione con Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado, innocente fino a prova contraria, ma indiscutibilmente legato a capimafia come Vittorio Mangano e frequentatore per sua stessa ammissione di molti altri uomini d’onore. E Dell’Utri, oggi impegnato, per conto di Silvio Berlusconi, nella creazione di centinaia di circoli che saranno la nuova base di Forza Italia, pubblicamente ha espresso il suo gradimento.
Il diessino Wladimiro Crisafulli, l’uomo filmato mentre di baciava e parlava da pari a pari con il capomandamento di Enna Raffaele Bevilacqua, siede alla Camera nella Commissione Bilancio assieme all’azzurro Gaspare Giudice, l’amico dei boss Panzeca e Di Gesù, nel 2006 addirittura “promosso” anche a vicepresidente del Comitato per la Legislazione. L’avvocato Nino Formino, il legale che ha confessato di aver tenuto, con il trafficante di droga Tommaso Spadaio, “un comportamento non opportuno dal punto di vista deontologico”, ha perso la vicepresidenza della Commissione Giustizia, dove ha comunque conservato una poltrona, ma in compenso è diventato vicepresidente della Giunta delle Elezioni e del Comitato per i Procedimenti di Accusa. Saverio Romano, la giovane speranza dell’UDC che nel 2001, di fronte a più testimoni, diceva in dialetto al pentito Francesco Campanella: “Francesco mi voterà perché siamo della stessa famiglia”, è segretario della delegazione parlamentare presso il Consiglio d’Europa e, ovviamente, ha occupato un posto nella solita commissione, quella sulla Giustizia.
Ma non c’è da preoccuparsi. Tutto va come deve andare.
Nell’indulto è stato incluso anche il reato di voto di scambio poltico-mafioso. Dicono che, intanto, in Italia c’era un unico imputato: l’ex senatore PPI Vittorio Cecchi Gori. Per quale motivo bisognasse allora inserire anche questo delitto in un provvedimento di clemenza ufficialmente nato per svuotare le carceri, non è chiaro. Inutile però recriminare, questi sono particolari.
Meglio andare al sodo e guardare la Sicilia. Nell’isola quando si è trattato di scegliere il nuovo presidente della Regione tra Rita Borsellino, la sorella di Paolo, il magistrato ucciso da Cosa Nostra, e Totò Cuffaro, il politico che andava a chiedere i voti a Angelo Siino e che s’incontrava con i medici condannati per aver curato e fornito alibi a killer della mafia, non ci sono stati dubbi. La maggioranza dei siciliani ha scelto Cuffaro. Il popolo è il miglior giudice. In certe cose ci vede sempre giusto: provate a chiedere a Barabba e Gesù Cristo.
Comunque hanno ragione loro. Di Provenzano restano negli occhi solo le immagini della sua cattura e quelle del suo ultimo covo illuminato a giorno dai faretti posti sulle telecamere RAI: ricotte, santini, lettere sgrammaticate in cui al massimo si discute di piccoli appalti locali e una vecchia lupara. Cosa Nostra è tutta lì. In Commissione Antimafia però garantiscono che questa volta ci si occuperà dei rapporti tra le organizzazioni criminali e la politica.
Per il momento il dibattito più appassionante è stato quello nato da una proposta di Angela Napoli, deputato calabrese di AN, che ha chiesto di escludere dalla Commissione i parlamentari sotto processo per mafia.
“Perché non sono già esclusi?”, è sbottato sorpreso Orazio Licandro, noto giurista catanese eletto nel PdCI. No, non lo erano e quindi i due hanno presentato degli emendamenti ad hoc: un bel segnale da dare ai cittadini sempre più lontani dalla politica.
A quel punto è scattata la discussione. Persino Francesco Forgione (Rifondazione Comunista), attuale presidente della Commissione, protagonista in Sicilia di battaglie quasi solitarie contro la mafia e il malaffare, si è domandato pensoso: “Non sarà un affievolimento delle prerogative del parlamentare?”. D’accordo il DS Luciano Violante: “La materia è delicata, meglio lasciarla al buon senso del singolo parlamentare e dei presidenti delle Camere”. Poi è saggiamente intervenuto Giampiero D’Alia (UDC): “C’è il rischio di creare una disparità inaccettabile: il pericolo è che possa far parte dell’Antimafia un condannato, ad esempio, per falso in bilancio”.
L’idea di escludere qualunque condannato o imputato, a partire da quelli per reati contro la pubblica amministrazione, visto che proprio attraverso quella porta passano spesso le istanze dei boss, non è stata nemmeno presa in considerazione. La parola è passata alla Camera dove Licandro aveva allargato il proprio emendamento a tutti e due i tipi d’indagati. Fatica sprecata. Hanno votato no in 421, i sì sono stati solo 21.
Tre mesi dopo, sono entrati nell’Antimafia l’esponente della Democrazia Cristiana-Partito Socialista Paolo Cirino Pomicino (una condanna per finanziamento illecito e un patteggiamento per corruzione) e Alfredo Vito (Forza Italia) che negli anni Novanta a Napoli confessò ventidue episodi diversi di corruzione, restituì cinque miliardi di lire in mazzette e promise solennemente che non avrebbe più fatto politica. Un vero esperto in fatto di indagini parlamentari tanto che, nel 2003, era stato scoperto mentre si faceva consegnare dossier da un depistatore da depositare in commissione Telekom Serbia per corroborare le calunnie di Igor Marini con i leader del centrosinistra.
In un sussulto di pudore i partiti hanno comunque lasciato fuori gli esponenti condannati o sotto processo per rapporti con Cosa Nostra. Grazie alla legge che ha abolito il voto di preferenza, forse per dimostrare che davvero il Parlamento è lo specchio del paese, già li avevano portati a Roma inserendo i loro nomi in testa alle liste. Dopo le polemiche farli partecipare alle sedute dell’Antimafia era un po’ troppo.
In ogni caso c’è da stare tranquilli. Per il momento, almeno a Palermo, la mafia militare, quella che spara e uccide, è fuori gioco grazie all’azione di un pugno di magistrati e investigatori. Dopo Provengano, è stato arrestato Nino Rotolo, il boss che dalla sua baracca di lamiera si stava preparando a far la guerra al vicerè di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo. E con Rotolo sono finite in carcere altre sessantasette persone: tre erano capimandamento, sedici capifamiglia. La mafia, quella corleonese che stava tanto a cuore allo zio Binu, conta sempre meno. A Partitico, al centro del suo regno, adesso si fanno persino i sequestri di persona. Da trent’anni in Sicilia gli uomini d’onore avevano vietato i rapimenti. Se qualcuno ora ci prova vuol dire che sa di farla franca. Certo, in prigione dei fedelissimi di Provenzano c’è rimasto solo Nicola Mandalà che a trentotto anni lotta per la vita contro una feroce anoressia. Gli altri, gli storici colonnelli dello zio Binu, come l’imprenditore “comunista” Simone Castello, “l’ingegnere” Pino Lipari e il boss di Prizzi, Tommaso Cannella, sono usciti per scadenza pena o per liberazione anticipata. Raccontano che siano tornati a frequentare la gente di sempre, la buona borghesia di Palermo, Villabate e Bagheria. Ma loro una pistola non la impugnano più da quindici anni o non l’hanno mai impugnata. La loro specialità sono gli appalti, le tangenti, le truffe nei concorsi pubblici e nelle gare per i finanziamenti dello Stato, della Regione e della UE. Forse ci proveranno ancora, forse ci stanno già provando. Rientrare nel giro però è sempre più difficile. Gli amici borghesi, gli amici degli amici, i posti liberi li hanno già occupati tutti.


Il libro è stato finito di stampare nel febbraio 2007. Da allora, i più attenti, sanno che I Complici non hanno mai smesso di provarci. “E non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già”.























 

 

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