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La scrittura dei sensi

di Nicola Bruno - 17/01/2009

Gianrico Carofiglio non ha bisogno di presentazioni. Il primo incontro con lui, unilaterale, è avvenuto in occasione di una lettura (il termine reading lo lasciamo a chi scrive per guadagnarsi uno stipendio) durante il Festival della Letteratura di Mantova 2008, ed è servito a capire quanto sia forte e saldo il legame costruito con i suoi lettori, cresciuto negli anni, il tutto in barba alla mia ostinata determinazione nell’evitare scientificamente ogni riga impressa che portasse il suo nome. Ho voluto figurarmi un Carofiglio ideale, frutto di un preconcetto personale di cui ancora oggi mi sfuggono le arcane ragioni, magistrato spocchioso e scostante, inciampato fortuitamente nell’alchimia della scrittura.
Ma torniamo alla lettura di quel pomeriggio del 2008. Un pubblico attento, quello di Mantova, partecipe, terminale attivo di una comunicazione intensa e partecipata, ricambiata con calore e sincerità. Arriviamo mentre l’autore è già abbastanza carburato, fluido e si accinge a leggere un passo del suo ultimo libro, quello appunto di cui si parla oggi. L’episodio narrato è quello di un incontro casuale con una ragazza, ai tempi dell’università. Una festa che si tramuta inaspettatamente in un incontro intimo dai risvolti tragicomici. Il pubblico ascolta e ride di gusto, e mi sorprende scoprirmi a fare lo stesso. All’inizio è la venatura levantina di cui è pervaso il flusso verbale dello scrittore a catturarmi. Poi la curiosità svanisce e ascolto per davvero. La cosa quasi mi sconcerta e la brama di capire cresce, anche se in seguito, a lettura ultimata, non ci soffermeremo più di tanto a commentare. Io ed il mio amico (barese anche lui) abbiamo voglia di dedicarci a facili voluttà come criticare la politica italiana di ieri, oggi e persino domani, dimentichi ormai di quel brano divertente e ben scritto, parte già di un passato inattingibile.
La seconda volta Carofiglio lo vedo in tv. Nell’ambiente forse più artificioso lo scrittore, inaspettatamente, si apre e parla di sé, senza filtri. Non vi è più l’onere di divertire, intrattenere un pubblico in carne ed ossa, come nel festival mantovano. Qui viene fuori l’uomo e improvvisamente, ciò di cui non era stata capace la parola scritta, lo realizza quella parlata, libera dalle gabbie della carta e dell’inchiostro: ritrovo il sottile intimo filo che ci unisce, in una semplice frase che mi rende chiaro come egli scriva partendo dal proprio vissuto, una peculiarità ascrivibile esclusivamente a quegli autori che meritano di essere letti: “a Bari il razzismo non esiste”; o forse la frase esatta era “a Bari nessuno è straniero”. Uno slogan, direte. E invece no: corrisponde al vero.
Va bene: ecco arrivato il momento di acquistare un suo libro. E devo ammettere che la scelta è stata fortemente influenzata, non tanto dal titolo o dalla copertina, ma dal sottotitolo, una promessa impegnativa di rispettare le unità di race, moment, milieu, che incuriosisce, mette in fibrillazione la mente di un appassionato di letteratura. Leggo, avidamente, ma quello che ho davanti a me non è un semplice libro: è un piatto gustoso, carico di piaceri olfattivi e visivi che confondono i sensi. Mi sembra di essere davanti ad un piatto di gnomarelli, quegli involtini pugliesi di carne e interiora d’agnello che non puoi smettere mai di mangiare: Primo, Secondo, Terzo e così via fino all’Epilogo, finché il libro è concluso, il piatto è vuoto e in bocca resta un sapore che ha la stessa consistenza di un sogno ad occhi aperti. È curioso come un racconto lungo così ancorato alla realtà, ad un vissuto tridimensionale fatto di case e palazzi, violenza, orgasmi e profumi unici, sia in grado di riconsegnare a ogni lettore una realtà diversa, unica, rivissuta attraverso la lente personale di ciascuno. Il tempo della storia sembra percorrere due vie distinte e parallele: è sospeso nella fusione cercata e creata dall’autore, dove le barriere tra passato, presente e futuro cessano di esistere; e tuttavia continua a minare la nostra consapevolezza del vivere, perché la realtà cambia ad ogni istante e l’io sembra moltiplicarsi all’infinito, frangendosi in entità caleidoscopiche che annullano la stessa consapevolezza di essere vivi. La scrittura di Carofiglio si propone quindi come esigenza: è la formula alchemica che trasforma il vissuto personale dell’autore in consapevolezza del vivere, aldilà della quale nessuno di noi può dire di avere davvero vissuto. Un libro non solo per baresi.

Né qui né altrove – una notte a Bari
Editori Laterza























 

 

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