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La natura del potere

di Massimiliano Forgione - 04/05/2009

Quando comincia il potere? Qual è la sua origine? Quale rapporto ha l’uomo con la gestione della cosa pubblica? E perché si risolve sempre in subalternità? Quali sono le cause della disparità che esiste tra colui che legifera e chi, la legge, è costretto ad osservarla? E poi, perché i due ruoli non coincidono mai?
Sembra che Luciano Canfora abbia scritto questo libro per consolare la rabbia di quella minoranza sempre più tale che ancora non sa darsi una ragione plausibile del perché, in Italia, da dopo il referendum che archiviò la monarchia, ci sia sempre stata questa mediocre democrazia impersonata dall’ultimo indegno di turno, tale, solo per cronologia e non perché unico.
A pag. 8 de La natura del potere leggiamo che: “ …il teorema si salda con una definizione conclusiva: “il potere politico in senso proprio è il potere organizzato di una classe in vista dell’oppressione di un’altra” (cit. Marx). Ma qualcosa non ha funzionato. Il suffragio universale, alla fine conquistato (dove prima, dove poi, in Italia dopo quasi tutti) ha più e più volte deluso chi lo aveva propugnato, ha mancato i previsti effetti che si sono ora ricordati. Le urne sono divenute – al contrario – lo strumento di legittimazione di equilibri, di ceti, di personale politico quasi immutabile, non importa quanto diversificato e come diviso al proprio interno.”
Non esiste destra o sinistra, esistevano le ideologie, certo, ma il calcolo utilitaristico delle partitocrazie le ha uccise. Quindi, partire dalla premessa che è tutto qui, che non c’è nulla da cercare di capire, può essere l’assunto necessario per farsene una ragione. Il problema, come sempre accade, è che quell’insignificante 20% di esuli italiani già sapevano le origini di tale decadenza e che il rimanente 80% continuerà a rimanere nella nebulosa attrazione negativa.
Continuando a sfogliare il libro, a pag. 19 si legge: “….: come accade che le tante volontà dei singoli confluiscano in scelte che danno l’impressione di essere opzioni collettive? Chi riesce a unificare quelle infinite volontà? E con quali mezzi? E’ il circuito governanti-governati; la cui rappresentazione oleografica è quella della democrazia rappresentativa e del meccanismo elettivo-parlamentare, ma la cui realtà è la conquista dell’imperium, del potere.”
Ed ecco che i cittadini diventano sudditi o metastasi gestite dal potere, da un potere stupido per definizione; si può multare un pedone, meglio se di colore, per aver attraversato con il rosso (succedeva a Bergamo ad aprile 2009) oppure si può eseguire una condanna a morte per esibizione di potere, appunto (Delara Darabi, impiccata a Teheran il 2 maggio scorso).
Nell’anamnesi progressiva del libro a pag. 21 Canfora cita Gramsci : “Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un capo”.
Già, viene da chiedersi quanto lontano sia il momento in cui ci sarà una tale elevazione culturale per pretendere di fare a meno di uno Stato, viene da interrogarsi se mai, la storia, racconterà di questa fase.
A pag. 26 apprendiamo, sempre dalle riflessioni di Gramsci sulla figura di Mussolini che: “Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce, impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato, divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera di vedere nella classe operaia lo stesso terrore che essa sentiva per quel roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia.
La dittatura del proletariato è espansiva, non repressiva.”

Ed ecco il tracciato storico di Canfora che confuta la tesi di Gramsci:
“Le cose si complicano quando si osserva che la base sociale è la stessa. Risalire indietro nel tempo rende l’analisi più semplice. Pisistrato, il ‘tiranno’, e Clistene, il ‘fondatore della democrazia’ dopo la caduta della ‘tirannide’, hanno la stessa base sociale. Ed è solo un trucco retorico fingere che la democrazia abbia scacciato da Atene i tiranni: il merito fu dell’aristocrazia spartana, chiamata in soccorso dagli Alcmeonidi, cioè dalla famiglia di Clistene. Il quale sotto Pisistrato aveva ricoperto cariche non irrilevanti. Il fenomeno si è ripetuto più volte, e in grande stile. E’ quello che nel ’24, per Gramsci, era difficile prevedere.”
Il potere è arroganza e fintanto che l’uomo sarà assoggettato a questa perversione della natura sarà infelice perché incapace di vivere.
Il potere è contro natura, per questo l’uomo mal lo sopporta; è un’invenzione umana che ha avuto anche attraversamenti dignitosi ma ciò è successo solo per tentare di rimediare agli sfasci di amministratori incapaci e in malafede, inutili parassiti che da questo sistema si alimentano. Chi gestisce il potere e chi lo ambisce è la vera iattura del bene comune perché non esiste potere buono (lo diceva Fabrizio De André) e mi piace scriverlo da Genova, sua città natale, dove un vigile mi ha multato per esercizio di potere, conoscendo approssimativamente la natura della mia infrazione, confondendo i segnali stradali e il loro significato, mutato, nel momento in cui una variante ne ha proposto il cambiamento semiologico. Lui, in quanto esecutore, sapeva e aveva disposizione che lì si deve multare, il perché lo ignorava.
Il potere è ignoranza: “Non posso più cancellarla, una volta scritta deve fare il suo iter burocratico”, così si è espresso l’esecutore cieco di fronte all’ammissione dell’errore; già, il potere è indelebile!
E non ce ne libereremo perché è la massima aspirazione dell’uomo mediocre, privo di vedute, quindi, della maggioranza.
Il potere è furbo, quindi impedisce il ricorso, lo rende tortuoso, demotivato e nella sua parabola burocratica immotivata: chi lo subisce deve kafkianamente sottostare e colpevolizzare.
A pag. 62 Canfora ci dice che: “A noi è toccato di vederne una specialissima: nella quale il più forte dei retro scenici poteri forti si è rivelato quello -visibilissimo- che plasma la forma mentis (e la parola stessa) dei cittadini. Un potere che, nonostante si serva di strumenti concreti e tangibili e per il possesso dei quali talvolta si versa sangue, è nel suo esplicarsi impalpabile; penetra dovunque come il gas, e crea (questo sì!) ‘l’uomo nuovo’: cioè il suddito-consumatore-arrampicatore frustrato, invano proteso a desiderare e a mimare modelli di vita inarrivabili, che finiscono con costituire la totalità delle sue aspirazioni. E’ lì la forma ‘sublime’, e quasi inaffondabile, di potere; ma anche – conviene non dimenticarlo – la limitazione massima della parola nell’età che a tutti promette il massimo di libertà di parola.”
In proposito, rimarco il fatto che il linguaggio capitalistico pervade qualsiasi tipo di comunicazione, quindi, il fatto di non avere una varietà di linguaggi è segno di povertà. I “mi consenta, scesa in campo”, sono espressioni calcistiche che risaltano il folclore della mediocrità intellettiva di chi le usa, ma quando espressioni come: “non mi dai una garanzia, non mi assicuri un futuro” invadono la sfera degli affetti, il danno è grave e, se conversando con una persona questa ti chiede:“ti sei rifatto una vita?, hai trovato un’altra persona?”, alludendo, con un interessamento ipocrita a te come individuo, alle possibilità di rinascita dopo la fine una storia sentimentale, beh, il danno è irreparabile.
Pag. 65: “……. la parola, logicamente ordinata e retoricamente organizzata, è l’elemento che distingue (‘ovviamente’, i Greci dai barbari) ma soprattutto è lo strumento che consente al singolo di prevalere sui molti. Dal contesto appare evidente e indiscutibile che sia positivo il fatto che l’uno prevalga sui molti (i molti non sono di per sé portatori di un valore positivo! Non hanno ragione in quanto molti).
Ma quello che Diodoro non si chiede è come si produca quella sorprendente ‘vittoria’ dell’uno sui molti, o meglio resta sottinteso – ed è coerente con quel che Diodoro sta dicendo – se il distacco nel dominio della parola tra chi parla e chi ascolta è molto grande, la possibilità che i ‘non educati alla parola’ rimangano soggiogati è altissima. La distanza è data da vari fattori, ma sicuramente il più forte è la tecnica oratoria.”

Quanto sarebbe attuale ciò che leggiamo a pag. 73: “…..sa che ormai la corruzione è amata. Non più trascinata in tribunale. “Se uno ammette senza mezzi termini di rubare, il popolo ride compiaciuto” (Cit. Demostene). Il politico corrotto, e perciò ricco, e perciò potente, suscita ammirazione e la voglia di imitarlo, di fare come lui, per diventare, magari, come lui. Cominciava a non essere più tanto indispensabile la parola vincente, quella che porta all’assenso ‘i molti’.”
Ed ecco la società di pag. 77: “Nel nostro tempo, specie nei paesi molto acculturati e dove perciò ci sono molteplici e differenziate forme e strumenti di acculturamento, il “popolo profondo” sembrerebbe corrispondere alla fascia (maggioritaria) della popolazione, la cui institutio avviene prevalentemente, se non esclusivamente , attraverso la Tv. E’ la Tv che plasma il “popolo profondo”. Ciò si realizza attraverso una ‘offerta’ varia, ma all’interno della quale è quasi automatica la prevalenza del peggio.” Tanto è vero che: “La pubblicità è, infatti, come si è più volte affermato, la più politica e la più ideologica e in assoluto la più efficace mediatrice di ‘valori’. Chi ha pensato di intervenire sugli spot ha capito il punto essenziale: che quella parte ossessiva e ripetitiva fino allo spasmo, ben costruita (breve, efficace), promotrice di modelli e sollecitatrice di aspirazioni e di sforzi di adeguamento ai modelli, è di gran lunga la parte più importante politicamente di tutto il gigantesco ‘fattore’ Tv. Nel mondo attuale chi pesa molto in quell’ambito può contribuire molto a plasmare il “popolo profondo”. In questo senso la Tv cosidetta commerciale è perfetta, perché deve presentare una quota pubblicitaria enorme nell’ambito dei propri programmi (è l’alimento economico indispensabile, e quanto mai fruttuoso!). Chi ha in pugno questo strumento – disse De Gasperi tornando dagli Usa – vince le elezioni.
Il problema è dunque che non basta capire la realtà, bisogna ‘manipolarla’, se l’obiettivo è il potere. La nuova via al potere che viene esperimentata in Italia in questi decenni è dunque anch’essa, a suo modo, perfetta……..; plasma la mente e le aspirazioni del “popolo profondo” e consolida il proprio potere, in un circolo ‘virtuoso’ imbattibile. Ma non è un caso facilmente ripetibile sic et simpliciter in altre realtà (Francia, Usa, Germania). Lo è forse nell’attuale Russia.
Il caso italiano è molto singolare. Dopo secoli di frantumazione e una faticosamente conseguita riunificazione nazionale, che per molto tempo non fu veramente tale (il “popolo profondo” dell’epoca risorgimentale rimase estraneo a quel moto), l’Italia fu poi - nella prima metà del Novecento – bruscamente sospinta sulla strada di una effettiva riunificazione grazie alla irruzione sulla scena dei grandi partiti di massa: prima quello fascista poi quelli antifascisti. I quali hanno fatto almeno altrettanto, e forse più, della Chiesa, i cui fini non erano comunque quelli di dare unità al paese ma di assicurarsi un durevole controllo sulle coscienze.
Anche il sistema scolastico ha contribuito fortemente in tal senso: la scuola unica dell’obbligo più di ogni altro grado dell’istruzione. Ma proprio tutto questo grande sforzo, sviluppatosi per gran parte del Novecento, ha reso l’Italia più agevolmente conquistabile: per esempio da un forte potentato insediato al centro, bene annidato nei gangli decisivi.
In una realtà molto spezzettata, intimamente non unitaria, come gli Usa o la stessa Bundesrepublik, una tale conquista ‘dal centro’ sarebbe impossibile. In Francia poi il peso dello Stato è tale che una irruzione ‘divoratrice’, da parte di un privato, a danno di un ganglio cruciale come il sistema televisivo, sarebbe impensabile. In questo senso, e fatto salvo che ogni fenomeno storico ha una sua irriducibile peculiarità, si può parlare di una nuova e originale, e molto sofisticata, forma di ‘fascismo’ nel nostro paese. Siamo infatti di fronte a una nuova spinta all’unificazione al ribasso, che del fascismo fu il tratto dominante. In comune con il vecchio fascismo, questa attuale sua straordinaria isomorfosi ha la conquista dal centro e il monopolio della parola (ormai ‘parola’ essendo appunto quella monologante televisiva.)

Così leggiamo da pag. 78.
Il potere esercitato è consapevole, il potere subito è inconsapevole.
Pag. 86: “…., nonostante l’esistenza dei parlamenti ‘democratici’, i governi sono controllati dalle grandi banche. I parlamentari dichiarano che sono loro a controllare i governi. In realtà avviene che la composizione dei governi è fissata in precedenza dai maggiori consorzi finanziari, i quali controllano anche l’operato dei governi. Tutti sanno che in nessuna potenza capitalistica può essere formato un gabinetto contro la volontà dei maggiori magnati della finanza. E’ sufficiente una piccola pressione finanziaria perché i ministri volino via dai loro posti come fuscelli”.
“Quello che Stalin non si chiede è come riescono a coesistere, negli altri paesi, sostanziale ‘controllo’ dei poteri economici e accanita ginnastica elettorale, cioè in altri termini: come accade che, pur essendo largamente noto il peso determinante di poteri economici retroscenisci, gli elettori si lasciano coinvolgere nella passione per il gioco parlamentare-elettorale come se fosse davvero decisivo. Gli sfugge la straordinaria capacità di mediazione, la suddivisione in molte sedi particolari di decisioni settoriali (che danno all’elettore l’illusione di contare), la vivacità del gioco parlamentare (che dà la sensazione di una lotta vera e dunque di un de quo intorno al quale le forze politiche si scontrano protese ad affermare che lo fanno per il bene degli elettori-cittadini) etc. Gli sfugge anche la complicazione, imprevista per l’ortodossia marxista, dell’ingigantirsi numerico di ceti intermedi, in grado comunque di ottenere dal meccanismo parlamentare-elettorale soddisfazioni di interessi settoriali.”

Sono parole di Gramsci che Canfora richiama a consolare quella minoranza pressoché rassegnata allo sfacelo italico, che niente s'aspetta dal potere e mal sopporta la maggioranza dei sudditi composta da una parte consapevole che il potere alimenta perché ne rappresenta l'operato occulto (i 'ceti intermedi') e il corpo più grande e inconsapevolmente marcescente che vive della consolazione di poter raccogliere gli avanzi della grande abbuffata del potere (il 'popolo profondo'), ammaliato dallo spettacolo osceno che questo, quotidianamente mette in onda e che mai saprà, di quale natura, è il potere.























 

 

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