Il Mattatoio - Giornale indipendente


 

Editoriale

Notiziario

Intervista

Scienza e Ricerca

Il Rubricario
  - Spettacoli
  - Film
  - Libri
  - Musica

Conversazione con

Il Punto

Aforismi, riflessioni e bestiario

Ciclicità

Economia

eBook

HOME PAGE

 

 

Il Rubricario Libri


Arimo

di Gabrio Vitali - 05/04/2017

ÀRIMO! 27 polaroid di viaggio.
Roberto Ghisi
Edizioni CPZ
Costa Mezzate, 2016

Ho conosciuto Roberto, con Lino e Alfonso, qualche glaciazione fa, in un tempo preistorico ormai lontano. Un tempo in cui il mondo era più giovane. Molto più giovane.
Anche noi, allora, partecipavamo di quella giovinezza del mondo. Ci affascinavano le tante possibilità e gli innumerevoli percorsi che una recente, inaspettata primavera, prorompente ed esplosiva, aveva aperto e fatto fiorire un po’ dappertutto attorno a noi. Il Sessantotto ci aveva lanciato nella società e nella storia ed eravamo entusiasti di poter esplorare, capire e provare a cambiare la realtà circostante e di giocare così il nostro destino in una partita che appariva importante per il destino di tutti.
A Foresto, Roberto e i suoi amici avevano inaugurato un cineforum, in collaborazione con quello straordinario agitatore culturale che è stato per decenni don Emilio Mayer, il presidente del Centro Studi Cinematografici. E dViayer aveva spedito me, appena ventenne, a presentare i films ed a suscitare il dibattito che seguiva la proiezione. Erano discussioni animate, che presto abbandonavano l’analisi del film di turno, per dilungarsi fino a notte inoltrata sui temi che caratterizzavano allora l’emergenza politica e l’attualità culturale.
Da questi incontri cinematografici ne nacquero altri, dedicati all’indagine di temi, a carattere antropologico, storico e geopolitico, che Roberto, soprattutto, non si stancava di individuare e di proporre al circolo di amici, che si riuniva sempre più numeroso in paese. In quegli anni, tutti noi leggevamo e studiavamo tantissimo, molto di più e con migliore passione di quanta non ne dedicassimo agli studi universitari o alle attività professionali, e la nostra curiosità si alimentava di continuo: ogni aspetto della realtà ci sembava meritevole di indagine e di approfondimento.
Poi, molti di quel gruppo, guidati da Roberto e Lino, avevano cominciato un’attività di militanza politica nel Manifesto-Pdup ed io, che rivestivo allora un ruolo di una qualche responsabilità in quell’organizzazione, continuavo ad andare a Foresto, invitato a relazionare sui temi di riflessione politica che ci impegnavano sempre di più.
La vita ci ha presto separati, tuttavia, anche a distanza, quel clima di amicizia e di passione ha continuato a tenerci vicini, seppure gli incontri fossero diventati sporadici e solo occasionali, ma non per questo meno intensi e complici, come avviene sempre fra coloro che hanno condiviso momenti centrali e fondanti della loro formazione e della loro giovinezza. Così, ogni incontro era per questo una piccola festa.
Nell’ultimo decennio sono stato prevalentemente all’estero, ma, paradossalmente, in questi anni, ho ritrovato Roberto più spesso di quanto non fosse avvenuto prima: stava lavorando al suo libro e me ne parlava con frequenza via e-mail o al telefono, proponendomi la lettura di qualche passaggio e chiedendomi un parere. Ne discutemmo più a lungo una volta, quando venne a cena a casa mia, in una lunghissima sera dell’inverno del 2012, poco prima che iniziasse il suo anno fatale. Di lì a qualche tempo, infatti, venni a sapere che la lotta di venticinque anni che aveva condotto contro la malattia, per difendere la sua vita e la sua esperienza del mondo e degli altri, si era conclusa.
Roberto non c’era più. C’era forse, ancora di lui, quel suo libro, del quale però io non sapevo più nulla. Fino a quando, pochi mesi fa, Lino me ne fece avere una copia.
L’ho letto, confesso, con avidità del tutto acritica, trascendendo ogni valutazione tecnica o letteraria, per ritrovare il mio amico e il suo sentimento delle cose, non per valutare la bravura o la competenza dello scrittore, come invece mi capita quasi sempre di fare per ragioni professionali.
Ma ora, in occasione di questa riunione che lo vuole ricordare prevalentemente come persona, mi pare interessante aggiungere alla memoria affettuosa che altri, meglio di me, possono dare di lui, una lettura del libro che evidenzi alcuni aspetti di composizione, di impianto e di scrittura, a mio parere assolutamente indicativi, anch’essi, di come Roberto strutturasse il proprio pensiero e organizzasse il suo stare nel mondo.
Prima di tutto, quindi, vorrei vi soffermaste sulla ‘cornice’ nella quale il Ghisi raccoglie e inquadra i suoi racconti.
Voi, di certo, ricordate come le grandi raccolte di novelle, fin dalla tradizione classica, presentino i loro racconti, inanellandoli l’uno all’altro a ‘giro di collana’ o incastrandoli l’uno nell’altro come ‘figure di matrioska’, in un racconto-cornice che contiene e in qualche modo motiva e struttura tutti gli altri.
È il caso, per esempio del Decameron del Boccaccio, dove la descrizione iniziale della peste, che colpisce Firenze nel 1348, si presenta come la metafora di una minaccia di morte totale che incombe sulla civiltà cittadina, i suoi valori, le sue conquiste e i suoi rapporti di vita: la peste non minaccia soltanto, infatti, la vita fisica dei cittadini, ma gli affetti, i sentimenti e gli ideali, le relazioni familiari e le relazioni civiche, l’organizzazione stessa della vita e la bellezza della sua avventura e della sua varietà. Ecco che quindi le novelle che i vari narratori decidono di andarsi a raccontare in campagna, costituiscono una riaffermazione della vita e dell’umanità proprie di quella civiltà minacciata, della sua bellezza e del suo valore.
Lo stesso dicasi a proposito de Le mille e una notte, dove alla minaccia di morte che scende inesorabile su di lei, la schiava Sherazahd, reagisce generando dalla sua angoscia affascinantissimi racconti d’avventura, d’amore, d’intelligenza, di coraggio, che si dipanano senza esaurirsi mai per un tempo illimitato, fino a vincere la minaccia e la morte con l’affermazione della bellezza e del valore inestinguibili della vita.
La civiltà del racconto, la letteratura, sfugge quindi al finire delle cose e al limite della morte, consegnando la vita e l’esperienza umana al mondo inesauribile, meraviglioso e continuamente rinnovabile della scrittura.
Anche le narrazioni del libro di Roberto, appaiono raccolte e motivate all’interno di un racconto-contenitore, di una cornice cioè, in cui si avverte la presenza minacciosa della fine: una stanza d’ospedale dove la resistenza della vita si sta esaurendo devastante nei corpi dei pazienti, prostrati dalle malattie e violati dalle terapie, e dove due di loro, Roberto e il Barba, attratti dalla complicità linguistica del dialetto, si raccontano la loro vita, prima che la fine prevalga. E i racconti di Roberto diventano il libro, in cui oggi possiamo leggere il valore e il senso che egli ha saputo dare al suo passaggio nel mondo e che, grazie alla scrittura, noi possiamo trattenere per sempre con noi, ritrovando Roberto ogni volta che lo apriamo e lo leggiamo.
Incastonati in una cornice di morte, quindi, i racconti di tutta una vita che da quella morte si emancipano e si liberano trattenendo l’esperienza dentro l’immortalità della scrittura. Essi continueranno a riconsegnarci Roberto, ogni volta che vorremo cercarlo. E non solo Roberto, ma anche una parte di noi.
Tutti sanno, infatti, che ogni vera opera letteraria, in versi o in prosa e piccola o grande che sia, parla sempre a chi legge di lui stesso e si relaziona al presente che lui sta attraversando mentre legge. Quando leggiamo, la nostra realtà è attraversata dalle situazioni ed è abitata dai personaggi di cui stiamo leggendo, che si mescolano alle situazioni e ai personaggi della vita reale che stiamo vivendo, occupando la nostra mente e il nostro sentimento esattamente nello stesso modo.
Un buon libro – e quello di Roberto Ghisi di certo lo è – trasforma così un’esperienza personale in qualcosa che possimamo condividere e sentire come nostro, ci restituisce una parte piccola o grande di una vicenda umana, che non abbiamo direttamente vissuta, ma che la scrittura ci consegna come anche nostra, attraverso misteriosi, ma reali processi di identificazione e di partecipazione. In tal modo, a lettura compiuta, quell’esperienza ci appartiene e noi apparteniamo ad essa: essa è diventata nostra, ne condividiamo cioè il senso.
Questo avviene per tutti, ma in particolare accade con maggiore intensità, nel caso di questo libro, a noi che di Roberto siamo stati coetanei e che abbiamo, perciò, attraversato la sua stessa epoca, vivendo storie simili o addirittura intrecciate con la sua. È così che la sua storia ci restituisce la nostra.
È così che i racconti dell’infanzia, nella prima parte del libro, ci riportano ai tanti Foresto Sparso, ai paesi, cioè, dove siamo stati bambini e adolescenti, immersi in un modo dialettofono, fuso con la campagna dei coltivi, dei boschi e delle cascine e popolato da presenze mitiche e da figure popolari, misteriose e affascinanti, nelle quali il fantastico e il reale si mescolano, almeno nel ricordo, in modo inestricabile. Quel mondo e i suoi personaggi, le voci dialettali dei toponimi e dei sopranomi, i giochi, le scoperte, le sfide, i racconti ascoltati, le vicende attraversate vanno tutti a costituire la materia fondamentale e primigenia della nostra esperienza della realtà e della vita. E ci accorgiamo di averle vissute nello stesso modo che Roberto ci viene raccontando.
In questa parte del libro, il Ghisi, adotta nella sua scrittura una specie di realismo magico, analogo a quello dei racconti di certi autori sudamericani - come Garcia Marquez, per esempio - nel quale il piano della realtà si mescola e si dilata nel fantasioso e nel mitologico, amalgamandosi fino a costituire un unico livello della percezione e dell’esperienza, e del loro racconto. Personaggi reali e presenze fantastiche agiscono così sullo stesso piano del ricordo, così come allora, nel sentire di Roberto bambino, agivano sullo stesso piano di verità dell’esperienza.
Per questa ragione, simboli e mitologemi elaborati da bambino per dar corpo e figura alle proprie paure o ai propri desideri, alle proprie angosce o alle proprie illusioni, continuano ad operare anche dopo nel racconto, quando vanno a rappresentare le metafore viventi e reali delle inquietudini e delle speranze dell’uomo adulto.
Basti citare la figura del Formichiere, quell’essere misterioso e ambiguo, amico e ostile nello stesso tempo, che divora sia le formiche cattive che quelle buone, come la malattia tumorale che per cinque lustri distruggerà le cellule sane e quelle malate nel corpo di Roberto, consumandogli dolorosamente la vita: una presenza costante, questa, allucinata e insieme tremendamente reale in tutto il racconto del libro. Oppure si può menzionare il mitico paese dell’Austradia, la storpiatura dialettale del nome Australia, che da continente meta di una sognata migrazione verso una vita migliore, nei racconti degli adulti ascoltati da bambino, diventa il luogo mitico dell’aspirazione a una vita e a una società più giuste e più libere, nell’esperienza esistenziale e politica dell’uomo fatto e civilmente consapevole.
Sono presenze figurali e mitiche come queste, infatti, che dall’infanzia della mente che le ha originate continuano ad abitare, nell’autore, il pensiero dell’età matura, consentendogli di dominare il dolore, di controllare la disperazione, di reagire all’impotenza e, soprattutto, di raccontarli nella scrittura, senza esserne travolto e devastato.
C’è un altro, importante, aspetto del libro sul quale mi vorrei ancora soffermare ed è quello del suo valore come documento letterario di testimonianza civile. Soprattutto nella seconda parte del libro, infatti, Roberto dipana la narrazione dei percorsi della sua formazione culturale, politica e professionale, in un modo che diventa esemplificativo della storia di un’intera generazione nell’ultimo cinquantennio. Ancora una volta Roberto, parlando di sé, parla di tutti noi e offre così un’interpretazione efficace e pregnante della vicenda collettiva che abbiamo tutti attraversato nella società contemporanea.
Innanzitutto, la visione della politica non come pratica del potere, ma come assunzione di responsabilità nei confronti degli altri, di chi è più debole o ha meno strumenti, e come capacità di lotta e d’impegno per la giustizia. Una concezione della democrazia come pratica concreta dell’uguaglianza dei diritti e delle possibilità, della libertà di azione e di pensiero e della solidarietà nel saper farsi carico di un destino comune. L’idea della cultura come ricerca e condivisione di un sapere che trasformi la realtà e che educhi alla cittadinanza. L’adesione a un Cristianesimo conciliare ed ecumenico, che fa della diversità dell’altro l’elemento centrale dell’accoglienza, della solidatrietà e della condivisione, vale a dire di una visione comunitaria della vita e di una interpretazione umanistica della storia.
E tutto questo, non sperimentato su un piano ideale e teorico, ma vissuto nella prassi concreta di un impegno politico che permei ed aderisca alla realtà quotidiana delle relazioni sociali e professionali. Come nel racconto dell’organizzazione di incontri culturali, di proiezioni cinematografiche e di dibattiti politici nella Foresto della prima giovinezza; o in quello dell’inchiesta condotta, per la tesi di laurea, sulle morti per tumore degli operai dell’industria chimica SBIC di Seriate, provocate dal trattamento inadeguato e non protetto di sostanze tossiche e cancerogene, che nella fabbrica impunemente si praticava.
Infine, particolarmente illuminante sulla figura di Roberto Ghisi e della parte migliore della sua generazione, è la concezione civile dell’attività professionale, la dimensione sociale del lavoro. Da qui l’idea che svolgere una qualsiasi attività di lavoro implica un ruolo, un impegno e una finalità sociali, una messa a disposizione della comunità civile delle proprie capacità e competenze. Per questo Roberto sceglie di fare il medico di base ed agisce secondo una concezione della professione medica che vede il paziente non come caso clinico più o meno seriale, ma come persona che soffre la malattia in un contesto esistenziale più ampio, fatto di relazioni, di scelte, di insufficienze e di possibilità, di abitudini, di storie e di vicende particolari, che tutte il medico deve indagare e tentar di conoscere, per poter formulare la propria diagnosi e per individuare la terapia e la sua praticabilità. Insomma, una visione etica, non economica del proprio lavoro.
In conclusione, questo libro è un dono di se stesso che Roberto ci ha voluto lasciare, un modo per restarci ancora vicino e presente, per continuare ad abitare la vita di chi gli è stato amico e per entrare e arricchire la vita di chi non ha potuto conoscerlo. Insieme e per questo, esso è un testo di sicuro valore letterario, perché la sua scrittura fa diventare anche nostro il racconto dell’esperienza umana che contiene. Come in ogni vera scrittura poetica, per dirla con Italo Calvino, anche in questo racconto di Roberto Ghisi «esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia». E noi possiamo farne tesoro.
Con una frase che un tempo si usava per onorare un compagno che se n’era andato, anche oggi possiamo dire che, in questo libro, «Roberto è vivo e lotta insieme a noi!».
Lotta, perché le cose non finiscano. Perché l’esperienza autentica della vita continui, anche oltre il suo limite. Per capirlo, fermiamone un attimo la corsa, facciamo anche noi Àrimo! Almeno per un po’. E leggiamo il libro.
Grazie per la vostra attenzione.























 

 

Immagini articolo


 
 
 

Il Mattatoio - Giornale indipendente