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Sai dove trovarmi

di Gabrio Vitali - 09/12/2016

Perché gli è offizio di uomo buono, quel che per
la malvagità de’ tempi e della fortuna tu non hai potuto
operare, insegnalo ad altri, acciocché, sendone molti
capaci, alcuno di quelli, più amato dal cielo, possa operarlo.

Niccolò Machiavelli

Il romanzo di Carlo Simoncini, Sai dove trovarmi, si colloca a pieno titolo nell’ambito di quelle straordinarie narrazioni autobiografiche, alle quali ci ha abituato la grande letteratura italiana del secondo dopoguerra, che hanno saputo restituire ai lettori il senso civile e politico di esperienze collettive fondanti e decisive nella storia del nostro paese e della sua gente. L’autore racconta, in effetti, una storia d’amore, bella e adeguatamente tormentata come ogni altra, intrecciata tuttavia dai protagonisti negli anni della loro piena formazione umana, civile e professionale: quegli anni settanta del secolo scorso nei quali le generazioni del ’68 (le nostre), hanno scoperto e lasciato pervadere la loro vita da un impegno politico intenso, affascinante e costante, che è risultato poi matriciale e costitutivo per sempre, come una cifra non più cancellabile, della loro identità culturale. Il racconto è ambientato a Bergamo, dove si dipana lungo il percorso dell’attività politica svolta, nella città e nel suo territorio, dal Manifesto prima e dal PdUP poi e si intreccia con alcuni dei più importanti avvenimenti politici della storia di quel tempo, nell’intero paese.
L’effetto sul lettore è molteplice e si articola con efficacia secondo due direttrici di lettura. Quella di chi, come me e come molti di voi, è stato partecipe di quell’esperienza e che viene costretto dalla scrittura ad un suo ripensamento, nei termini di una salutare autocoscienza critica. E quella di chi non l’ha vissuta, per varie ragioni, se non altro anagrafiche, ma che vi viene coinvolto dalla scrittura fino a sentire quell’esperienza come propria, come un portato fondamentale cioè della propria storia e del proprio presente.
Tutti sapete, infatti, che ogni vera opera letteraria, che sia in versi o in prosa, è sempre contemporanea e parla sempre di te e di te adesso. Questo avviene perché la grande scrittura esige sempre la risposta di chi legge, vale a dire chiama sempre il lettore a reagire a quanto legge e a prendere posizione. In particolare, poi, ciò accade a maggior ragione nell’opera di alta testimonianza civile, come quella di cui stiamo parlando.
Basti a ciascuno di noi pensare all’importanza che ha avuto e che continua ad avere, nella nostra coscienza civile, la lettura delle grandi testimonianze letterarie sugli orrori della guerra o sul dramma della Resistenza o sulle speranze del dopoguerra, che abbiamo letto e meditato in Se questo è un uomo di Primo Levi, nel Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, nel Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio o nei Piccoli maestri e in Bau-Sète di Gigi Meneghello. Questi lavori sono stati, infatti, grandi opere di restituzione e di appartenenza: restituzione di un’esperienza personale che la scrittura ha trasformato in esperienza corale e condivisa per tutti noi, come se anche noi l’avessimo vissuta, e appartenenza a una storia e a un’idea di civiltà e di democrazia che, in quelle scritture, continua a fondare la nostra coscienza civile e politica, a permeare cioè il nostro stare nel mondo.
Ecco, l’effetto del libro di Carlo – senza voler far raffronti di qualità letteraria intrinseca – è di questa stessa natura: restituisce il senso di un’esperienza fondante a chi c’era e consente l’appartenenza a una storia ineludibile del paese e di questa città, a chi non c’era.
Per illustrare brevemente questa qualità particolare di Sai dove trovarmi - e quello che ha dato a me, come lettore -, vorrei partire da un’affermazione che fa Luciana Castellina all’inizio della sua prefazione, laddove dice che questo romanzo non ha affatto i tratti di «un “amarcord”», quasi fosse il prodotto di «una nostalgia di reduci». Si tratta invece di un’operazione di indagine seria di un’esperienza di formazione certo personale, ma condotta con estrema attenzione a individuare, persino nello svolgimento della storia amorosa, i tratti meglio condivisibili nella vicenda comune a tanti di noi, in quegli anni. Non solo, quindi, il Bildungsroman di un personaggio o di un autore, ma il Bildungsroman di una generazione e del suo rapporto politico con la società e l’esistenza. Un romanzo corale, un’autobiografia collettiva, insomma. Che racconta una formazione rimasta caratterizzante, anche dopo, dell’identità di un’intera generazione e di ciascuno di noi.
Perché tutti noi, come Lorenzo il protagonista del libro, a un certo punto della nostra giovinezza ci eravamo messi in testa, per dirla con Meneghello, che l’idea «di far congruire in qualche punto la (nostra) vita privata con quella pubblica del (nostro) paese», cioè il far politica «fosse il senso più alto della vita». E, a pensarci bene, in fondo quest’idea, continuiamo ad averla in testa anche ora.
La storia di Lorenzo è quindi la nostra storia e, come per lui, la scoperta e la pratica della politica, come dimensione quotidiana del vivere, è avvenuta attraverso la vicenda di una organizzazione particolare e originale, quale è stata il Manifesto-Pdup, in una Bergamo, città bianca e conservatrice come poche, dove però si erano radicate le origini più lontane e profonde di quel gruppo politico e della sua elaborazione, grazie alle figure centrali di Lucio Magri e di Eliseo Milani, che alla nostra realtà politica locale erano a lungo appartenute, prima, e che hanno, poi, continuato a frequentare e a condividere.
Da un lato, c’era la riflessione, continuamente proposta al dibattito comune da Lucio sui grandi temi del ruolo del riformismo, della qualità strutturale della crisi di sistema, della formazione del soggetto politico capace di rifondare la sinistra, della denuncia del totalitarismo sovietico, della crisi della democrazia italiana e occidentale e tanti altri. A queste sollecitazioni si aggiungevano quotidianamente sul giornale, e spesso nei convegni, gli interventi di Rossana sul quadro europeo e internazionale, quelli di Pintor di lucida e penetrante lettura del quadro politico interno, quelli di Valentino sulla situazione economica e le questioni operaie e sindacali; e poi c’erano le ripetute presenze a Bergamo di Luciana sul femminismo e la condizione della donna, di Lidia sulla questione cattolica e sulla DC….
Insomma erano anni di una formazione politica intensa, complessiva e molto ricca, che poi non si è mai più ripetuta, almeno come esperienza collettiva, per noi e che avveniva nel vivo di una condivisione di vita oltre che di impegno e di attività, che accumunavano militanti di diversa storia ed estrazione oltre che di diversa età e collocazione sociale. E la discussione avveniva, come il libro di Carlo racconta, in via Quarenghi 34, non solo durante le riunioni formali, ma nel quotidiano e informale incontrarsi, quasi sempre prima di cena, quasi come se il ritrovarsi a fine giornata in sede e lo scambio di idee, informazioni e impressioni sullo stato delle cose, costituissero una consuetudine necessaria e irrinunciabile del vivere e del pensare, a cui nessuno sentiva di poter rinunciare. E questo faceva di noi non solo un’organizzazione, ma una comunità vera e propria. Alla quale ancora adesso, in qualche modo, apparteniamo.
Queste cose, poi, avevano educato una giovane leva sessantottina, generosa e idealista, ma un po’ sprovveduta e fumosa, alla concretezza dell’analisi storico-sociale di fase, alla valutazione dei rapporti di forza reali e alla concezione della rivoluzione come lungo e articolato processo di costruzione di un’egemonia culturale e politica centrata sul ruolo della classe operaia nel confronto sociale in atto. Da qui veniva un’idea del comunismo non ideologica e idealistica, ma come processo di trasformazione politica della democrazia reale, basata su principi e istituti di responsabilità civile e corale e intesa come accoglimento e condivisione delle tante esigenze di riscatto, che venivano maturando nei ceti e nei popoli oppressi dal sistema capitalistico. Un comunismo gramsciano e marxiano, poco leninista, volto alla lievitazione di consapevolezze e possibilità, più che alla ricerca di forzature d’avanguardia o di precipitazioni rivoluzionarie.
Dall’altro lato, il romanzo racconta i primi approcci all’attività politica di Lorenzo che avvengono nella frequentazione ripetuta e nel confronto con la sapienza, la sensibilità e l’intelligenza politica di Eliseo Milani, il cui personaggio diventa presto centrale nella formazione del protagonista, come centrale è stato davvero per tanti di noi e di me per primo. La relazione con questa figura, vissuta nel concreto di attività e campagne politiche e elettorali e poi nelle discussioni a cena o a casa sua per far notte insieme, aveva educato quella nostra generazione alla ricerca di mediazioni alte, ma possibili e solide, nella risoluzione dei conflitti e dei confronti con le altre formazioni e con le realtà sociali in movimento. Eliseo ci diceva ogni volta che era fondamentale capire presto, in ogni situazione, cosa si potesse “portare a casa” in termini di conquista e di consenso, piuttosto che dare una bella testimonianza di visione politica, cosa che, invece, gratificava molto noi studenti. Lui invece ci insegnava il giusto equilibrio fra coinvolgimento e distacco, fra passione e disincanto. Un’applicazione originale e molto concreta dell’ossimoro gramsciano del pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Sembrava che avesse letto e interiorizzato, fino a farne uno stile di vita, il motto del Machiavelli, laddove dice che un politico vero non deve mai rallegrarsi troppo degli eventi felici e neppure rattristarsi troppo per quelli infelici.
Eliseo Milani, data la credibilità e la stima che riscuoteva presso di loro, fu anche un tramite importante dell’incontro di noi giovani sessantottini bergamaschi con la classe operaia, quella vera, quella in carne ed ossa. E questa fu la scoperta di gran lunga più importante di tutta la nostra formazione. Sono stati anni in cui i compagni operai ci facevano entrare nelle loro riunioni, nelle loro case, nelle loro famiglie, nelle loro osterie e persino nelle loro fabbriche, magari di nascosto, durante i turni di notte. Ci insegnavano la concretezza, il valore della fatica, le lealtà verso se stessi e i compagni, e condividevano con noi l’allegria del lottare insieme, il gusto della battuta che sbloccava la tensione e, soprattutto, l’ironia. Un’ironia naturale, scaturita da una piega della mente, da un modo del pensiero, da un atteggiamento verso le cose della vita. Fu nell’amicizia e nella consuetudine con gli operai che imparammo ad essere davvero “compagni”, nel pieno del significato etimologico di questa bellissima parola: coloro che condividono il pane, com-pagni, appunto. E anche questo, lo siamo rimasti sempre, a distanza di ere geologiche da allora.
Il libro di Carlo Simoncini si muove consapevolmente su questo retroterra esperenziale fortemente condiviso, ma lo mantiene sfumato, seppur pregnante e vivo, sullo sfondo del racconto, quasi a non appesantire lo svolgimento dei fatti che presenta e documenta, per altro, con la precisione e lo scrupolo di quello stendhaliano «stile del codice civile», che Bruno Trentin gli attribuisce nella presentazione di un libro precedente.
L’autore svolge la sua narrazione attraverso il contrappunto fra una voce narrante esterna, quella che racconta, in terza persona, le vicende e le riflessioni di Lorenzo, e una voce narrante interna che esprime, in prima persona, il pensiero e la storia della protagonista femminile, Greta. Si crea così una struttura dialogica della narrazione che costringe chi legge a interrompere il flusso spesso trascinante del racconto, per fermarsi a valutarne implicazioni e valenze da un altro punto di vista, in qualche maniera oggettivando la trama principale e prendendo da questa una distanza critica, come si fa quando si legge un giornale o una cronaca o un resoconto storiografico.
Ed è proprio come in un accurato resoconto di cronaca che possiamo leggere i passaggi più illuminanti della vicenda politica, che in quegli anni si riversava a Bergamo, interpretati con sobria ma profonda passione e con scrupolosa e pacata capacità da Lorenzo, che viene assumendo sempre più un ruolo dirigente nella vita del suo partito, soprattutto sui temi che implicano la sua competenza professionale di giurista e avvocato, quali l’applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e la questione, drammatica e lacerante del terrorismo. A questi passaggi, si intreccia in modo avvincente, ma realistico, il crescere della conoscenza e poi della relazione amorosa con Greta, giovane ginecologa e arruffata femminista.
Entrambi affascinati e coinvolti dal ’68 quand’erano studenti, i due protagonisti si trovano presto a dover misurare convinzioni e ideali nel concreto del fare politico nella specifica realtà della società bergamasca.
Lorenzo viene da una famiglia borghese benestante, dove il padre, noto dirigente democristiano che viene dall’antifascismo e dalla Resistenza, costituisce comunque per il figlio un riferimento importante per una visione della politica assunta come scelta di responsabilità e di impegno civile; Greta, già fuori casa, muove dall’esperienza dei gruppi femministi, che viene sempre più vivendo col disincanto di chi scopre la solidarietà femminile minata da contraddizioni, ostilità, gelosie e ipocrisie, mai davvero superati e risolti nelle pratiche di autocoscienza.
È nel periodo successivo all’approvazione della 194, che il riconoscimento dell’obiezione di coscienza consente a primari e direzioni ospedaliere bergamaschi di boicottare, col sostegno martellante e invasivo dell’Eco di Bergamo, che i due protagonisti, da fronti diversi, si trovano a combattere una convergente battaglia politica, che comincia ad unirli. Lorenzo si trova a dover gestire un Comitato di vigilanza per l’applicazione della legge, che egli stesso ha proposto prima al PdUP e poi all’intera sinistra e alle associazioni, in un contesto in cui all’ottusa e colpevole ostilità dell’establishment, si aggiungono resistenze e contrarietà ideologiche di settori della sinistra extra-parlamentare, dei movimenti femministi e di non pochi militanti dello stesso suo partito. Greta si ritrova unico ginecologo non obiettore nell’ospedale di Gazzaniga, dove è arrivata da poco e quindi poco conta, il cui primario ha schierato sulle sue posizioni anti-abortiste tutto il reparto, medici e infermieri, e la cui direzione si sottrae dal fornire all’ospedale strumenti e attrezzature necessari alle operazioni. L’applicazione di una legge dello Stato, diventa così il terreno su cui i due si ritrovano a dover applicare realisticamente i loro ideali politici sessantottini e rivoluzionari, ciascuno a partire dal proprio concreto ambito professionale di avvocato l’uno e di ginecologo l’altra; e ciascuno scontando resistenze, incomprensioni e ottusità, non solo da parte dell’avversario, ma anche – e dolorosamente per loro – da parte dei loro stessi compagni o di quelli a loro vicini.
Questa è stata un’esperienza ripetuta, su tanti terreni di scontro politico, nella storia del PdUP a Bergamo, città a fortissima e capillare egemonia democristiana e nella quale operavano, a sinistra, un partito socialista prima massimalista e presto craxiano; un partito comunista prima stalinista e poi appiattito in un’interpretazione codina e subalterna del compromesso storico berlingueriano; e una “nuova sinistra” (soprattutto Lotta Continua e il gruppetto di Avanguardia Operaia) ideologicamente settaria, marginale, minoritaria e con qualche emergente vocazione terrorista, che si sarebbe presto rivelata.
Affermare una concezione laica, costruttiva ed egemonica della politica, fu la grande e difficile battaglia, di più autentica eredità sessantottina, che il Manifesto-PdUP si impegnava a fare in quegli anni. Una battaglia che conseguì risultati di non poco rilievo, in particolare nell’ambito dell’impegno sindacale, dove le lotte operaie e la questione sociale, costringevano meglio e di più alla ricerca dell’unità e della mediazione e al conseguimento di obiettivi condivisi e di pratiche comuni.
E il romanzo di Carlo Simoncini rende conto con chiarezza e semplicità di scrittura di questo contesto specifico della vicenda politica di allora. E ce lo restituisce in tante sue articolazioni. Per esempio sulla questione del terrorismo.
Il racconto dell’omicidio dell’appuntato Guerrieri, per il quale era stato condannato, per concorso morale, il giovane Enea Guarinoni (che solo più tardi avrebbe confessato la sua colpevolezza, per beneficiare della legge sui pentiti) aveva scatenato nell’opinione pubblica un grande sconvolgimento, per la violenza e la determinazione di un atto terroristico che a tutti sembrava impossibile si potesse verificare nella appartata e tranquilla realtà cittadina.
Lorenzo, a conoscenza degli atti giudiziari e forte di una valutazione politica chiara sulle matrici di sinistra del terrorismo rosso, si convince della colpevolezza del Guarinoni, mentre i gruppi della sinistra movimentista e persino una parte del gruppo dirigente del suo partito sono schierati aprioristicamente su posizioni innocentiste; viziati come sono, nella loro valutazione, dal comodo esorcismo dei “compagni che sbagliano”, con cui avevano reagito all’azione, spesso assassina, delle Brigate Rosse o di Prima Linea. Nonostante l’omicidio di Aldo Moro, nel quale erano state evidenti le complicità e le convergenze dei servizi segreti americano e sovietico (riconosciute dallo stesso Berlinguer) e poi della stessa P2 e nonostante il famoso articolo di Rossana Rossanda sull’ “albo di famiglia” e le prese di posizione anti-trattativa del partito, non pochi compagni faticavano a riconoscere nei terroristi dei nemici pericolosissimi della democrazia e del movimento operaio.
La battaglia di Lorenzo diventa allora quella di evitare prese di posizioni innocentiste e di ottenere invece una condanna politica esplicita, senza se e senza ma, di ogni atto terroristico. E in questo, ancora una volta, incontra l’opinione concorde di Greta, anch’essa estranea a ideologizzazioni e a renitenze nell’analisi politica dei fatti.
E la vicenda fra i due innamorati, comincia a prendere il sopravvento sulla parte più politica del romanzo. La condivisione dell’analisi e delle valutazioni, la modalità pratica e laica dell’agire politico quotidiano, facilitano e migliorano l’approccio prima esitante fra i due che, dal chiuso delle sedi di riunione si dipana attraverso i luoghi e gli scorci di una città e della sua provincia che ci restituiscono la bellezza e il fascino dei paesaggi e delle strade della nostra giovinezza. Le osterie e le frasche sui colli, le più antiche pizzerie della città, le piazze del 25 aprile, le vie del centro e quelle di città alta, le camminate sui monti sopra Clusone o sopra Costa Imagna, dove lui e lei hanno una casa di famiglia… Insomma: tutta la geografia che ha accolto le nostre passioni, le nostre amicizie e i nostri amori, ci viene riconsegnata viva e intatta alla memoria. Quella geografia che, se ci pensiamo bene, quando non camminiamo assorti nelle incombenze di tutti i giorni, ancora adesso andiamo a cercare.

In conclusione, Sai dove trovarmi di Carlo Simoncini, è per tutti noi un magnifico dono. È il libro che, son certo, ognuno di noi avrebbe voluto saper scrivere. Nelle sue pagine di una scrittura piana, sommessa, precisa, rigorosa mai impennata nella retorica o svilita nella forzatura declamatoria, veniamo portati, come in una conversazione tranquilla fatta fra amici, nel mondo pulsante della nostra educazione sentimentale e civile, un mondo che continua a vibrare con feconda intensità nel nostro mondo di oggi. Facendoci sentire un po’ più consapevoli (e più orgogliosi) di quello che siamo stati e un po’ meno scontenti di quello che siamo adesso.
Grazie Carlo, e se mai tu dovessi avvertire che, per qualche miracolosa o magica curvatura della storia, quel vento di allora ricominciasse a soffiare, ti prego, chiamami: sai dove trovarmi.

Sai dove trovarmi
Carlo Simoncini
Sestante edizioni
Bergamo 2016























 

 

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